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Scritto da Carlomanno Adinolfi x Il Primato Nazionale   
Venerdì 14 Dicembre 2018 00:50


L'Europa dell'Orsa Minore

La vita non è un diritto. È questo il messaggio, decisamente poco politicamente corretto, che traspare per tutti i 90 minuti del film Alfa: un’amicizia forte come la vita di Albert Hughes, appena uscito nelle sale italiane dopo molti rinvii.
Presentato come il film che racconta la nascita dell’amicizia tra uomo e lupo, Alfa narra le vicende che portano il giovane Keda a cercare l’aiuto di un lupo selvaggio, Alfa appunto, dopo che entrambi sono stati divisi l’uno dalla propria tribù e l’altro dal proprio branco. Ambientato in una “Europa di 20.000 anni fa”, come recita l’intestazione ad inizio film, la storia si sviluppa intorno ad una tribù di nomadi cacciatori delle steppe che abitano in un Nord imprecisato totalmente coperto dai ghiacci durante l’inverno – per tornare a “casa” devono seguire la luce dell’Orsa Minore e quindi la stella polare – e che per una stagione l’anno, quella del disgelo, scendono verso sud per cacciare i bisonti, la “grande bestia”, per poter così sopravvivere al lungo gelo.
La strada che si snoda dal nord ai sentieri di caccia è indicata, oltre che dalle stelle, dagli “antenati” che negli anni hanno costruito monumenti di pietra orientati dal sole che ricordano tanto i menhir europei quanto gli oboo mongoli o i pali totem pellerossa. Anche i membri della tribù sono un mix di nord-europei – gran parte degli attori sono svedesi o norvegesi – e di pellerossa. Keda è il giovane figlio del capo tribù alla sua prima esperienza di caccia, a cui ha avuto il diritto di accedere dopo aver dato prova di potersi costruire da solo le proprie armi – le lame di selce – e di poter affrontare tranquillamente il dolore – ovvero partecipare a una rissa con i più grandi. Per tutto il viaggio il padre cercherà di insegnargli le semplici regole di un mondo aspro, duro, selvaggio e primordiale. Il primo insegnamento, appunto, è che “la vita non è un diritto”: si deve uccidere quando è necessario e la sopravvivenza è ottenuta solo dai più forti. La seconda è “seguire il capo” che non è mai tale per diritto di nascita ma solo per doti di forza e coraggio. E che quando non hai più un capo da seguire, tu stesso devi diventare capo.
Ed è proprio quando è lasciato indietro dalla tribù, ferito e moribondo, che Keda dovrà dare prova di se stesso, affrontando un lungo viaggio verso casa. Un viaggio che lo porterà ad unirsi a un lupo, a sua volta lasciato dal suo branco perché ferito, in un’alleanza che forma di fatto una nuova tribù per il giovane cacciatore e un nuovo branco per il lupo. Imparando l’uno dall’altro a integrare le proprie tecniche di sopravvivenza e caccia, facendosi forza l’un l’altro in un viaggio duro e aspro come del resto tutta la seconda parte del film – dialoghi praticamente inesistenti se non per i “monologhi” di Keda che parla a se stesso e al lupo e in cui traspare in tutta la sua crudezza la necessità di tirar fuori ogni briciolo di forza e volontà in una battaglia per la sopravvivenza in cui si è totalmente da soli contro un mondo brutale e ostile – e che porterà alla nascita dell’antico patto che cambiò la civiltà dei nostri antenati nomadi, cacciatori e guerrieri.

 

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