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C'era una volta lo spread PDF Stampa E-mail
Scritto da insiderover.com   
Sabato 31 Agosto 2019 00:34


Ma oggi è un indicatore di valore relativo

Nell’informazione di stampo economico e finanziario, quotidianamente, lo spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi è puntualmente riportato come parametro fondamentale per capire il grado di affidabilità della politica economica del Paese. Correntemente, si sente riportare che a una crescita dello spread corrisponda, automaticamente, un aumento del tasso di interesse che l’Italia deve pagare sui suoi titoli di Stato e, al contempo, un calo della fiducia dei mercati nel Paese.

Nulla di più fuorviante: lo spread altro non è che un differenziale tra due tassi di rendimento variabili, ovvero quello del Btp e quello del Bund, espresso in “punti base” invece che in percentuali. Ad esempio, se in una data giornata il titolo italiano rende il 2,5% e quello tedesco lo 0,5% il differenziale (2%) è espresso indicando uno spread di 200 punti base. Dall’isteria sullo spread che si scatenò in occasione della caduta del governo Berlusconi nel 2011 ad oggi, nel panorama informativo si è raramente fatto chiarezza su quello che è un basilare dato di fatto: lo spread può variare, logicamente, anche se a variare non è il rendimento del titolo italiano ma quello del Bund tedesco.


Negli ultimi mesi, il Bund tedesco è scivolato in territorio profondamente negativo e Berlino non riesce a porre in essere strategie per far uscire la sua obbligazione pubblica dal pantano. Le politiche di contenimento del deficit e la stagnazione economica della Germania hanno progressivamente reso illiquido il Bund, tanto da portare alcuni esperti ed operatori a immaginare provocatoriamente un futuro in cui esso si ritroverà completamente escluso dai mercati finanziari. Da fine maggio ad oggi, inoltre, il valore del titolo si è mosso, dentro il territorio negativo, profondamente al ribasso. Se il 30 maggio il Bund rendeva poco meno di -0,15%, ora è sceso fino a circa -0,67%. Questo cambia ogni discorso che può esser fatto riguardo all’attendibilità, di per sè dubbia, dello spread come valore capace di segnalare efficacemente le dinamiche dell’economia italiana. Parlare di spread a 200 è diverso a seconda che il rendimento del titolo italiano sia attorno al 3% o, come in questi giorni, a un ben più contenuto 1,2-1,3%.

Riportando acriticamente lo spread e perseverare nell’errore fatto sinora, senza affiancare ad esso il rendimento effettivo del Btp a 10 anni, che incorpora una serie di fattori legati all’economia nazionale ed internazionale di cui il solo valore dello spread non presenta che una facciata, è fuorviante e significa portare avanti una pessima informazione economica. Così come allineare in maniera immediata ogni variazione a dinamiche concernenti unicamente la politica interna. Guardando la curva di rendimento trimestrale del Btp, ad esempio, eccezion fatta per una brevissima “fiammata” nel giorno successivo all’apertura della crisi di governo, subito riassorbita, si può constatare un sostanziale dimezzamento del suo valore nel corso dei mesi estivi, in cui da oltre il 2,5% il valore del titolo è sceso, come detto prima, a poco più dell’1%.

Tale decrescita è dettata da condizioni dell’economia globale legate, soprattutto, al ritorno delle banche centrali al “quantitative easing permanente”, che porterà a un livellamento del valore delle obbligazioni e, si teme, a scindere il futuro del contesto finanziario dalla stagnante condizione delle economie reali occidentali. Ma parlare solo di spread significa ignorare completamente sia il versante tedesco, caratterizzato da una stagnazione che si riflette nel decremento del valore dei titoli, sia gli effetti sul valore dei titoli causati dai grandi sviluppi dell’economia internazionale. Semplificati e banalizzati da un’informazione economica che, salvo poche eccezioni (segnaliamo, in particolare, per la completezza del loro lavoro Vito Lops del Sole 24 Ore e Mauro Bottarelli de Il Sussidiario) reitera in maniera superficiale pochi concetti, dalla guerra dei dazi ai debiti pubblici dell’eurozona, senza dargli il necessario approfondimento.


 

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