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La marcia su Brasilia PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Lunedì 29 Ottobre 2018 01:55


Una svolta storica come poche altre

Perché considero storica la vittoria di Jair Bolsonaro in Brasile?
Non certo perché m'identifichi in lui: questo è un viziaccio dei ghetti antagonisti terminali che fanno l'altalena nell'innalzare idoli e nell'abbatterli. Ahmadinejad, Chavez, Putin, Trump, Bannon e perfino Farrage e Maduro. In nessuno però è lecito identificarsi senza snaturare la realtà e costruirsene una astrusa a proprio psicotico piacimento.
Bisogna assumere il senso del realismo operativo che si distingue dall'opportunismo sdraiato se mantiene una vocazione rivoluzionaria e un piglio guerriero.

Bolsonaro non è il mio mito e sicuramente ci sono elementi che mi distanziano profondamente da lui, come la sua adesione agli evangelisti e la sua simpatia per Israele.
Bolsonaro è altro da me. Ma ovunque mi giri so bene che chiunque è altro da me, anche i leaders populisti. Ma io non voglio tifare, voglio incidere o, almeno, voglio veder incidere, voglio registrare cambiamenti positivi purché vengano poi messi a frutto da chi di dovere e non soltanto goduti da spettatori inerti.
Perché considero storica la sua vittoria?

Innanzitutto egli ha buon sangue, in quanto è al tempo stesso italiano e tedesco e questa è prerogativa rara e preziosa. Questo significa anche che osserva con un occhio di riguardo la comunità italiana in Brasile e che le possibilità di cooperazioni culturali ed economiche, oltre che morali, tra le nostre nazioni crescono esponenzialmente.
Non è tutto: la visione di Bolsonero, o almeno di parte del suo entourage, è acuta e guarda anche al Pacifico. La comunità italiana e quella tedesca da oggi possono forse consentire, tra Brasile e Cile, di spingere l'asse europeo fino all'Oceano che ha acquisito centralità mondiale. Una svolta che ci sottrarrebbe alla marginalizzazione in cui ci stiamo avvitando.

Poi c'è il nemico. Dalla parte opposta sono stati sconfitti il fronte del globalismo di Porto Alegre, la banda di Lula (e di Achille Lollo l'assassino dei Fratelli Mattei), la borghesia illuminata e il melting pot orgiastico. Il suo rivale, Haddad, è un adepto della magia nera locale, un alfiere della macumba, e nel ticket elettorale aveva per vice una donna di estrazione maoista.
Si sono scontrate comunque due visioni del mondo. E se quella che fa capo a Bolsonaro è forse contraddittoria e confusa, se contempla anche molto che non ci piace, l'altra è invece chiaramente e compattamente nostra nemica.

Infine c'è la cosiddetta simpatia di estrema destra che probabilmente è inesatta. La sinistra accusa però il nuovo Presidente soprattutto di una cosa: di coltivare simpatie corporative.
Fatto sta che in Brasile esiste una forte componente corporativa, essenzialmente cattolica, che prende avvio nel 1932 ad opera di Plinio Salgado, sicuramente influenzato per ragioni culturali e linguistiche, da quello di Salazar.
Ebbene la componente è viva e il corporativismo è oggi più che mai la sola risposta economico-sociale rivoluzionaria per il futuro. Con questa presidenza sarà forse possibile rilanciare il dibattito.

Non si tratta dunque di festeggiare Bolsonaro ma questa vittoria e non in sé e per sé bensì per le opportunità che offre a chi saprà coglierle o vorrà perlomeno cimentarvisi.
Bentornati nella realtà!

 

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