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A Bologna Riconquista PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Venerdì 01 Febbraio 2019 01:44


Il significato della controffensiva di martedì e l'esortazione a partecipare al combattimento

Martedì a Bologna con Roberto Fiore e Massimiliano Mazzanti non abbiamo fatto una cosa banale.
Non è stato un evento politico, né un atto fine a se stesso, non un fatto contingente, né un gesto autoreferenziale. Ci siamo presi sulle spalle la memoria e l'onore di un intero mondo politico e siamo partiti all'attacco.
Lo abbiamo fatto strappando pubblicamente il velo che da troppo tempo copre le reti del terrore e del vero e riuscito golpismo: quello “trozkista” (e azionista). Reti intessute già dalla guerra, da partigiani e agenti nemici; reti rimaste in piedi e operative nell'epoca della guerra fredda, della guerra nel Mediterraneo e della ristrutturazione trilaterale.
Abbiamo scelto di sferrare l'attacco proprio in una delle capitali di quella piovra ineffabile.
Una sfida molto impegnativa e a dir poco insidiosa.
Tengo a sottolinearlo non per strappare applausi ma per risvegliare dall'ipnosi che sembra essersi impadronita di un'intera area, un po' come se le fatine della bella addormentata nel bosco l'avessero assopita in attesa di tempi migliori.

Basta con i complessi!
Quello che auspico è che la nostra offensiva serva da esempio.
Bisogna andare fieri della nostra storia e saperla difendere senza complessi, attaccando.
Vorrei tanto che questo fosse il sentimento comune. Debbo purtroppo constatare che siamo circondati da gente che non solo non ha il coraggio di attaccare ma neppure è disposta a difendere.
È zeppo di “camerati” che vogliono disperatamente credere alle “verità” comuniste sullo stragismo, sul partito americano e su chi più ne ha più ne metta. Sono dei complessati alla ricerca disperata di un qualunque riconoscimento da parte di una sinistra nei confronti della quale si sentono inferiori e che, puntualmente e, aggiungo io, giustamente, li schifa. Fanno la rima alle sue distorsione calunniose e vogliono persino crederci.
Oltre ai camerieri dei rossi troviamo poi i camerieri del politicamente corretto. Sempre pronti ad abbandonare o rinnegare qualcosa e qualcuno, a prendere le distanze da un passato che spesso neppure conoscono. Peggio: pronti a condannare – dicasi condannare – posizioni storiche che sono costate, e talvolta costano ancora, la vita e la libertà a chi le ha difese o le difende.

Anima, bussola e futuro
Con queste premesse, un mondo che politicamente continua a esprimersi in comunità-segmenti, che ha come poste ambiziosissime qualche scranno e un po' di finanziamenti, che si nutre della comunicazione social improntata sull'archetipo dei selfies e sull'ossessione degli I like, è ben difficile che comprenda la necessità etica e impersonale della rivendicazione dell'orgoglio e dell'onore di tutto quanto lo ha preceduto. In mancanza della quale non solo si perde l'anima e la bussola ma ci si nega il futuro.
Chi fischietta pensando di “storicizzare” gli anni più caldi e sanguinosi del dopoguerra, chi crede che ormai sia una seccatura occuparsene, sta totalmente fuori strada.
Non soltanto – e sarebbe più che sufficiente – dal punto di vista dell'etica e del dovere, ma anche da quello delle garanzie del presente.
Perché il nemico di ieri, quello che stiamo chiamando in causa rimettendogli i propri debiti, non è affatto sparito. La continuità esso sa bene cosa sia e anche la compattezza delle strutture ancor oggi attivissime nello stato profondo. È tuttora forte e pericoloso e non è certo ignorandolo che si eviterà di essere chiamati a farci i conti. Uno alla volta, come i dieci piccoli indiani.

Riconquista
Martedì abbiamo dato una scossa a questo torpore, a questo accomodarsi nel perseguimento di obiettivi individualistici a corto respiro, all'oggettiva atomizzazione che imperversa nella competizione liberal/democratica tra tribù politiche.
Auspico che questo strappo, comunque finirà e qualsiasi ne sarà il costo, serva a richiamare a sé i nostri. Non come partiti, gruppi, movimenti, organizzazioni, comunità, sette o ghetti, ma come uomini liberi che sentono i legami di sangue e spirito, di memoria e dignità, di onore e dovere, che ci rendono speciali, eccezionali, almeno nel senso del fare eccezione. L'allegria e la tragedia che per cento anni hanno caratterizzato una razza di uomini devono essere l'impegno principale della nostra Riconquista.
Combattiamo insieme! Non è garantita la vittoria ma di certo la felicità.

 

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