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Se Mosca fa il piedino a Bruxelles PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 17 Giugno 2018 13:00


Chi indirizzerà il populismo e come? Cosa ne pensa il Cremlino

 

Chi impugnerà il populismo e per farne cosa?
Verrà impiegato dagli americani come zavorra e grimaldello per annullare le volontà europee di emancipazione dal dominio di New York, con tanto di esercito europeo, flotta europea, politiche europee e nostra sovranità? O si schiererà per dei cambi radicali nell'Unione burocratico-mercantile, ma nella direzione di un'Europa migliore, autonoma e sovrana?
Impossibile dirlo oggi  per la composita formazione del populismo in Italia, ma anche in Austria, Ungheria, Francia, Germania, Polonia, è difficile definirlo con esattezza.
La nostra disamina  ci vede molto guardinghi nei confronti dei 5 Stelle nella loro interezza e poi nei riguardi dei ministri della Difesa, degli Esteri e degli Affari Europei che ci sembrano decisamente commissari americani.
A farci sperare che le cose vadano diversamente sono però gli stretti rapporti economici del nord-est con la Mitteleuropa e con la Germania nonché gli interessi che legano quest'ultima alla Russia.
Una delle domande più ricorrenti in questi giorni, viste le relazioni esistenti (anche) tra Mosca e i populisti europei è: cosa vogliono i russi?

Oscillanti orientamenti del Cremlino
La domanda è lecita perché il Cremlino ha cambiato più volte linea seguendo gli interessi del momento. Per i primi quattordici anni del secolo aveva sostenuto l'Euro e i rapporti con Parigi e Berlino. Dopo la crisi ucraìna – che è stata l'effetto di un gigantesco mutamento di relazioni di potenza più di quanto ne sia stata la causa – la linea della nuova Yalta nella “Guerra Fredda” imposta da Obama venne sposata dai russi che divennero improvvisamente anti-Euro ed euroscettici.
La rozza variante di Trump, come auspicavamo il giorno stesso della sua elezione, ha finito con il rimescolare le carte e proprio il presidente più filomoscovita ha spinto i russi a rivedere la logica di Yalta. Sarebbe qualcosa di paradossale se non fosse una regolarità della storia che le potenze s'insultino e si minaccino proprio quando più cooperano tra loro mentre quando s'incensano reciprocamente sono in reale competizione.
La Russia, allora, è tornata a guardare all'Europa in modo positivo? E c'è da sperare che le sue influenze nel populismo italiano ed europeo possano controbilanciare le manovre americane?
Quello che fino a ieri era un auspicio dettato da logiche razionali, sembra si possa concretizzare.
A fine anno Trenin, direttore di uno di principali Think Tank russi, aveva proposto la revisione della politica verso la UE per un ritorno alla distensione passata, al fine, secondo lui, di sottrarre la Russia alla subordinazione nei confronti della Cina.
In seguito tanto Lavrov quanto Putin hanno dichiarato di gradire un'Unione Europea forte purché sulla strada dell'autonomia.

Una preferenza per l'Europa forte
Recentissimamente Andrei Kortunov, direttore del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali, quindi autorevole voce della Nomenklatura, ha stilato quattro scenari possibili per gli anni avvenire.
Il primo, catastrofico, vede l'indebolimento e la perdita di ruoli decisivi sia della Russia che della UE. Il secondo immagina invece ambo le entità forti, con la tenuta dell'asse franco-tedesco e la vittoria da noi dei liberisti contro i populisti. Questo scenario per Kortunov riproporrebbe logiche da guerra fredda e vincolerebbe eccessivamente la Russia alla Cina. Un terzo scenario prevede l'indebolimento e lo smembramento della UE che diventerebbe preda di interessi economici russi e cinesi sulla via della Seta, ma, avverte, questo comporterebbe la formazione di un autentico melting pot e schiaccerebbe la Russia sulla Cina. Invece di uno spazio comune – udite, udite! - da Lisbona a Vladivostok, Mosca ripiegherebbe sullo spazio da Shanghi a San Pietroburgo.
È sul quarto scenario che si concentrano le preferenze del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali. Esso auspica una 'Europa a due gambe' con la UE forte e la Russia riformata. Bruxelles riconoscerebbe allora l'Unione Eurasiatica come un partner strategico e – realpolitik – la stessa Ucraìna diventerebbe un ponte naturale tra le due entità; in tal caso i russi potrebbero anche gradire l'adesione di Kiev alla UE.
L'analisi si conclude stabilendo che se la politica americana può spingere la UE verso la Russia, l'irresistibile rafforzamento cinese spingerà dall'altra parte la Russia a cercare nuove opportunità a Bruxelles.

Assumere noi un ruolo
Il primo semestre del 2018 ci ha fornito rassicuranti prospettive sulla disposizione russa verso l'Europa. Non possiamo sostenere che si tratti di qualcosa di definitivo sia perché la democratura  è comunque pluralista sia perché la politica del Cremlino è stata finora altalenante e può cambiare in qualsiasi istante; comunque la congiuntura è positiva. Infine le riflessioni russe provano ulteriormente come il nazionalismo europeo – meglio se rivoluzionario – sia la scelta giusta e l'eurodistruttivismo quella sbagliata. Il populismo è agitato tra questi due poli opposti e il nostro compito è di far prevalere quello giusto. Chi si ostinasse a pretendere di disgregare l'unità europea e di contrastare l'assertivismo tedesco, ormai, se non è un servo pagato, o anche gratuito (questione di indole), sta proprio fuori strada. Diciamo che è superficiale, sprovveduto o abbagliato. Oppure non vuole ammettere di essersi sbagliato e quindi si ostina cocciutamente a farlo.
Chi insiste si esprima per favore in inglese, l'unica lingua europea che può formulare coerentemente l'antieuropeismo e la prosecuzione del servilismo settantatré anni dopo.
Noi intendiamo tornare sovrani nell'Europa Imperiale e, una volta tanto, la storia può essere con noi.

Ultimo aggiornamento Domenica 17 Giugno 2018 13:06
 

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