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In Iran non è come credi PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Scianca x ilprimatonazionale.it   
Giovedì 04 Gennaio 2018 00:39


Neanche come credi tu


La prima regola, quando succede qualcosa nel mondo, è sempre la stessa: controlla cosa ha scritto in proposito Roberto Saviano. La verità, in genere, è quella opposta. Ecco, le rivolte che stanno avvenendo in queste ore in Iran, per esempio, non hanno nulla a che fare con “il diritto alle donne di scegliere se indossare o meno il velo”, come ha scritto il leader del conformificio occidentalista. È però vero che risulta tuttora difficile farsi un’idea chiara di ciò che sta avvenendo in Iran, al di là dei riduzionismi che tanto piacciono da queste parti. E, diciamolo subito, se è riduzionista la lettura che fa di ogni tumulto una “primavera” per i “diritti civili”, lo è anche quella che riconduce ogni tafferuglio a un piano orchestrato dalla Cia. Il che non significa che potenze come Usa, Israele o Arabia Saudita stiano osservando i fatti iraniani con rispettosa distanza. I professionisti della destabilizzazione, tuttavia, intervengono quasi sempre a fenomeno in corso: non lo creano, ma magari intervengono per orientare a loro favore proteste spontanee, che nascono in un modo e possono finire in un altro, il che è peraltro vero anche in senso inverso, come dimostra la stessa rivoluzione iraniana del 1979.

Ma veniamo ai fatti di questi giorni. Le cronache ci parlano di 21 vittime in sei giorni di scontri, mentre gli arresti, quasi tutti a Teheran, sono complessivamente oltre 450. Il 90% delle persone catturate – precisa il ministero dell’Interno iraniano – è composto da teenager e da giovani con un’età media di 25 anni. I giovani, come vedremo, sono una componente fondamentale della vicenda. A smentire l’idea della rivolta liberale c’è innanzitutto la tesi, non verificata ma che circola con insistenza, che vorrebbe gli ultraconservatori dietro lo scoppio dei tumulti, il tutto per mettere i bastoni fra le ruote al riformista Rouhani. Di fatto le manifestazioni sono cominciate giovedì a Mashhad, una città molto conservatrice di due milioni di abitanti nel nord-est del Paese. Sia come sia, ben presto la rivolta si è arricchita di componenti varie.

Le ragioni delle proteste, comunque, sono principalmente economiche, non politiche o tanto meno “di costume”, anche se, come sempre avviene, il malcontento sociale porta con sé insofferenza verso le istituzioni e i loro discorsi legittimanti. Uno dei casus belli riguarda l’aumento del prezzo delle uova, per dire. Bisogna tenere a mente che in Iran l’età media è di 30 anni e il 40% degli abitanti ha meno di 25 anni. Una popolazione non solo giovane, ma anche rampante: il tasso di iscrizione all’Università, nel 2015, è arrivato al 70% (un anno prima, in Italia, era al 49,1%). Quasi il 70% degli studenti universitari è di sesso femminile. Tale vitalità esplosiva non sempre riesce a essere ben rappresentata da un sistema su cui gravano forti ipoteche conservatrici, il che si traduce in una crisi economica di una certa importanza, aggravata peraltro dalle sanzioni occidentali solo parzialmente eliminate dopo l’accordo sul nucleare. Risultato: circa 15 milioni di iraniani vivono sotto la soglia di povertà, ovvero il 20% della popolazione. La disoccupazione giovanile galoppa (28,8%, secondo statistiche considerate troppo prudenti, mentre il tasso generale è del 12%) e anche una serie di “devianze” un tempo rare, dalla droga alla criminalità fino alla prostituzione, stanno diventando un problema. Anche se va detto che Rouhani qualche passo in avanti lo aveva anche registrato, come la caduta dell’inflazione al 10%, dopo che nel 2013 era salita al 40%.

