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L'Europa e i tavoli da rovesciare PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Lunedì 02 Luglio 2018 01:11


Barbuti o no sono gli uccellacci di sempre

Cinquant'anni fa gli studenti giocarono alla rivoluzione. Erano organizzati e preparati, sulla base del materialismo storico e della lotta di classe i loro barbuti capetti ci spiegarono con sufficienza i mali della nostra società e come sarebbero stati curati con le loro formule economiche.
Quelle formule erano sconsiderate, ma il fanatismo e la sicumera con cui venivano pronunciate misero in crisi molti ché, ovviamente, ben pochi ne capiscono di economia.
Confutarli nelle loro risibili tesi equivaleva a battibeccare tra pochi, i più preferendo delegare a scatola chiusa pur di cullare un'illusione.
A rovesciare il tavolo su cui erano sparse le loro carte e le loro fiches non fu tanto la dimostrazione che il loro gioco era assurdo quanto l'averlo scosso dalle zampe: “non soltanto le vostre soluzioni sono sballate ma sono il vostro economicismo, il vostro mercantilismo, la vostra meschinità a dover essere rigettati: seppure le vostre soluzioni non fossero state assurde, non c'interesserebbero comunque perché è la mentalità sulla quale si fondano ad essere cosa arida e trista”.


Mezzo secolo dopo la medesima logica si ripropone sotto altre vesti. Tutta la cultura e l'ideologia dell'anti-euro e dell'exit è fondata su presunzioni ideologico/economiche parziali e sballate (regolarmente impregnate di sdegnosa arroganza) ma, soprattutto, è economicista, materialista, bottegaia e nemica dell'idea stessa di Mito.
Oggi come allora non serve tanto disquisire sulle carte, quanto scuotere il tavolo e rovesciarlo, perché è oggettivamente lo stesso di cinquant'anni fa, anche se espone altri colori.
Non è la contabilità dei rancorosi la risposta all'Europa dei mercanti e dei tecnocrati, così come non lo era all'italietta borghese del consociativismo. Non sono di certo gli eurofrazionisti ad aver scoperto i difetti dell'Europa (anzi, se li ascoltiamo bene, ci avvediamo che raramente si sono accorti di quelli essenziali), noi li conosciamo meglio di loro. Così come non furono i barbudos di quel tempo a mettere a nudo quelli della società che meglio di loro sapevamo cogliere. Ma soprattutto la risposta di entrambi è penosa, la sola risposta nobile e reale sta nel Mito e nell'essere all'altezza del Mito.


Combattere l'Europa? Sì ma solo in nome dell'Europa, di un'Europa in cui ogni istante che passa apportiamo logica di Fondazione. Impegnarsi perché nel frattempo acquisisca potenza, perché le dinamiche geopolitiche e geoeconomiche che preoccupano gli americani siano difese ed alimentate, schierarsi per l'esercito europeo, il satellitare europeo, il nucleare europeo e per articolare le politiche eurasiatica ed eurafricana. Combattere al tempo stesso, ma con la mentalità squadrista e rivoluzionaria e non certo con il frazionismo sovversivo, la cultura e il modello oggi vigenti, aggredire il capitalismo con l'autonomia e con lo sviluppo di un corporativismo imposto dal basso.
Far convivere le identità delle etnie e delle piccole patrie con quelle più grandi, operare per un assetto confederale che s'innesti su di una centralità imperiale, al fine di garantire l'organicità nella totalità come nelle singole parti. Mito e necessità che si fanno realtà: ecco quello che dobbiamo conseguire.
L'Italia al centro dell'Europa Sovrana! E si rovescino i tavoli del malaugurio!

 

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