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Perché la matrice di Bologna non è palestinese PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi x adnkronos   
Sabato 02 Febbraio 2019 01:52

 

 

"I dati oggettivi ci dicono che a Bologna, al momento dell'esplosione, erano presenti non dei mediorientali ma figure storiche delle Br, comunisti che venivano da Parigi e terroristi tedeschi legati ai servizi di Berlino Est" e in particolare "almeno sei o sette estremisti rossi e agenti della Stasi". Ad affermarlo all'Adnkronos è Gabriele Adinolfi, uno dei fondatori di Terza Posizione che, martedì scorso, in una conferenza organizzata con Roberto Fiore e Massimiliano Mazzanti, ha accusato “lo Stato profondo” d'inquinamenti, di omertà e perfino di complicità nei riguardi degli autori della strage alla Stazione il 2 agosto 1980, parlando di una pista che gira attorno al dirigente palestinese Saleh e al Lodo Moro, e che però, secondo l'ex leader di Tp, "non si deve definire palestinese".

"Noi non sappiamo come avvenne l'esplosione: se per un errore durante il trasporto o, come teorizzò il Sisde, per un'esecuzione a distanza. È alquanto improbabile che i rossi intendessero colpire alla stazione e quindi, l'idea di una strage come ritorsione per la detenzione di Saleh è abbastanza peregrina. Trova consistenza da un allarme lanciato dal capo stazione dei servizi italiani in Libano, Stefano Giovannone. Esiste un documento secretato che andrebbe letto e di cui abbiamo chiesto la desecretazione. Ma, se leggiamo attentamente cosa diceva in altro ambito Giovannone ai servizi, si evince che il suo timore era che un'ala estremistica dell'Fplp intendesse far saltare le leadership di Arafat e di Habbash. Insomma, quand'anche la questione Saleh fosse stata la molla dell'azione terroristica, è evidente anche a un cieco che si sarebbe trattato di una destabilizzazione in Palestina, condotta da una rete internazionale dai connotati ben precisi", spiega Adinolfi.

Secondo il fondatore di Terza Posizione, dunque, "tutt'al più Saleh entra in gioco perché detenuto insieme alla colonna romana delle Br, che i brigatisti e gli agenti comunisti intendevano far evadere da Trani. Saleh sarebbe però uscito di prigione meno di un anno dopo, durante il governo Spadolini, forse il più filo-israeliano della storia d'Italia. Difficile pensare che fosse lui la prima preoccupazione dei suoi compagni".

"Dobbiamo invece tenere conto della struttura operativa coinvolta in Bologna - sottolinea Adinolfi - Essa si era sviluppata sulla rete terroristica costruita sulla base dell'Internazionale Trozkista, così come Guido Giannettini aveva ammonito fin dal 1974. Quell'Internazionale nel 1980 godeva di una serie di coperture, in particolari francesi, inglesi e israeliane (ovvero i nostri competitors di allora sul Mediterraneo). Si faceva forte della rete della Stasi (300 operativi in Italia) e delle maglie delle reti partigiane comuniste in Italia e in Francia. La costola palestinese di quell'internazionale del terrore ne era parte marginale e tra le altre cose era stata creata qualche anno prima in Francia da Henri Curiel, l'uomo che tesseva il filo di tutta la rete sovietica e da Nathan Yolin-Mor, uno dei fondatori della Banda Stern, attaché all'ambasciata israeliana di Parigi".

"Il diavolo è nel dettaglio - aggiunge l'ex leader di Tp - In questo caso, definendo palestinese la pista, quale che sia stato, se mai c'è stato, il ruolo di Saleh, si finisce con lo snaturare il tutto. Ci si distrae da chi era positivamente sul posto, ovvero dei terroristi rossi invasati dell'idea di rivoluzione permanente; si distoglie lo sguardo dalle logiche della guerra fredda e dei conflitti nel Mediterraneo; si allunga esponenzialmente l'ombra di un nano per coprire un gigante. Un gigante internazionalista che ha una fisionomia evidente. Liquidare il tutto come palestinese è talmente improprio da sfiorare il depistaggio".

Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Febbraio 2019 21:58
 

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