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Il crollo trionfale PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Lunedì 27 Maggio 2019 17:08


Sovranisti avanti e indietro ma vincono le centrali di potere

 

 

Se qualcuno s’illudeva che le elezioni del Parlamento Europeo avrebbero prodotto una rivoluzione sarà rimasto deluso. I sovranisti, già divisi in mille sfumature e prese di posizione, hanno fatto la danza dell’ubriaco, con avanzate e rovesci egualmente distribuiti. A crescere sono quasi ovunque i liberali e i verdi che saranno l’ago della bilancia. Non soltanto per le inutili alleanze parlamentari di Strasburgo ma per le prospettive strategiche.

Soros e il capitalismo

Se dovessimo ridurre l’analisi a una frase potremmo dire che Soros e i suoi hanno vinto quasi tutte le battaglie, sia quelle di governabilità futura che quelle di sabotaggio delle confuse rivendicazioni popolari.
Popolari e Socialisti obbligati a trattare con Verdi e Liberali significa di fatto un aumento dì influenza da parte di Soros &co, ma non soltanto questo. Significa anche un bel regalo alle centrali capitalistiche che vogliono accettare la sfida con la Cina sulle ibride, le elettriche e le energie alternative e intendono affrettare un’accelerazione costosissima, ma di prospettiva, e che hanno arruolato Greta per produrre uno strappo nella mentalità generale.
Passando dal sostanziale e dallo strategico al tattico, ovvero al gestionale, i vincenti di queste europee sono Macron e la Merkel perché, al di là delle cifre e dei seggi, la geografia politica che ne vien fuori è a loro congeniale.
Osserviamo ora i casi principali

Francia

Il 23,3% del partito di Marine Le Pen, che torna ad essere il primo partito transalpino, è un successo notevole, soprattutto a due anni da una sconfitta che aveva a messo a rischio la sua stessa esistenza. Il partito del Presidente Macron è stato superato di nove decimi di punti, il che è moralmente significativo. Ciò detto, attenendoci ai dati di oggi, Macron sembra essersi assicurato altri sei anni di Eliseo, i due restanti e i quattro della rielezione. Dietro i due sfidanti si è infatti creato il vuoto. Solo due anni fa esistevano opzioni diverse: Fillon e Mélénchon, oggi tutte le forze politiche sono frantumate e marginali. Solo i Verdi con un 13,5% fanno l’Atalanta della situazione. Al ballottaggio obbligato con Marine, stanti le condizioni attuali, Macron vincerebbe senza alcun problema facendo il pieno di tutte le altre liste, destre comprese.
Per un Presidente che ha compiuto riforme impopolari, che fronteggia i Gilets Gialli da nove mesi e che a dicembre sembrava dovesse dare le dimissioni, si deve ammettere che ha una statura politica notevole.

Germania

Il dato delle europee conferma quello delle ultime politiche ma il grande successo dei Verdi con il 20,5% e la semplice tenuta, con leggera flessione, dell’Afd (11%) spostano gli equilibri interni alla Cdu verso le opzioni merkeliane che contrastano l’orientamento della Csu per un’intesa con i populisti, resa del resto già debole dal crollo dell’FpÖ austriaco in seguito allo scandalo che ha travolto Strache. Anche qui l’avanzata verde permetterà al premier Kurz, uomo di Soros, di disinnescare l’avanzata populista.

Inghilterra

Si parla con enfasi del sovranismo britannico. Soprassediamo su quello che esattamente significa tale fenomeno in quell’isola nemica, e limitiamoci ad affermare che la lettura è erronea. Visto che nessuno è ancora riuscito a districarsi sulla Brexit e che gli inglesi si sono ritrovati ancora nella Ue, è logico che coloro che vogliono abbandonare l’Europa dessero un voto chiaro in tal senso. Ma la somma dei due partiti per la Brexit esprime il 35,3%, i tre partiti anti-Brexit insieme danno 32,9% Il resto non ha posizioni secche. Se si sommano i due partiti storici – grandi sconfitti della situazione – abbiamo ancora un 22,8% che è difficile pronosticare se sia per Brexit o Bremain. Resta poi un dieci per cento circa di voti minori. Di fatto le elezioni hanno riportato il quadro di stallo britannico e il continuo testa a testa tra gli exit e i remain e nulla è cambiato sotto la pioggia.

Spagna

L’esito elettorale in Spagna è disperante. Parafrasando Marx la storia si ripete, dalla tragedia in farsa. Dalla scorsa primavera esistono due schieramenti compositi che sono la copia conforme dei due fronti della guerra civile spagnola. I repubblicani erano composti da socialisti, indipendentisti, progressisti e diverse forme di comunismo, in particolare operaista: ora la maggioranza governativa di Sanchez ricalca quel prototipo, con gli immigrazionisti al posto degli operaisti perché ovviamente il proletariato è cambiato.
Composito allo stesso modo lo schieramento liberal-conservatore che si esprime con tre anime distinte, come allora. Manca la Falange ma, all’epoca, i suoi risultati elettorali non erano così superiori a quelli dell’ultradestra di oggi. Le elezioni europee hanno rafforzato la leadership socialista e la maggioranza governativa e, all’interno dell’opposizione di destra, la cavalcata di Vox si è interrotta bruscamente. A solo un mese di distanza il 10,2% che aveva otenuto Vox e ne aveva fatto la forza emergente si è tramutato in un 6,2% che ne frena la dinamica.

