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La battaglia come esperienza interiore PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Pennetta ereticamente.net   
Martedì 24 Aprile 2018 00:42


Jünger, la guerra e la pace

“E l’essere umano è buono. Altrimenti come ci si potrebbe addossare gli uni agli altri? Ognuno sostiene di essere buono. Nessuno ha attaccato. Tutti sono stati aggrediti” (1).
La pace, prima di diventare tale, ha fatto la guerra. Ci avete mai pensato?
Ogni uomo si comporta come è nella sua natura. Gli uomini uccidono altri uomini perché in loro è naturale farlo: “per prima cosa siamo esseri umani (…) Ma proprio perché siamo esseri umani verrà sempre il momento in cui dovremo saltarci addosso” (2), per un sogno di conquista, un desiderio di vendetta, una volontà di rapina. Perciò Jünger scrive “vivere significa ammazzare” (3). Ci vuole una punta ben arrotondata per far passare un uomo per un instancabile cacciatore di mosche (4) piuttosto che per un assassino consumato. Il bambino che roteava i pugni chiusi è oggi il pacifista che con le mani in tasca “va a vedere gli incontri di boxe” (5).
La pace è la superficie fredda di un’anima morta. La guerra, intesa come battaglia interiore, sgorga come lava sensibile e onnipotente dal cratere dello spirito ardente quando ha rotto ogni limite (6). La battaglia è anche una forma di vita, la cui intuizione virile pulsa come sangue vivo e in salute nel polso di colui che è predestinato. “Solo chi è forte tiene il proprio mondo in pugno: il debole è destinato a farlo evaporare nel caos” (7).
Jünger fa uscire l’uomo dalla caverna esistenziale del suo piccolo guscio primitivo per espanderlo e unirlo illimitatamente alla vita; il filosofo infatti demolisce la gabbia della cecità ideologica e il cuore della coscienza riprende a battere illuminato da mille soli detonanti. La luce del cambiamento respira. L’oceano del destino si rovescia sul deserto dei sepolti vivi. L’esistenza scroscia sulla terra scoppiando come un temporale. L’uomo accalorato è nudo sotto il diluvio d’amore, egli ama la vita e la vita ama lui. Mondo interiore ed esteriore si baciano.
Jünger è il filosofo combattente o il combattente filosofo (che poi è la stessa cosa) capace di prendere un alito della vostra vita ordinaria, imprimergli forza, farlo crescere sino a trasformarlo in un vento muscoloso che sposta e cambia il futuro. Mentre il borghese si spegne nell’ignoto come l’effimero fascio di luce al tramonto, l’uomo combattente di Jünger è sempre vivo. La Storia non ama gli uomini proni né addossati al muro della terra di nessuno. La Storia fa il suo corso, gli uomini per lo più fanno la loro vita. Ma voi fate incontrare la Storia e la Vita. Fate incontrare il vostro tempo e il tempo della Storia. Il tempo: il tempo non si ferma mai, non si solidifica. Non fategli un monumento né un sepolcro. Il tempo è sempre vivo, siate vivi voi stessi. Questo è l’invito di Jünger.
La vita si tende in interminabili giorni. Meravigliose albe di fuoco eterno. Tramonti rossi che non muoiono mai. Canti primaverili di soldati. Ciò che sembrava destinato a perire nella vecchia vita, anzi non-vita, ora vive e combatte. “Cosa c’è di più sacro di un essere umano combattente?” (8).
Nei boulevards il sangue del pacifista scorre festante avanti e indietro come un buon bicchier di vino rosso nella gola dell’ubriaco. È la marcia della pace. Il giudizio di Jünger affonda inarrestabile nella verità della carne: “la propria persona è quanto di più sacro, motivo per cui [il pacifista] fugge o teme lo scontro” (9). La pace è la superficie levigata come il marmo lucente, lontana, irreale, di uno stesso tavolo da gioco le cui gambe leonine si piegano nel profondo buio di un buco di vita di trincea. “Si è forgiato il più puro spirito guerriero; si è combattuto, perché era nelle cose” (10).
Il coraggio è “l’assalto dell’idea alla materia” (11) del vaso immobile del mondo e possedere coraggio significa, per Jünger, essere all’altezza del proprio destino sotto qualsiasi forma, anche quella del fischio mortale della guerra. C’è un singolo angolo di tempo nella vita di ogni uomo in cui l’esteriorità della lotta, cioè il mondo esterno, si spegne come una torcia nell’istante in cui la volontà si accende e ogni ostacolo attorno muore in un lampo (12). Così, sotto una cascata danzante di fuoco spirituale, esondante dal braciere vulcanico della battaglia interiore, l’uomo viene ribattezzato a nuova e disinibita vita. L’uomo è finalmente salito sul promontorio dell’universo per gettarsi nell’infinito. È la vittoria della vita spirituale sulla morte.
Il pacifista ha una sola, raffinata, femminile (13), idea: la pace, una graziosa statua emersa dagli scavi dell’umanità. Egli continua a scavare mentre l’umanità affonda e la terra diviene un groviglio di uomini vivi e morti. Alla radice della lotta non c’è sempre una volontà di morte, a volte è la vita che lotta per vivere. Il pacifista non saprebbe tenere la posizione né andare avanti. Su ogni sporgenza di vita che va sbriciolandosi sotto il peso della Storia troverete un soldato tutt’uno con il suo buco: non può “rimanere là sotto, eppure mostrarsi in superficie era morte certa” (14). In quale mercato rionale del pianeta morale il pacifista è andato a vendere le sue scarpe tirate a lucido affinché possa dire non ho piedi per marciare?
Il pacifista è l’uccellino che pigola per non uscire dal nido.


NOTE:

(1) E. Jünger, La battaglia come esperienza interiore, Piano B, Prato, 2017, pagg. 75-76
(2) cit., pag. 65
(3) cit., pag. 57
(4) “Ma quando sei tu, in piena goduria, a startene accovacciato dietro la mitragliatrice, quel movimento là davanti altro non è che una danza di mosche”, cit., pag. 65
(5) cit., pag. 56
(6) “Le vere fonti della guerra sgorgano dal profondo del nostro petto, e tutto l’orrore che poi inonda il mondo è solo un’immagine riflessa dell’anima umana che si palesa negli avvenimenti”, cit., pag. 59
(7) cit., pag. 56. Jünger ironizza su coloro che, lontani dal fronte, “si scandalizzavano della guerra per iscritto per poi sostenere di aver avuto il polso della propria epoca!”, cit., pagg. 79-80
(8) cit., pag. 66
(9) cit., pag. 56
(10) cit., pag. 71
(11) cit., pag. 66
(12) “La perfezione. Ecco il punto. Lo spingersi agli estremi delle proprie capacità, il modellare la realtà nella sua forma più pura”, cit., pag. 76
(13) “Esiste un solo punto di vista per contemplare il fulcro della guerra, ed è quello mascolino”, cit., pag. 72
(14) cit., pag. 63.

 

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