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I terroristi del petrolio PDF Stampa E-mail
Scritto da businessinside.com   
Mercoledì 03 Gennaio 2018 00:06


Scoperta l'acqua calda

Il petrolio è tornato a correre e viaggia non lontano dai 60 dollari al barile, sui massimi da fine giugno 2015: a spingere le quotazioni però non è il piano dell’Opec per ridurre la produzione, ma l’esplosione di un oleodotto in Libia dopo un attacco terroristico. Per gli addetti ai lavori l’unico vero rischio è una nuova stagione di tensioni geopolitiche: se cresceranno le tensioni, i prezzi del greggio lieviteranno, altrimenti sono destinati a scendere. Insomma su un punto gli esperti sembrano essere concordi: la strategia dell’Opec per ridurre la produzione e sostenere i prezzi è fallita. Le scorte sono tornate a salire e i prezzi – nel medio periodo – a scendere. Il tentativo di invertire la curva dei futures portandola dal contango alla backwardation non ha avuto successo. Il piano, infatti, prevedeva di far scendere i prezzi futuri del greggio, facendo salire quelli attuali. Gli addetti ai lavori erano convinti che il contango (quando cioè i prezzi delle scadenze più vicine sono più bassi di quelli delle scadenze più lontane, ndr) avrebbe incentivato i produttori di shale oil a proseguire l’attività estrattiva nonostante la debolezza dei prezzi a pronti: in un’ottica di aumento delle quotazioni, i trivellatori americani avrebbero potuto aumentare le loro scorte per poi rivenderle sul mercato nel momento migliore.
Una situazione del genere avrebbe generato un continuo aumento delle scorte: un incubo per l’Opec che decise di intervenire per portare la curva dei futures in backwardation (quando cioè i prezzi delle scadenze vicine sono più alti di quelli delle scadenze lontane). Il risultato è che in tutta l’area Ocse le scorte sono in diminuzione, a cominciare dalla strutture galleggianti che sono la forma di stoccaggio più onerosa.
Eppure, secondo Nitesh Shah, director Commodities Strategist di Etf Securities, “difficilmente la diminuzione delle scorte durerà a lungo” perché “ai prezzi correnti l’offerta americana è destinata a crescere parecchio”. D’altra parte la produzione statunitense di shale oil è in pareggio a poco meno di 40 dollari al barile e con il greggio Wti a 55 dollari “ci sono ampi margini di redditività. Per questo prevediamo un netto incremento della produzione”. Addirittura l’anno prossimo l’estrazione americana potrebbe raggiungere il suo picco storico superando i 10 milioni di barili al giorno.
A complicare la situazione c’è il fragile accordo raggiunto all’interno dell’Opec sul taglio della produzione per non deprimere i prezzi. “L’intesa – spiega Shah – resiste grazie a paesi come l’Iraq che hanno portato il tasso d’adesione all’85%, ma è un risultato difficile da ripetere perché dipende anche dalle interruzioni delle forniture provocate dal voto sull’indipendenza del Kurdistan. L’Opec ha annunciato la proroga dell’accordo per ridurre la produzione petrolifera di 1,2 milioni di barili fino alla fine del 2018, ma credo che l’adesione ai tagli in questa seconda fase sarà inferiore alle attese”.
Basti pensare che la Russia non ha tardato a dimostrare il proprio scarso entusiasmo nei confronti dell’operazione: una posizione diametralmente opposta a quella della scorsa estate, ma che dimostra come l’appoggio dei partner esterni all’Opec sia diminuito.
Di conseguenza gli addetti ai lavori si aspettano un aumento dell’offerta, mentre la domanda – con i prezzi già saliti del 33% nell’ultimo anno – dovrebbe rallentare andando ad alimentare le scorte. Insomma la backwardation dell’Opec rischia di rivelarsi un vero fallimento perché è probabile che i prezzi tornino a scendere: “Il premio al rischio politico – conclude Shah – è destinato a svanire, salvo in caso di conflitto bellico vero e proprio. La guerra a distanza fra i sauditi e gli iraniani imperversa da oltre due anni, con una scarsa influenza sul prezzo del petrolio a parte l’ultimo periodo. Se i rischi non verranno portati alla costante attenzione degli investitori, i premi tenderanno a svanire nel giro di poche settimane”.

 

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