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L'Italia non è il Giappone PDF Stampa E-mail
Scritto da Giacomo Petrella x europanazione.wordpress.com   
Martedì 05 Giugno 2018 00:53


che, come la Germania, segna una strada sua. Ma non tutto va bene

 

Eh ma il Giappone stampa. E stampa tanto. E se ne frega del debito pubblico. E cresce. Giappone. Facciamo come il Giappone.
Questa è la principale critica o risposta che l’ambiente del sovranismo (oggi al governo) utilizza nei confronti di chi auspica per l’Italia una presa di coscienza ed un processo di leadership all’interno dello spazio politico dell’Europa nazione.
Insomma perché mettere i conti a posto, rivedere il proprio assetto, quando si può fare come gli altri? Il debito pubblico, in fondo, è il risparmio dei cittadini. Basterebbe avere una Banca centrale pubblica e ripartire come i nipponici.
Cerchiamo di fare chiarezza sui due marchiani errori che accompagnano questo parallelo populista.
Uno, il semplicismo: il populismo offre soluzione tecniche di tipo taumaturgico, senza riportare le conseguenze negative di tali soluzioni. Come l’Italia degli anni 70, a seguito di politiche monetarie costantemente espansive e dello shock petrolifero, il Giappone cadde in una spirale iperinflattiva gravissima. Con conseguenze disastrose per il benessere della popolazione. Il semplicismo dimentica di preparare i cittadini ad affrontare dinamiche complesse e critiche come questa. Lo mantiene allo stato infantile.
Due, il meccanicismo materialista: Italia e Giappone non sono la stessa cosa. L’economia non è una scienza esatta, ma è scienza sociale. Il populismo se ne dimentica, volutamente, poichè il bacino politico di riferimento non è passibile di critica.
Dunque ci si dimentica l’infinità di studi sul così detto capitalismo renano-nipponico: un capitalismo assai differente da quello anglosassone. Dove la responsabilità sociale d’impresa è sentitissima, dove i manager hanno effettiva capacità direttiva e libertà strategica e la cui selezione avviene spesso all’interno della dialettica capitale/lavoro; dove la partecipazione in senso corporativo (azienda come la patria) è un dato di fatto; dove, per conseguenza, ad ogni sacrificio della classe lavoratrice corrisponde una fattiva divisione dell’utile secondo produttività.
Guarda caso, questo modello, unisce due antropologie del tutto simili, quella del samurai e della nobiltà Junker, per le quali la separazione fra ambito pubblico e privato trova sintesi in un ostentato senso dell’onore e dell’ordine. Persino la Yakuza, a differenza delle mafie italiane, fa parte di questo processo costantemente produttivo.
Tuttavia, per situazioni storiche e politiche differenti, la Germania è campione del controllo dei conti pubblici a differenza del Giappone. Un paradosso che tuttavia non cancella i risultati del capitalismo renano-nipponico. Germania e Giappone da decenni conquistano i mercati con prodotti di massa e di eccellenza tecnica. Consolidando, ciascuno, il proprio spazio geopolitico.
E l’Italia? In Italia esistono sprazzi di capitalismo sociale. Ma la realtà è tutta diversa. Il modello padronale anglosassone è rimasto inalterato. I manager sono yesman. Con il crollo dei conti pubblici del regime consociativo, capitale e lavoro sono tornati ad una non nascosta ostilità di classe. Investimenti e produttività languiscono. Tutto è osservato dall’ottica temporale dell’immediato domani.
Chi dunque, come noi, auspica un’Italia al centro di un’Europa forte, lo fa poichè cosciente di una storia comune in grado di innalzare la propria antropologia, in senso Romano, migliore. Soltanto usciti dal semplicismo e dal meccanicismo materialista potremo cominciare a parlare di economia in modo serio.

Ultimo aggiornamento Domenica 03 Giugno 2018 20:38
 

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