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Litio o la prossima geopolitica del terrorismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Panorama   
Martedì 19 Marzo 2019 00:37


Insieme al litio, il cobalto

 

Scordatevi il petrolio, ma anche l’oro, l’uranio e le altre materie prime che un tempo venivano definite «strategiche»: ormai sono ridotte a secondari giochi di società. Il nuovo elemento strategico, quello che ai giorni nostri scatena i più violenti appetiti dei governi e dei colossi economici globali, è un altro. È un minerale tenero, colorato d’argento, che si ossida rapidamente a contatto con l’aria o con l’acqua. I chimici l’hanno scoperto soltanto nel 1817. Nella tavola periodica viene indicato come il più leggero tra gli elementi solidi, eppure la sua importanza comincia a pesare come forse nulla ha pesato da quando, grazie a un fulmine, il primo uomo ha scoperto che la legna poteva bruciare; o da quando un pronipote di quel primo uomo ha intuito che il ferro poteva uccidere più del bronzo (e forse la seconda metafora è più azzeccata della prima).
Insomma, attenti al litio: perché in suo nome, ancora più che per l’acqua potabile, presto potrebbero combattersi guerre. E non soltanto quelle commerciali. È assolutamente strategico perché viene utilizzato nelle leghe conduttrici di calore, funziona come additivo ad alta energia per il propellente dei razzi, civili e militari, è uno dei materiali di base nella costruzione delle bombe all’idrogeno. Ma, soprattutto, perché è il combustibile solido che entra ormai in tutte le batterie, da quelle dei nostri cellulari a quelle dei computer, fino a quelle delle auto elettriche. E insieme al grafene - un altro materiale strategico che riempirà il nostro futuro con la sua capacità di abbattere i tempi di ricarica - promette anche di dare vita perenne agli accumulatori di energia. Risultato? Nel 2025, secondo l’autorevole centro studi Grand View Research, il mercato mondiale del litio potrebbe valere oltre 93 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuo del 17% nei prossimi sei anni.
Oggi il litio è un po’ quel che tra 1800 e 1900 è stato il petrolio: il materiale del presente-futuro. Se n’è accorta in anticipo la Cina. Per ridurre le importazioni di greggio e per cercare di contenere il suo disastroso inquinamento atmosferico, da oltre dieci anni la Repubblica popolare preme sulla produzione di veicoli elettrici destinati al mercato interno, che ormai vale quasi metà di quello globale. Per l’esattezza, secondo i calcoli di Electric vehicle news, nel 2018 i cinesi hanno acquistato la bellezza di 1.016.002 vetture dotate di batterie a litio su poco meno di 2 milioni di auto elettriche vendute in tutto il mondo.
È anche per la sfrenata corsa cinese, se il motore a scoppio ha gli anni contati e se il petrolio sta così velocemente cedendo terreno a favore del litio. Due anni fa, l’agenzia Bloomberg prevedeva che nel 2030 più della metà di tutte le auto nuove vendute al mondo sarebbero state elettriche, ma ora la corsa della tecnologia fa supporre che quel momento potrebbe arrivare tra cinque, sei anni al massimo.
Il punto è che dire batterie, oggi, significa dire litio. E i cinesi, come al solito, sgomitano per conquistare il nuovo mercato: Reuters stima che Pechino abbia già il pieno controllo di quasi metà dell’estrazione globale di litio e che possieda il 60% della capacità di produzione di batterie elettriche. Goldman Sachs prevede che da qui al 2030 la Cina potrebbe fornire con i suoi accumulatori almeno sei decimi dei veicoli elettrici che circoleranno allora nel mondo. Per non parlare dei cellulari, l’altro campo di battaglia dove il possesso delle riserve di litio sarà cruciale: l’anno prossimo la quota di possessori di uno smartphone, nell’orbe terraqueo, arriverà al 70%. Insomma, ci saranno 5,4 miliardi di persone con un po’ di litio in tasca.
