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Scritto da lastampa.it   
Martedì 06 Marzo 2018 00:18

Che avvenire per l'automobile?

Paolo Tumminelli, lei è un designer di automobili e ha scritto la trilogia Car Design. Da dove nasce la sua passione?
«Penso che sia nel mio Dna. La mia prima esperienza emotivamente forte è accaduta in auto. Quando mio fratello ed io eravamo piccoli, mia nonna, che era stata pilota di rally, ci portava in giro con la sua Citroën DS. Era un viaggio magico - proprio come volare. Una mattina dirigemmo verso il Lago di Garda, la strada che lei amava di più, ma guidava pianissimo. Sulla via del ritorno mi sono reso conto che stava piangendo. Ho notato una macchina della polizia in lontananza, così le ho detto “Nonna, perché piangi? Stai andando così piano che la polizia non ti dirà nulla”. Non mi rispose. Ci lasciò per andare in ospedale. Aveva il cancro e non sopravvisse. Avevo tre anni e mezzo e mi ci sono voluti decenni per capire il significato di quell’ultimo incontro».
Perché è andato a vivere in Germania?
«Non era pianificato. L’architettura non aveva alcuna considerazione per il design automobilistico e ho faticato per convincere il mio professore ad aiutarmi nella tesi sull’Alfa Romeo. Dopo l’università sono diventato l’assistente del pilota Gianpiero Moretti al Momo, e il mio primo articolo per Domus riguardava la Renault Twingo. Ma ho capito che dovevo staccare per un po’ dal mondo delle auto e così mi sono trasferito in Baviera alla Rosenthal nel settore della porcellana. Negli Anni 90 sono stato coinvolto nel vortice estatico della New Economy e sono finito in Frog Design, allora la più grande società di consulenza al mondo».
Quando è tornato all’automobile?
«A 35 anni ho capito che da dipendente non puoi realizzare i tuoi sogni. Fortunatamente a quel punto mi è stata offerta una cattedra a Colonia, sede di una rivoluzionaria scuola di design: in Germania devi essere preciso e avere un ruolo. Continuavano a chiedermi: “Di che settore sei esperto?” Mi sono detto: “La cosa che conta di più per te è l’automobile, quindi dài!” Nel 2002 ho scritto il mio primo libriccino, intitolato semplicemente Car Design».
Il design dell’auto è cambiato molto nel corso degli anni, vero?
«Sì, è cambiato il settore, la società, e anche la funzione dell’auto. In Europa, l’auto fu sfruttata dal fascismo come strumento di propaganda. Hitler decise che la Germania aveva bisogno della Volkswagen, l’auto del popolo. Mussolini in realtà lo anticipò, con la Balilla e poi la famosa Topolino. I dittatori videro nella velocità un mezzo per mostrare il potere simbolico di una nazione. Nell’Europa del dopoguerra l’auto era considerata fascista, per questo non hanno migliorato le strade o costruito parcheggi. In America invece amavano l’auto perché era un veicolo di libertà, faceva parte del sogno. In Europa l’immagine dell’auto è stata stravolta per affrontare i conflitti sociali. Trovo un ovvio parallelo tra le immagini dell’alluvione di Firenze del ’66, con le macchine rotolate nel fango e quelle date alle fiamme durante il maggio francese nel ’68 a Parigi».
Perché avvengono questi cambiamenti?
«Il prezzo che paghiamo per l’abbondanza dei consumi è il senso di colpa. Ora il verbo è diventato condividere, persino la Merkel dice che in futuro i veicoli autonomi saranno consentiti solo con un permesso speciale. Non sono sicuro che siamo pronti ad accettarlo. L’autodeterminazione è il principale motore di evoluzione, la proprietà è arrivata come ricompensa. Cambiare le regole della mobilità implica modificarle tutte. Da 4500 anni viviamo in una società basata sul movimento. C’è un legame diretto tra il mito di Icaro e il rito di iniziazione di Dustin Hoffman ne Il laureato fino alla “voglia di velocità” dei videogiochi. Non riesco a immaginare di vederlo cancellato nell’arco di una generazione». 
Lei sta per organizzare “Grand Basel”. Che cosa sarà?
«Sarà un Salone dell’auto che provi a spiegare la qualità, la cultura, il valore e il significato dell’auto in relazione alle arti, alla moda, al design, all’architettura. Esporremo auto da collezione, classiche, moderne e contemporanee. La selezione non sarà basata sul prezzo, ma sul valore e sul significato. Inoltre vogliamo dimostrare come l’auto interagisca con la politica, la società e lo stile di vita. Grand Basel sarà un luogo per celebrare la cultura dell’auto e per promuovere la sua evoluzione». 
Le auto così come sono ora diventeranno oggetti da collezione?
«Questo è ciò che predisse Ferdinand Porsche. Le nuove forme di mobilità non le faranno sparire. Prendiamo gli orologi, ormai sono sullo smartphone ma molte persone indossano orologi da polso e il classico orologio meccanico è diventato oggetto di collezionismo. La Google Car potrebbe far cambiare la Ferrari, ma la Ferrari non morirà mai. Tesla afferma che le loro auto possono guidarsi e parcheggiarsi da sole, ma la trasformazione richiederà decenni. È un’opportunità di ridefinire il concetto di mobilità, le madri sollevate dal ruolo di autisti dei propri figli, gli anziani liberi di estendere la loro socialità grazie a veicoli accessibili». 
E il design automobilistico?
«Vedo lo stesso spirito d’avanguardia di 100 anni fa, con una nuova tecnologia digitale e motori elettrici. La tecnologia ci darà auto lente, ma intelligenti. Ma non si tratta solo di muoversi. In futuro potremo fare tutto in macchina; dormire, lavorare, amare, mangiare, bere, giocare. Il futuro dell’auto mi appassiona, perché amo il suo passato». 

 

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