Anche la spiegazione sui giovani senza spazio né speranze è tuttavia limitata. I manifestanti, infatti, sembrerebbero essere per lo più ragazzi poveri, che vivono in provincia o in città medio-piccole, ovvero gli stessi che dipendono dal welfare religioso controllato dai conservatori. Non è probabilmente un caso se la rivolta sia nata nelle città iper-conservatrici di Mashhad e Qom, mentre a Teheran se ne avrebbe avuto solo un’eco lontana. I grandi media, però sono attestati soprattutto nella capitale, ed è per questo che enfatizzano momenti spot senza troppo radicamento col cuore della rivolta, come i gesti contro il velo, anche se poi, in realtà, la protesta è essenzialmente a trazione maschile.

Un altro aspetto da ricordare è il fatto che, malgrado i nostri media dipingano le istituzioni iraniane come un blocco monolitico a cui si opporrebbe un popolo altrettanto unanimemente oppresso, nel Paese mediorientale esiste una vivace dialettica politica, sia ufficiale, fatta di scontri parlamentari e mediatici, che ufficiosa, fatta di intrighi e conflitti sotterranei. Non sempre chi si oppone al governo sta mettendo in discussione in cardini dello Stato iraniano. Questo, anzi, non avviene quasi mai. La famosa “onda verde” del 2009, per esempio, si strutturava attorno a Mir-Hossein Mousavi e Mehdi Karrubi, due figure politiche d’opposizione al governo di Ahmadinehjad e ai suoi presunti brogli. Nessuno scendeva in strada per avere Starbucks e le unioni civili, si trattava di una partita tutta interna, a cui peraltro l’Iran, dopo le dure repressioni nell’immediato, seppe dar sfogo secondo i propri canali, marginalizzando col tempo Ahmadinehjad e dando spazio a un governo più riformista.

Stavolta accadrà lo stesso? Nulla può essere detto con certezza. La cifra politica della rivolta è poco chiara, si va dalla nostalgia per la rivoluzione del ’79 a richiami allo Scià che proprio allora fu cacciato dal Paese. E poi c’è la questione delle ingerenze esterne, risibile se presentata come spiegazione onnicomprensiva e monocausale, come pretenderebbe la stampa conservatrice iraniana e i soliti devoti delle false flag di casa nostra, ma più che reale se vista nella sua autentica dimensione. Rispetto al 2009, anno delle ultime proteste di una certa ampiezza, molta acqua è passata sotto ai ponti. La svolta impressa agli Usa dall’amministrazione Trump, la nuova fiammata israeliana dovuta alla questione di Gerusalemme capitale, il rinnovato protagonismo saudita stanno creando una situazione incandescente in cui proprio la l’attivismo iraniano nell’area potrebbe essere il prossimo obbiettivo. Gli americani soffiano sul vento della rivolta, in modo peraltro trasversale ai partiti, dato che Sanders, a riguardo, non ha posizioni diverse da Trump. Per poter davvero destabilizzare il Paese, tuttavia, gli agenti esterni avranno bisogno di una quinta colonna in grado di mettersi alla testa delle proteste, ammesso che queste continuino. Il fermento che si sta registrando nelle zone delle minoranze curde e sunnite può dare un’indicazione su quali possano essere le carte che i nemici dell’Iran potranno schierare sul territorio.

Al momento, tuttavia, qualsiasi congettura sugli esiti del fenomeno è prematura. La speranza, ovviamente, è che il futuro del popolo iraniano resti nelle mani del popolo iraniano. E che la stampa occidentale la smetta di guardare al resto del mondo come se fosse il proprio ombelico. Anche perché, come ha scritto Fulvio Scaglione su Linkiesta, si tratta di vaneggiamenti inutili, “come se i giovani iraniani scendessero in piazza per fare un piacere a noi, per avere più McDonald’s o votare Donald Trump. O come se il problema fosse il velo delle donne, altra fissazione di una società occidentale infatti pronta a idolatrare Macron e signora e convinta che permettere a chiunque di sposare chiunque sia più importante che trovare un lavoro ai giovani”. Qualcuno lo dica a Saviano, per favore.

 

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