Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Ottobre 2019  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
   1  2  3  4  5  6
  7  8  910111213
14151617181920
21222324252627
28293031   

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Stefano Delle Chiaie PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Mercoledì 11 Settembre 2019 07:12


L'ultimo di un'epoca viva

 

 

Ha scatenato passioni che non non sono scemate con il tempo. Lo amano, lo adorano, lo detestano, di sicuro non è indifferente a nessuno.
Stefano Delle Chiaie, l’ultimo dei fondatori e capi di un’organizzazione neofascista del dopoguerra, Avanguardia Nazionale, verrà sepolto domani a Roma, accompagnato nel suo ultimo viaggio dai fedelissimi che viaggiano tra i quaranta e i novant’anni: più generazioni insieme nell’ultimo saluto.
Prima di lui era toccato a Clemente Graziani, Ordine Nuovo, e ad Enzo Maria Dantini, Lotta di Popolo. Ora si può considerare conclusa la pagina storica di coloro che avevano assistito alla resa all’invasore e si erano ribellati a quella capitolazione mettendo la propria vita senza esitazioni e riserve al servizio di un sogno di riscatto.

La sua parabola
Delle Chiaie fu luogotenente del Comandante Borghese e protagonista del suo tentativo di golpe.
Riparato all’estero ebbe modo di conoscere Francisco Franco e Pinochet ma anche Fidel Castro e Arafat e di frequentare Otto Skorzeny. Visse latitante per diciassette anni, coinvolto in passaggi storici decisivi, quali la transizione politica spagnola con le tensioni che ne conseguirono, illustrandosi personalmente nella scaramuccia armata di Montejurra del 1976. (Nella foto)
Al termine dell’offensiva stragista trozkista/internazionalista del 1980 e in particolare dell’attentato di Rue Copernic quando si trovava a Parigi, attraversò l’oceano per tentare di operare in ottica socialnazionale nei governi latinoamericani.
A partire dal suo rientro, nel 1987, un lungo esilio in una patria che non riconosceva più perché erano mutate le corde che facevano fremere gli animi, sempre che di animi si potesse e si possa ancora parlare.

Le nostre differenze
Nel 2006 chiese d’incontrarmi. Le nostre strade non si erano mai incrociate in precedenza se non in modo assolutamente indiretto e spesso divergente. Egli, come quasi tutti i camerati dell’epoca che furono coinvolti nelle tensioni argentine, rimproverava a noi di Terza Posizione di aver sostenuto i Montoneros, ovvero la sinistra peronista. Spiego ai più giovani che il sostegno allora non consisteva nel fare il tifo sguaiato nei social, che non c’erano, ma in atti concreti. Noi alloggiammo quadri Montoneros e fungemmo da scorta al loro capo Firmenich quando venne in Italia. Non era un dissidio da poco. Devo aggiungere che per quanto i protagonisti neri di allora mi abbiano spiegato il nostro errore in merito, resto convinto che operammo una scelta giusta.
La nostra incomprensione fu generazionale. Essi erano gli ultimi di un’epoca politico-militare precisa e chiara, noi i primi della globalizzazione che si stava affermando nella sua scivolosa confusione informe. La conquista dello Stato era l’idea fondante di coloro che ci precedettero, il Contropotere e la considerazione relativa del quadro istituzionale era la nostra.
Si correvano ovviamente dei rischi in entrambe le concezioni e va detto che dall’una e dall’altra parte non pochi ne furono vittime: diventare reazionari o sovversivi. Solo un forte ancoraggio ideale e una coscienza lucida hanno consentito a chi ne era possessore di tener salda la barra del timone.

La fama, quel venticello
Lo conobbi armato di una forte curiosità. Prima sul mio cammino ne avevo incontrato soltanto l’ombra, con quel tanto di fama che l’accompagnava. Sulla nostra distanza generazionale furono in molti a fare leva. La prima volta che fui interrogato da giudici di Bologna essi mi dissero ammiccanti che noi di Terza Posizione eravamo bravi e puri, non come gli avanguardisti che avevano organizzato la strage per far ricadere la colpa su di noi. Risposi che i fascisti non commettono stragi. Ancora non sapevo allora quanto avevo ragione!
Delle Chiaie era marchiato da una propaganda di partito che nacque con la pubblicazione del libro Feltrinelli Strage di Stato. Da allora il teorema comunista ha avuto uno stabile successo. Secondo tale teorema tutti gli oscurantisti temendo il “progresso civile” di cui l’estrema sinistra sarebbe avanguardia, spargerebbero il terrore per fermarlo. Niente di più falso, in quanto tali atti, semmai, il presunto progresso civile lo favoriscono; s’ignora volutamente la prassi di “rivoluzione permanente” che tali avanguardie – la reale massa di manovra del terrorismo – conducono destabilizzando per consentire ai loro finanziatori di stabilizzare altrimenti.

