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L'Europa non si deve lasciare travolgere PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Mauri occhidellaguerra.it   
Lunedì 16 Aprile 2018 00:08



I nodi in Siria

Stiamo vivendo ore drammatiche per le sorti della Siria, e, a causa delle alleanze in gioco, per il mondo intero. Lunedì, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu convocata per dirimere la questione mediorientale, si sono sentiti toni che non si sentivano dai tempi della crisi dei missili di Cuba, ed oggi l’alterco tra Washington e Mosca è proseguito per voce dei diretti protagonisti, con Trump che in un tweet avvisa la Russia di missili “smart” in arrivo e Lavrov che risponde che se i missili Usa fossero davvero intelligenti avrebbero colpito i miliziani dell’Is e non le Forze Armate del legittimo governo siriano.
Sembra che l’orologio della storia si sia rimesso in cammino e anche questa volta l’Europa ne sarà direttamente coinvolta.
Trump è diventato lo strumento di un establishment politico/militare che non può permettere che la Russia ritorni ad essere una potenza globale competitiva – al pari della Cina – e nemmeno permettere che l’Europa sfugga al controllo di Washington.
La vulgata vorrebbe che le nazioni europee, soprattutto quelle occidentali, siano ben salde sotto il giogo americano, ma importanti segnali di “ribellione” sono emersi soprattutto nel corso dell’ultimo anno. Potremmo indicare come data spartiacque il referendum sulla Brexit e la conseguente partenza a razzo di alcuni importanti programmi di Difesa congiunta europei che sino ad allora erano stati boicottati internamente da Londra, da sempre più filo-atlantica che filo-europea.
Vi avevamo già parlato di Pesco, la cooperazione permanente strutturata per la Difesa nata a novembre dello scorso anno e siglata da 23 Paesi dell’Unione che è solo il punto di arrivo di un processo nato qualche mese prima, appunto subito dopo l’uscita del Regno Unito dai meccanismi decisionali dell’Ue.
A giugno infatti era stato lanciato il Fondo Europeo per la Difesa e per la prima volta i vari programmi, che sono finalizzati ad ottenere anche un esercito europeo, sono finanziati con una pioggia di milioni di euro.
Un progetto industriale simile, a trazione franco-tedesca, non può che preoccupare i costruttori di armamenti di oltre Atlantico: Washington tempo fa si era già lamentata accusando di “protezionismo” l’Ue e la predica arriva da un pulpito assolutamente ipocrita, dato che per le aziende di armamenti europee che vogliono entrare nel mercato interno americano l’iter, per farla molto breve, prevede che queste, oltre a cedere brevetti e licenze, costituiscano una joint venture con una società autoctona – quindi di proprietà americana – e che si impieghi personale americano. Sostanzialmente di europeo resta solo il nome della consociata. Nota a margine: una delle debolezze, consapevole o meno, di Bruxelles sino ad oggi è stata anche quella di non aver preteso pari diritti e condizioni, e ci siamo ritrovati con i Faco dell’F-35 che non hanno propriamente le stesse regole che valgono per noi negli Usa.
Anche l’appello rivolto agli Stati europei a raggiungere il 2% del Pil per la Difesa, enunciato dalla Nato ma voluto fortemente dall’amministrazione americana, ha un senso se si pensa che la finalità politica, oltre ad essere quella di sgravare gli Usa dal peso militare del contrasto alla Russia, è quella di poter vendere i propri sistemi d’arma alle cancellerie europee. Piano che salterebbe grazie alla maggior cooperazione dell’industria europea in questo senso.
Brexit sostanzialmente è come se avesse slegato le catene del resto d’Europa e questa rinascita europea, per ora solo sulla carta ma ben avviata con fior di finanziamenti come già dicevamo, mette in pericolo la tenuta di quel lungo guinzaglio che ci lega agli Stati Uniti. Notizia recente è che la Germania e la Francia si stiano accordando per la costruzione di un caccia di sesta generazione, che nel quadro di Pesco, potrebbe vedere allargata la propria partecipazione ad altri partner europei e farne un nuovo progetto multinazionale, com’era da auspicabile anche per il caccia di quinta generazione.
