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La legge è uguale PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Segatori (electoradio.com)   
Giovedì 11 Ottobre 2018 00:33


per tutti quelli che decide lei

Giovanni Giolitti, uomo che seppure discutibile nelle sue posizioni politiche e sociali, rimane storicamente un grande, tanto da incorniciare il suo periodo di attività come ‘era giolittiana’, scrisse: “La legge, per i nemici si applica, per gli amici si interpreta”.
Se questa considerazione di uno statista ha sempre incorniciato la giustizia italiana nei suoi secoli di applicazione, ritengo a memoria che questo sia il periodo in cui con maggiore evidenza e spregiudicatezza, se non con plateale arroganza, essa esprime la sua manifestazione.
Certo, la storia è piena di avvertimenti in tal senso.
A Solone, giurista e politico ateniese del 500-600 avanti Cristo, sono attribuite considerazioni del tipo “Le leggi sono come ragnatele, che rimangono salde quando vi urta qualcosa di molle e leggero, mentre una cosa più grossa le sfonda e sfugge”, oppure “La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi”.
E a Lao Tzu, filosofo cinese del I secolo dopo Cristo, un aforisma che fu il titolo di un saggio di Freda che gli costò un processo: “La giustizia è come il timone di una barca, dove lo si gira va”.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole in questo tema che vede il cittadino e il potere inseriti nel dispositivo decisionale della colpa e dell’innocenza, della sentenza e delle conseguenze della medesima.
Il problema della modernità rispetto alla questione in esame è la diffusione dell’informazione.
Che Silvio Pellico delirasse per le condizioni disumane della sua detenzione ai Piombi di Venezia lo si venne a sapere dai suoi scritti anni dopo, mentre una sberla ad uno spacciatore finisce in tempo reale su Facebook a testimoniare la violenza della Polizia.
Niente sfugge, nell’attualità, alla conoscenza più o meno reale o mistificata della maggioranza dei cittadini. E se questo è un bene, perché il controllo che può esercitare ha almeno l’apparenza di un deterrente per eventuali soprusi, d’altro canto è un male, perché di fronte ad ingiustizie palesi, o quanto meno ritenute tali indipendentemente dalla procedura giuridica, cala sempre di più il consenso nei confronti di un apparato giudiziario percepito come parziale e a volte fazioso.
Alcuni esempi: un certo Ahmetovic, di etnia rom, uccide quattro ragazzi in motorino investendoli con un furgone che guidava ubriaco prende sei anni, e Luca Traini, che ha ferito sei persone di cui alcune coinvolte in questioni di spaccio ne prende dodici.
Un uomo uccide una donna trattandola come possesso, e si porta in giro il cadavere per una intera nottata, sconta la condanna a casa perché il carcere non gli si confà, mentre altri sono dietro alle sbarre per reati economici.
Uno stupratore di gruppo viene rilasciato con l’obbligo di firma. Forze dell’Ordine indagate per aver ucciso un rapinatore in fuga dopo aver forzato il posto di blocco.
E altri, altri innumerevoli esempi.
Al di là della solita ritualità che reputo giustificatoria dell’“aspettiamo le motivazioni della sentenza”, è indubbio che la stima verso il sistema del diritto non trova grandi appigli per essere giustificata.
Forse quella vignetta in cui è rappresentato Gesù accanto a Pilato e, guardando la folla esclama: “Ho fiducia nella giustizia” assume un alto valore simbolico, a prescindere dal tragicomico cinismo.

 

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