Un ambiente che si fa male da solo
Ma nulla è più forte della calunnia né di una fama sospetta. Un ambiente che adora farsi del male e sparlarsi addosso ha fatto il resto. Lo stato imperante d’inferiorità diffusissimo tra file di anarcoidi impreparati fornì terreno fertile, in particolare quando l’area si ritrovò contigua al banditismo e ne mutuò i distorti dispositivi mentali. Delle Chiaie aveva provato a fare il golpe, quindi era legato ai servizi. Era andato all’estero dove esistevano governi amici, quindi era uomo dei servizi.
Se non fosse imbarazzante farebbe sorridere. Difatti quelli che si accaniscono in tanto purismo rivoluzionario non soltanto nella vita hanno violato tutt’al più leggi legate al fisco e al patrimonio, ma osannano o frequentano personaggi border line, legati a traffici di cocaina e altre amenità del genere. O si esaltano per un ministro dell’interno. O ancora considerano rivoluzionari quelli che a sinistra i servizi li hanno frequentati organicamente, a lungo, senza smettere mai.

La carica umana
Tra i difetti che ho, di sicuro non rientra la stupidità. Così come non mi sognerei mai di considerare Lenin, Trotsky, Sofri, Moretti, agenti piuttosto che rivoluzionari, riusciti o falliti, non ritengo che chi sta da questa parte possa essere tacciato di qualcosa del genere. D’altronde so per esperienza che gli agenti sono degli informatori che non rischiano sulla propria pelle oppure dei provocatori sotto ricatto. Nessuno comunque trascorre un’intera vita con coerenza, sobrietà spartana e dedizione se non è mosso da una molla ideale e se lo fa non è di certo al servizio di qualcun altro.
Ho conosciuto gente che adorava Delle Chiaie e altri che, essendo stati a lungo con lui, provavano un forte rancore nei suoi confronti. Dovuto più che altro al fatto che nel sognare lui non aveva raffreddato il loro sogno e il brusco risveglio successivo. Tutti loro, nessuno escluso, mi avevano tracciato il quadro di un uomo coraggioso, non venale, coerente, che viveva quasi come un monaco, con unica eccezione il caffè a litri.
Così accettai di conoscerlo e ne apprezzai la carica umana. Quando parlava del passato e delle occasioni mancate si accendeva e inseguiva un sogno. Ancor più era piacevole ascoltarlo quando parlava dell’immediato dopoguerra. Quando disquisiva sul presente e sul futuro la nostra distanza generazionale emergeva prepotente. Ma almeno si preoccupava del futuro che non confondeva con l’elezione di qualche consigliere che ci avrebbe concesso gratuitamente una sala per giocare ai fascisti democratici che condannano rigorosamente le leggi razziali e si riempiono la bocca esclusivamente delle conquiste sociali di Mussolini.

Il mitra e la democrazia
Spesso, quando si parla di lui, mi sovviene la scena di Vogliamo i colonnelli quando Tognazzi, nel film onorevole Tritoni, viene additato dagli altri congiurati che lo denunciano: “è stato lui!”.
Con Delle Chiaie molti hanno fatto lo stesso. Una generazione che attendeva il momento armato decisivo, la svolta golpista per conquistare il potere e cambiare il flusso della storia, davanti alla sconfitta e alla condanna pubblica, all’ostracismo culturale e sociale, ha creduto di rifarsi la verginità scaricando tutto su chi si era caricate sulle spalle le aspettative di tutti e vi era rimasto caparbiamente fedele per cinquant’anni!
Due cose lo amareggiavano. La litigiosità e la mediocrità di un ambiente che ormai non sa più cos’è né perché esiste e il rammarico di non essere riuscito a morire con il mitra in mano. Che, considerato il suo vissuto, non era una figura retorica né una guasconata.
Se n’è andato esule in patria e nello stesso giorno in cui alcuni, facendo il saluto romano, reclamavano elezioni democratiche e altri si lamentavano per una presunta fine della democrazia.
Forse non è più tempo di uomini ed è felice solo chi va oltre.
Peggio per chi rimane!

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Settembre 2019 07:24
 

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.