La stessa mappa globale dei giacimenti di litio rischia di sconvolgere gli equilibri cui siamo abituati da almeno un secolo. Addio alle sabbie arabe e alle praterie del Texas, crivellate dai vecchi pozzi di petrolio; addio anche alla gelida tundra russa, percorsa da tubi, e alle distese sassose dell’Iran, o alle piattaforme piantate nel tempestoso Mare del Nord europeo. I nuovi giacimenti strategici appaiono come ordinate cave di pietra bianca o come immense saline, e sorgono da tutt’altra parte: per l’85% si trovano nei rarefatti deserti d’altura dell’America Latina, tra Argentina e Cile; altre sono scavate nel bush australiano, oltre che nelle steppe del Tibet cinese. Quanto alle riserve, su quelle si gioca una partita ancora più complessa. La Bolivia, per esempio, nasconde nel suolo 9 milioni di tonnellate di litio e dopo l’Argentina sarebbe il secondo Paese al mondo per possedimenti, ma ne estrae la miseria di 120 tonnellate l’anno. La causa? Nel 2010 il governo di Evo Morales ha nazionalizzato le miniere garantendo l’esclusiva alla Yacimientos de Litio, al 100% statale, e da lì non ha più fatto un passo avanti.
Ma l’isolamento boliviano non durerà a lungo perché intanto, tutto intorno, i cinesi continuano a comprare come forsennati. Il 23 febbraio scorso, la Tibet summit resources (Tsr) di Pechino ha pagato 180 milioni di dollari per mettere le mani sul litio della salina di Diablillos, nel nord-ovest dell’Argentina. S’è assicurata quel giacimento, tra i più promettenti del Paese (1 milione di tonnellate su riserve di quasi 15) e del mondo, «inghiottendo» la canadese Lithium X Energy, proprietaria della concessione argentina che negli ultimi sette anni aveva investito 15 milioni di dollari tra studi geofisici e continue perforazioni. Buenos Aires oggi produce in tutto 5.500 tonnellate l’anno, ma anche grazie ai tecnici cinesi stima di poter esplodere a 290.000 tonnellate già nel 2022.
Pechino, però, non s’accontenta mai ed è sbarcata in forze anche nel vicino Cile. Nel Salar de Atacama, un deserto salato che si estende all’ombra delle Ande a un’altitudine di 2.500 metri, distesa abbagliante che viene spesso paragonata a Marte, opera soprattutto la Tianqi Lithium, la stessa che scava anche in Australia e a casa sua, nella provincia cinese del Sichuan, e in Tibet.
I cinesi la fanno veramente da padroni ovunque. A spartirsi il mercato mondiale, oggi, sono quattro produttori. I primi sono gli americani della Albemarle corporation, che dalla Carolina del Nord controllano il 18% del business. Ma dopo di loro c’è soltanto il Dragone: la Jiangxi Ganfeng Lithium ha una quota del 17%; la Tianqi ha un altro 15%. Poi viene la Sociedad química y minera de Chile, con una quota di mercato mondiale del 14%: ma in dicembre sempre la Tianqi ha versato 4 miliardi di dollari per mangiarsene un primo quarto e punta al controllo esclusivo. Se tutto questo non basta a lasciar presagire conflitti nel futuro, poco ci manca.
In questo potenziale disastro, almeno una buona notizia c’è. Il litio è componente essenziale di vari farmaci antidepressivi. In questo caso la ragione dell’ansia per le prossime guerre commerciali sarà la stessa a poter dare da essa un pur temporaneo sollievo.

L’ESTRAZIONE
Nel 2018 l’Australia, con 51.000 tonnellate, si è confermato il più grande produttore di litio al mondo. Il secondo è stato il Cile, con 16.000 tonnellate. Il terzo è la Cina, che nonostante le sue enormi riserve nel 2017 aveva prodotto solo 6.800 tonnellate e nel 2018 è salita a 8.000. Il quarto produttore al mondo è stata l’Argentina, con 5.500 tonnellate.



Ultimo aggiornamento Martedì 19 Marzo 2019 09:18
 

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