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E’ gelo tra Santa Sede e Israele PDF Stampa E-mail
Scritto da ilvelino.it   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

ECCO PERCHÉ IL PAPA NON ANDRÀ IN SINAGOGA

1 - ECCO PERCHÉ IL PAPA NON ANDRÀ IN SINAGOGA
Giovanni Paolo II non andrà in Sinagoga. Il 23 maggio, al suo posto, a celebrare i cento anni del Tempio romano, dietro insistente invito della comunità ebraica, ci saranno i cardinali Camillo Ruini (vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente dei vescovi italiani) e Walter Kasper (presidente della commissione per i rapporti religiosi con l¹ebraismo).
Il Papa ha dunque rifiutato l¹invito del rabbino capo Riccardo Shmuel Di Segni. Una mossa ³strategica² quella di Karol Wojtyla che se da una parte è giustificata dal fatto di voler rendere ³unica² e ³memorabile² la sua visita del 13 aprile 1986, dall¹altra è un sintomo esplicito del gelo tra Santa Sede e Israele.
Infatti, il Vaticano non dimentica lo ³sgarbo² fatto dal governo israeliano in occasione della visita del cardinale Ignace Moussa I David (prefetto della congregazione per le Chiese Orientali) lo scorso 14 aprile, quando le autorità israeliane gli hanno impedito l¹accesso alla basilica di Betlemme per ³ragioni di sicurezza². Così come la diplomazia vaticana è ancora ³imbarazzata² per il mancato rinnovo dei visti d¹ingresso a decine di preti, religiosi e suore attivi da anni nei Luoghi Sacri.
In più, certo, non rasserenano il clima le recenti polemiche sul film di Mel Gibson ³The Passion², per il quale i rabbini di tutto il mondo hanno chiesto al Vaticano una ³condanna formale² dei presunti atteggiamenti antisemitici contenuti nella pellicola. A questo si aggiungano anche il vertiginoso calo di pellegrini (le stime ufficiali parlano di oltre due milioni di fedeli in meno) in Terra Santa e la condanna esplicita della politica di Sharon verso i palestinesi da parte del Pontefice.
È chiaro che una visita del Papa in sinagoga dagli israeliani sarebbe stata accolta come una sorta di ³tregua², ma il Vaticano ha deciso per il no. E del resto l¹accettazione dell¹invito da parte di Papa Wojtyla sarebbe stata interpretata come una sorta di ³dietrofront². Solo nel giugno del 2003, Giovanni Paolo II, ricevendo in udienza il nuovo ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur, aveva chiaramente lanciato il suo ³ultimatum² ad Ariel Sharon: ³I popoli hanno il diritto di vivere in sicurezza e implicitamente hanno un corrispondente dovere: il rispetto dei diritti degli altri². Per questo, per il Papa, è essenziale che palestinesi e israeliani possano vivere ³in due stati indipendenti e sovrani².
 

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