A livello energetico poi gli Stati Uniti si sono sempre detti preoccupati dalla “dipendenza” europea dal gas russo: i raddoppi delle pipeline come Nord Stream e la costruzione di nuove sono sempre stati osteggiati da Washington – che molto probabilmente è l’abile regista dietro le quinte dell’affossamento di South Stream che ha duramente colpito i nostri interessi essendo coinvolta Saipem con un contratto miliardario.
Non è un segreto che Washington voglia inserirsi nel mercato del gas europeo anche per ammortizzare la bolla speculativa del gas shale di produzione americana, tanto che navi metaniere provenienti da oltre Atlantico si sono già viste nei nostri porti, ma quello che più conta è cercare di tagliare il cordone ombelicale che ci lega a Mosca sempre per cercare di minarne la bilancia commerciale, ancora fortemente dipendente dal mercato degli idrocarburi.
Ecco quindi che è stato servito su di un piatto d’argento l’occasione per soffocare ogni tentativo di autonomia europea: il caso Skripal. Non è una coincidenza infatti che la questione sia nata da Londra e che sia nata proprio ora. Non vogliamo entrare nel merito della liceità o meno delle accuse inglesi – che comunque paiono molto aleatorie a chi scrive – ma analizzarne solo gli effetti: un ricompattamento dei Paesi dell’Alleanza Atlantica intorno a Londra e quindi intorno a Washington. L’espulsione dei diplomatici russi, e le successive contromisure di Mosca, hanno modificato profondamente i rapporti tra Europa e Russia che forse sono stati definitivamente compromessi: a titolo d’esempio possiamo citare che la stessa Germania, che sino a oggi ha sempre tenuto un atteggiamento cauto in merito a certe scelte diplomatiche sanzionatorie, ha fatto sapere ieri che farà marcia indietro sul Nord Stream 2 – il raddoppio del gasdotto che la collega alla Russia – se non verrà garantito un ruolo specifico nel mercato del gas all’Ucraina, ovvero piegandosi sostanzialmente ai diktat di Washington. Le parole del Cancelliere tedesco Merkel, a scanso di equivoci, sono state “non è possibile che l’Ucraina non abbia alcuna importanza nel transito del gas a causa di Nord Stream 2”. Un dietrofront del tutto inaspettato e un po’ fuori tempo massimo visto l’andamento dei permessi ottenuti e visto che solamente a febbraio il Cancelliere aveva difeso il Nord Stream 2 assicurando Varsavia che non avrebbe costituito una minaccia alla sicurezza energetica dell’Europa, ritenuta dalla Polonia troppo dipendente dalla Russia.
Per tutta risposta il gigante russo dell’energia, Gazprom, ha fatto sapere che pur di mantenere vivo il progetto è disposto a riconsiderare i transiti di gas dall’Ucraina sebbene a volumi ridotti e a condizione di un contratto redditizio, decisione che crediamo abbia messo in imbarazzo Berlino.
Un’Europa quindi che si trova presa tra due fuochi e che corre il serio rischio di vedersi profondamente ridimensionata soprattutto qualora Francia e Inghilterra decidano, e pare cosa fatta, di appoggiare lo scellerato intervento americano in Siria. Di più. Una risposta non uniforme dell’Ue significherebbe una volta di più che l’Unione è solo un grosso castello di carte e che è possibile, per Russia e Usa, spezzarla per i propri interessi: se nazioni come la Germania o la stessa Italia si dicessero contrarie all’intervento sarebbe una grande vittoria mediatica per Mosca e dimostrerebbe l’inconsistenza politica di Bruxelles. Fattore su cui punta anche Washington ma per piegare al proprio volere i suoi Stati membri, e come abbiamo visto sembra che ci sia riuscita con successo.
Sul piatto però c’è ben più della reputazione dell’Europa come entità uniforme e coordinata, e ben più di una semplice schermaglia industriale ed energetica, ora si sta giocando una partita pericolosa che potrebbe facilmente degenerare – anche per una questione di prestigio internazionale di Mosca e Washington – in un’esclation armata senza precedenti, in un conflitto aperto tra potenze che, ancora una volta, ci vedrebbe coinvolti.

 

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