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Una rivoluzione rimandata? PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Segatori x Il Borghese   
Mercoledì 13 Marzo 2019 00:28


O forse mai neppure prevista

Ciò che è accaduto il 4 marzo dello scorso anno, con il tracollo di una sinistra che ha venduto fumo, intrallazzato e vaneggiato in ogni dove, e un centrodestra sempre più in affanno tra contraddizioni e illusioni di rivalsa, è stata una rivolta popolare schizofrenica, non una rivoluzione identitaria.
Da un lato, la Lega rappresenterebbe l’aspetto legalitario, intransigente e sovranista; dall’altro il M5S, a suo dire portatore dell’istanza di pulizia parlamentare, di moralità e di giustizia economica. Al primo la ruspa e gli Interni, al secondo il mocio Vileda e il reddito di cittadinanza.
Dai fregati delle urne e dagli sfrattati dei privilegi si è alzato all’unisono un lamento e un allarme: nessuno ha creduto alla nostra sincerità e al nostro valore, ma attenti al ritorno del Fascismo sotto mentite spoglie.
Fra qualche giorno, a Milano, festeggerò la fondazione dei Fasci italiani di combattimento, momento questo, quindi, per fare chiarezza sulla differenza sostanziale fra quello che fu il Fascismo nei suoi esordi e nel suo sviluppo, e tranquillizzare i tremebondi fenomeni dell’inconsistente sinistra.
Lenin scrisse che l’unico socialista italiano che avrebbe potuto fare la rivoluzione era Mussolini. E se lo disse Lenin possiamo ben ritenere il suo un giudizio di garanzia.
Innanzitutto, il Fascismo fu un uomo: Benito Mussolini. Un catalizzatore di energie e un capo carismatico che seppe attrarre le forze più disparate in un progetto che non era un programma elettorale, ma la creazione di un destino. I politici di riferimento, attualmente, sono tre, di cui uno un abile mediatore tra i due altri coordinatori di antagonismi.
Poi, il Fascismo fu un movimento di sinistra - e ogni volta bisogna dirlo per i zucconi che continuano a citarlo quale espressione della destra capitalista - che riuscì nell’intento di modernizzare l’Italia, di alfabetizzare uno strato amplissimo di popolazione, di portare la cultura, l’arte, la scienza a riconoscimenti mondiali, di rendere il nostro Paese una Nazione di consenso internazionale. I due movimenti politici attuali nascono per la difesa dei piccoli interessi di bottega, per soddisfare gli egoismi, seppure leciti, di individui o di categorie e per la tutela del cittadino in attesa di qualcuno che lo protegga e lo accudisca.
Invece, il Fascismo fu un movimento di popolo che trovò una sua motivazione comunitaria in una condivisione di pensiero e di azione, che concretizzò il proprio orgoglio nella costruzione di un futuro, che si rifece ad una grandezza storica passata per proiettarsi in una riedizione futura. Questa compagine governativa è dissociata nell’ideazione e nella prassi, lavora per arrivare alla prossima tornata elettorale, gestisce il quotidiano in modo da salvaguardare una posizione politica più o meno riavvicinata.
Infine, ma non ultima come possibile chiarificazione, il Fascismo partì sì intorno ad un uomo, ma quest’uomo fu il mallevadore di menti esperte e di collaboratori fidati che seppero mantenere il proprio impegno fino davanti alla banda di fucilatori. Il presente apparato di governo non sembra brillare per grandi figure carismatiche, né per elevate professionalità in specifici campi del sapere; inoltre ognuno sembra come individualmente impegnato a organizzarsi vie di fuga e opportunità di salvezza, piuttosto che dedicarsi alla marcia verso obiettivi condivisi.
Insomma, si respira più un’atmosfera da 25 luglio che da 28 ottobre in questo momento politico parlamentare, Tanto per rievocare eventi storici e scomodare simbolismi politici.
Del resto, la vittoria elettorale del 4 marzo non fu certo la concretizzazione di un futurismo di sinistra, di un sindacalismo rivoluzionario o di una democrazia diretta, come ampiamente descritta nella Carta del Carnaro o nella Dottrina Corporativa, quanto piuttosto la ribellione cartacea di un ceto medio in difficoltà quotidiane, disilluso nella sua fittizia tranquillità e preoccupato per il suo precario benessere.
Tutti coloro che vedono del fascismo nell’attualità politica o sono in malafede, e quindi compiono un’operazione di distrazione di massa, oppure sono beceramente stupidi, non sussistendo delle basi di conoscenza e di sufficienti contenuti intellettuali. Con entrambi i campi è inutile parlare perché comunque distorti dalla cattiva coscienza e dall’ignoranza.
Il Fascismo fu un fatto rivoluzionario concepito e portato a termine con l’idea leninista che oltre alla mobilitazione generale prospettata da Trockij fosse indispensabile il supporto degli «ingegneri e dei tecnici». Una rivoluzione che attivasse l’uomo fino a trasformarlo e a renderlo partecipe di una nuova vita e di un nuovo destino.
Questo risultato elettorale che tanto turba l’inesistente sinistra pantofolaia e liberal-capitalista è soltanto l’arrabbiatura della borghesia e del proletariato tradito che esigono sicurezza economica, tutela fisica e mantenimento del livello di benessere. Il lavoro che sta svolgendo l’apparato governativo è di carattere amministrativo, non certo culturale, né tanto meno psicologico o spirituale. Del resto, i tempi storici e le condizioni sociologiche sono incompatibili. I protagonisti del Fascismo provenivano dalle trincee del Carso, dalle lotte mortali del «biennio rosso» e dalla miseria post-bellica. Questi sono nati nelle greppie dei partiti, allevati nelle competizioni elettorali, sedotti dalla politica come professione e ammaliati dal potere costituzionale.
Non c’è anima furente nei politici in auge, né esaltazione di cambiamento nel popolo osannante.
Forse la rivoluzione è stata tradita? Quando mai! Questa rivoluzione non è neanche mai cominciata.

 

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