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Razza PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Mercoledì 17 Gennaio 2018 02:09


Don't say the word

Diatriba a proposito della razza, scatenata dal blitz mediatico di Attilio Fontana, candidato governatore della Lombardia.
Da un lato troviamo i custodi del politicamente corretto che s'indignano e gettano Fontana e le destre in pasto all'opinione pubblica, ignari che la gente la pensa però in gran misura come il candidato eretico. Prede di una sindrome autistica da cerchia chiusa, questi geni non si sono accorti che i dogmi di cui sono custodi non sono più quelli della gente e - questo è il punto più significativo – neppur più così popolari tra i loro padroni perché inadatti ai necessari aggiustamenti dell'epoca.
Dall'altro lato troviamo una maggioranza non più tanto silenziosa che approva il reprobo facendo però attenzione, con mille distinguo, a non passare per razzista perché non ne sopporterebbe il peso morale. Eppure, proprio per questo arazzismo, si ritrova a incarnare in fondo quello che il razzismo, secondo gli antirazzisti, rappresenterebbe, ovvero un'intolleranza viscerale a difesa di privilegi socioeconomici.

La guerra delle parole
Il problema è dato dalla distorsione e dalla reductio ad unum del termine "razzismo" al positivismo Wasp a sfondo classista e inculturale. Ma "razzismo" non è quello, o comunque non solo quello, bensì difesa delle stirpi e delle culture, non in antagonismo tra di loro ma di esse, unite, contro chi le vuole estinguere. Perdere la guerra delle parole e quindi abbandonarle significa perdere la guerra tout court. Andando ben di là dal caso specifico, non va tradita la lingua, non vanno traditi i concetti, per tema di anatemi. La corrosione sovversiva si fonda innanzitutto sulla dannazione delle parole. Furono oltre 700 le parole sulle quali il Soviet decise di operare nel 1920; non ha mai smesso. Serve un'autentica rivoluzione culturale che si ancori sul significato delle parole scientemente maledette e che ci consenta di riaffermare il reale contro l'utopico, vincendo le tentazioni di concedere al Grande Fratello, ovvero di andare nella direzione che intende lui, schiavi della sua "morale".

Venire a capo della confusione
Il dibattito su razza e razzismo, se mai ritenessimo che vada aperto, non si risolverebbe in tre minuti, così come il venire a capo della confusione tra tanti argomenti non necessariamente compatibili tra loro che vengono assemblati sotto la stessa etichetta.
Esistono razzismi assolutamente contrapposti, poi esiste la xenofobia e ancora dei concetti a parte come l'antisemitismo (o gli antisemitismi). Una sintesi essenziale l'ho esposta nel mio libro Tortuga.
Ma il dibattito è troppo alto per un'epoca in cui tutti gli orrori concettuali che si attribuiscono al razzismo sono impersonati dall'arazzismo, mentre tutte le discriminazioni, le violenze morali e culturali, le disumanizzazioni, sono appannaggio del cosiddetto antirazzismo che in effetti è contro tutte le razze, i popoli, le culture, i sessi e le personalità.

Piantiamola con le cazzate!
Razza vuol dire tante cose e il dibattito sui suoi significati e sui suoi livelli, quando sia serio e consapevole, non può che essere ricco e articolato. Ma di sicuro sostenere che chi difende il concetto di stirpe e il valore del dna intenda sottomettere, discriminare o magari uccidere coloro che appartengano a un'altra stirpe, o anche solo che rifiuti ogni incrocio genetico, è demagogia pura, legata ad ignoranza crassa. Il razzismo socioeconomico Wasp – che poi altro non è che la versione grossolana dell'attuale “antirazzismo” mondialista – pretende ovviamente che sia giusto e doveroso sterminare i pellerossa, schiacciare i palestinesi, scacciare i messicani e sparare sui gommoni.
Ma questa è roba “loro”: è l'altra faccia della stessa medaglia uniformante e piallante, è pura logica capitalista e comunista insieme, con forte impronta veterotestamentaria e accento inglese.

La causa dei popoli
Chi in passato aveva chiaro il concetto di razza, aveva quello di razze e si batteva per l'esistenza di tutte queste contro la minaccia del Nientificante.
In guerra militarono nel campo anticolonialista e furono all'origine sia del panasiatismo che della creazione di una causa araba. Dopo la guerra furono nel campo antimperialista.
Da bambini giocavano soprattutto ai pellerossa, così come l'intera gioventù germanica da fine Ottocento fino a metà del secolo scorso.
Io non ho mai smesso, né d'identificarmi nei pellerossa, né di sostenere le cause dei popoli contro quella disumanizzante del buonismo usuraio e assassino.
Dobbiamo tenere a mente tutto questo, non solo il fatto che il termine razza si trovi nella lingua italiana, nella scienza, sottinteso nel testo completo dell'Inno di Mameli, nella Treccani e nella Costituzione, così come nella percezione collettiva, benché timorosa di pronunciarlo.
Non è importante rilevare solo questo, perché potrebbe sempre significare che si tratta di un oscurantismo del quale non ci si è ancora liberati. Bisogna essere coscienti che il significato storico e ideale non è quello che gli attribuiscono i custodi autistici dei dogmi dell'Utopia Nientificante.

 

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