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Scritto da la verità   
Martedì 02 Ottobre 2018 00:34


ma per la bolla della Silicon Valley

Come ricordo spesso ai lettori sono molto cauto nello scrivere di economia, sia perché ne so poco, meglio ne so quanto basta, quanto basta a un ex ceo di multinazionale quotata, per il resto mi faccio supportare da un grande amico, economista e banchiere svizzero (Xy). In Italia, dopo il 4 marzo la situazione è precipitata, l’arrivo al potere dei due ragazzotti e del professore vanitoso (più passano le settimane più mi pare che i miei amici delle élites avranno difficoltà a schiodarli dal potere), l’emergere in posizioni politico economiche rilevanti di economisti non riconducibili al precedente regime, ha reso furibondi quelli che avevano spadroneggiato fino a ieri nelle praterie dell’economia. Li conosco da una vita. Mi hanno sempre ricordato i combattimenti dei maschi di alce giganti osservati in Alaska. Non si perdonano nulla, una frase, un verbo, una sfumatura accademica, e voilà, scatenano tenzoni violente. Sono perennemente irosi, criticano tutto e tutti, su twitter l’ironia sta scomparendo, hanno reso pesante il mondo dell’economia chiacchierata, un tempo la ricordavo leggera e divertente. Potranno inventarsi teorie, sofisticazioni intellettuali, protocolli ma nel fondo o esce il rosso o esce il nero, ma sempre più o meno casualmente. Gratta, gratta, un Nobel dell’economia e un idraulico hanno quasi le stesse probabilità di imbroccarci. Ciò che apprezzo in Xy è la sua sintesi: «Caro Riccardo, il mercato non è quel tabernacolo che i colti vogliono venderci, come dici tu è il foro boario di Carrù, e gli unici che ci guadagnano siamo sempre e solo noi che intermediamo a rischio zero. È meraviglioso campare di commissioni». Un saggio.
Finora il nostro rapporto intellettuale si è giocato sulla contrapposizione amichevole «bullish» (lui banchiere) e «bearish» (io ex di tutto). In fondo, al di là della mitizzazione del cosiddetto «mercato» i due termini lo connotano perfettamente. Xy è intellettualmente «bullish», cioè un «toro», riconducibile a chi crede in una tendenza positiva del mercato, cioè il permanere di una crescita dei corsi azionari. Io invece sono più «bearish» cioè un «orso» riconducibile a chi crede alla fine della fase di crescita (ormai molto lunga) e ipotizza un ribasso dei titoli. Vi chiederete: perché «toro», perché «orso»? Si racconta che, nel primo caso, l’origine del termine sia riconducibile all’andatura irruenta del toro e alle sue improvvise impennate conseguenti a ciò che viene investito dalle sue corna, dal basso verso l’alto (modello Pamplona, festa di San Firmino) mentre nel secondo caso alla modalità di attacco dell’orso: zampate inferte dall’alto verso il basso, per infliggere seri danni, a volte mortali, alla povera preda. Sul mercato ogni giorno «bullish» e «bearish» si fronteggiano, ogni fazione è supportata da proprie ragioni e argomentazioni che stanno alla base della loro filosofia di vita. Il bello del «mercato» è che lui è la Cassazione, il terzo grado di giudizio.
Senza nessuna competenza tecnica, solo sensibilità psicologica figlia dell’età avanzata, mi pare di percepire una certa «amnesia del rischio», stante il predominio di investitori troppo concentrati sul breve termine. Anche il mio amico banchiere non esclude che si stia formando una bolla, lui la vede sui titoli della Silicon Valley (entrambi li consideriamo dinamite allo stato puro da osservare ma da non toccare, il recente collasso psicologico di Elon Musk lo dimostra) che potrebbe esplodere nel 2020. Anche l’Fmi, con la cautela imposta dal suo ruolo non esclude una pesante correzione al ribasso.
Se questo potenziale evento si accoppiasse, dice Xy, alle modalità del «trading ad alta frequenza» (computerizzato e robotizzato) saremmo nell’area di rischio (grave) dei cosiddetti «flash crash» (ricordiamo tutti il terrore del mondo quel 6 maggio 2010 quando il Dow Jones perse il 9% in tre minuti tre).
Xy mi ha raccontato una battuta che corre nel loro ambiente a proposito dei rischi che possono arrivare dai mercati emergenti: «Meglio spendere quattrini andando in vacanza nei Paesi emergenti piuttosto che comprare le loro azioni e obbligazioni». In fondo la Borsa è anche questo: una battuta di spirito.

Riccardo Ruggeri

 

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