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Il vertice e la crisi dell'Europa PDF Stampa E-mail
Scritto da Giacomo Petrella per euronazione.wordpress   
Sabato 23 Giugno 2018 07:41

 

 

Comunque vada il vertice di domani una cosa è certa. Serve più Europa. Non l’Europa liberal democratica che avevano in mente i residui del partito radicale internazionale, ma l’Europa che non esiste ancora: uno spazio geopolitico autonomo capace di competere nella lotta per il potere globale.

Chi pensa che le singole nazioni ottocentesche possano governare fenomeni complessi come immigrazione e crisi dei debiti sovrani, semplicemente farebbe bene a ritirarsi in qualche ristretto circolo di storia moderna. Le cose galoppano e verso il peggio.

Crisi dell’Unione Europea? Beh si ma non in quanto crisi dell’idea e della cultura europea. Piuttosto, e in Italia ci si ostina a non parlarne, a far finta di nulla, a costo di sembrare più retroguardia della CGIL, crisi della democrazia: di un metodo oligarchico, e oggi, populista, di gestire gli affari pubblici a discapito del popolo e a favore di sistema e partitocrazia.

Due esempi: davvero qualcuno in Italia pensa di affrontare la fine del Qe di Draghi (e lo ripetiamo per l’ennesima volta, la summa del sistema democratico per eccellenza: inflazione di debito pubblico in cambio di deflazione economica) con squallidi esperimenti di vetero comunismo come il reddito di cittadinanza?

Davvero qualcuno pensa di usare il grasso, corpulento, parastatale esercito italiano per riconquistare la Libia e gestire in autonomia le ondate migratorie?

Non vi è dubbio che questo paese abbia necessità di una clamorosa svolta antidemocratica. Come ai tempi di Papini, preparatore del Fascismo assai più di altri, l’antidemocrazia deve tornare ad essere un tema di pasteggio quotidiano: meno diritti, più doveri, meno selfie, meno successo, meno americanismo dello spirito e più gerarchia dei ruoli. Solo così potremmo tornare ad una seria politica industriale e agraria e solo così potremmo invertire quella rotta fatta di disincentivi, di crowdfunding egotico, di identità senza sostanza, di consumo a debito, denatalità, apparenza lavorativa, di cultura del non lavoro, di pigro sacrificio, che 70 anni di democrazia hanno inculcato in un popolo divenuto, al pari dei Francesi di città, il meno europeo ed il più occidentale del vecchio continente.

L’Europa quindi non solo come mito ma come necessità oggettiva di un risveglio antidemocratico: la prossima marcia non sarà nè su Roma nè su Parigi o Madrid, ma se sarà, sarà solo su Bruxelles, nel tentativo di dare anima, corpo, e spirito alle intuizioni (soprattutto tedesche) di un governo tecnocratico capace di limitare le ormai ataviche incrostrazioni del partitismo consociativo, massone e mafioso geneticamente insite in quel democratismo liberale nato a fine 700.

Queste non sono chiacchiere. Il resto del mondo galoppa a ritmo di odio verso il nemico e lo fa attraverso sistemi non democratici e costituzioni politiche che ben poco hanno a che fare con l’ipocrita e tendenziosa illusione dell’equilibrio fra poteri. Il resto del mondo gonfia i propri confini finanziari e reali con spirito imperiale. Non conosce sosta.

Restiamo soltanto noi a non capire, a non voler capire, a dimenticare la lezione spengleriana: questi sono anni decisivi.

 

Ultimo aggiornamento Sabato 23 Giugno 2018 07:45
 

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