Il disastro greco

Travolta dalle difficoltà interne, dal processo, dalle scissioni, da un populismo alternativo creato ad arte, e dal recupero della destra che ha sconfitto Tsipras, Alba Dorata si attesta al 4,9% perdendo oltre la metà dei voti rispetto alle ultime europee. Poiché ieri sono state annunciate elezioni politiche anticipate per fine giugno, AD rischia di perdere la rappresentanza parlamentare.

I quadri positivi

Esistono ovviamente anche risultati elettorali in sana controtendenza. Il più eclatante e incoraggiante è la maggioranza assoluta raggiunta in Ungheria da Fidesz di Orban (52,3%) che stritola Jobbik (6,4%). Gli ex nazionalpopulisti si erano venduti letteralmente a Soros e avevano ingaggiato l’opposizione a Orban, rivendicando all’improvviso posizioni internazionaliste e progressiste. L’esito dello scontro è felice.
In Belgio nulla si è mosso ma la tenuta del Vlaams Belan (11,5%) è una buona notizia. Peraltro VB è nell’eurogruppo della Lega e di Marine.
In Slovacchia La Nostra Nazione di Kotleba prende il 12% che è un segnale notevole.
Infine in Olanda la scomparsa di Wilders, travolto dal giovane partito Forum (10,9%) è un’ottima notizia. Wilders è un atlantista, sionista anti-europeo. Il partito emergente benché abbia ancora suggestioni anti-euro ed euroscettiche è formato da persone di tutt’altra stoffa umana e cultura politica che ha ben altri riferimenti…. Tra l’altro si ritroveranno nell’eurogruppo dei Conservatori insieme a Fratelli d’Italia, in un luogo strategico per cucire le relazioni tra populisti e popolari.

Italia

La grande vittoria di Salvini potrebbe risultare quella di Pirro per due ragioni opposte. In Europa perché non ha i numeri e le sponde per compiere un’azione concreta, in Italia perché il tracollo dei Cinque Stelle fa sì che questi ultimi non possano né continuare a governare così, né far cadere il governo. La stabilità è quanto mai traballante e la coabitazione sempre più insidiosa. L’alternativa di centrodestra sembra possibile solo cooptando Forza Italia, ma questo darebbe il via ad una coalizione di sinistra, con inclusi i Cinque Stelle e potrebbe significare il varo iniziale di un governo di centrodestra destinato a farsi poi prendere al laccio dal partito Quirinale-Espresso-Magistratura Democratica e risultare pubblicamente colpevole di eventuali bancarotte di matrice grillina, nonché il trampolino di lancio per Draghi.
Non si può dire che, sostanzialmente, Salvini abbia vinto così tanto come sembra perché il terreno intorno, in Italia e in Europa, gli si fa angusto.
Nelle condizioni in cui si è mossa, la Meloni ha invece realizzato un mezzo capolavoro, riuscendo a imporre una presenza che si radica sia nel terreno identitario che in quello moderato e assicurandosi un ruolo in un eurogruppo che fungerà da cerniera.

Fine dell’antieuropeismo?

Forse è presto per stappare champagne. L’antieuropeismo, questa invenzione britannica che aveva fatto breccia nelle estreme destre e nel populismo, in parte per l’azione del’Intelligence ma in gran parte per l’analfabetismo politico delle formazioni emarginate alla ricerca dello slogan facile, sembra morto.
Tolta l’Inghilterra – che non è mai stata europea – l’antieuropeismo non ha mai fatto presa. Men che meno in Italia dove il massimo di gradimento raggiunto da questa superstizione è stato del 6%.
Le sole due forze ancora Italexit e anti-Euro, sommate tra loro, oggi non raggiungono lo 0,5%. Ovviamente le ragioni non stanno tutte nell’infelice scelta di campo che ha la fantastica peculiarità di essere al contempo marginalista, improponibile, puerile e subordinata agli interessi nemici, ma nel non aver colto che il momento vedeva schierati in campo, con toni accesi, e atteggiamenti estremisti, due partiti populisti che avrebbero fatto il vuoto intorno a sé. Forza Nuova e CasaPound avrebbero fatto meglio a non cimentarsi per non apparire annientate ben oltre il reale, visto e considerato che almeno la metà dei loro elettori hanno oggi votato per Salvini ma restano antropologicamente nazional-qualche cosa (per definirli nazionalrivoluzionari si presuppone tutt’altro atteggiamento e tutt’altra riflessione). Fatto sta che lo 0,49% all’estrema destra è il risultato più basso e umiliante dal dopoguerra, in particolare alle europee dove andava generalmente moltiplicato per sei o sette.
Riflettere si può, in realtà si dovrebbe. Ma si tratta di rimettere in discussione grammatica e sintassi utilizzate negli ultimi anni e, si sa, questo è doloroso e faticoso. Ma va fatto perché se la "cosa nera" si è tramutata in un buco nero è pur vero che dai buchi neri si sprigiona energia veramente pulita. Un’opera al nero è imperativa: annullandosi e purificandosi per risorgere come la Fenice, possibilmente abbandonando progetti megalomani e ragionamenti frettolosi e frenetici.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Maggio 2019 17:16
 

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