Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Novembre 2019  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
      1  2  3
  4  5  6  7  8  910
11121314151617
18192021222324
252627282930 

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
I bambini in crociata portano sfiga PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Risè x La Verità   
Mercoledì 16 Ottobre 2019 00:30


Anche e soprattutto a se stessi

Il personaggio di Greta Thunberg, con la sua arroganza sproporzionata a tutto, rimanda a qualcosa di più di una bambina prepotente. Non si tratta solo della strana (ma già significativa) compiacenza dei rappresentanti dell’ordine/disordine mondiale, che ascoltano devotamente le sue sfuriate autorizzando i discepoli di Greta ad abbandonare le scuole per seguire le sue manifestazioni. Ciò che inquieta di più in questa storia, soprattutto chi per professione frequenta l’inconscio individuale delle persone e quello collettivo dei popoli, è il sinistro archetipo di cui sembrano prigionieri non solo la povera Greta, con il suo successo che trasuda rabbia e i suoi singolari suggeritori e soci, compreso Pierre Casiraghi, che sembra appena uscito dai film brillanti che lanciarono nel mondo Montecarlo, interpretati da sua nonna Grace.
Tutti loro rappresentano la versione attuale di un mito antico e sfortunato: l’aspetto negativo dell’archetipo del puer, il bambino, che in un mondo in evidente crisi si presenta come depositario di saperi salvifici per il mondo intero e chiama gli altri giovani alla rivolta, nel silenzio ammirato degli adulti e la collaborazione di quelli che pensano al proprio profitto e potere. Particolare importante: questo «bambino sapiente» che pensa di sapere tutto è naturalmente l’opposto dell’archetipo del bambino innocente che non sa nulla, e proprio per questo accorre ad ascoltare Gesù, che lo indica come esempio ai presuntuosi discepoli, già allora interessati al potere. Già Socrate aveva confermato laicamente, una volta per tutte (anche rispetto alle tecno-scienze di oggi), che il riconoscimento della propria ignoranza è la base indispensabile di qualsiasi sapere. Così come la sicurezza del sapere conferma l’ignoranza e lo squilibrio di chi lo proclama.
Questi «bambini sapienti», espressioni delle mitomanie che fioriscono nelle fasi di gravi crisi storiche in cui gli adulti smarriscono ogni visione del mondo e del futuro, fiorirono anche nel basso Medioevo, all’inizio del 1200 (mentre al polo psicologico opposto San Francesco d’Assisi scopriva la forza del lavoro umile e costante, guidato dal Signore). Fu così che nel maggio del 1212, dopo il fallimento delle due ultime crociate, un pastorello di circa dodici anni, Stefano, di una piccola città vicina a Orleans si presentò alla corte di Filippo II di Francia con una lettera per il re da parte di Cristo in persona. Gesù era apparso a Stefano mentre andava al pascolo e gli aveva ordinato di predicare una nuova crociata in Terrasanta. Il re prese la lettera, la lesse e consigliò a Stefano di tornarsene a casa, ma il bambino non lo fece. «Era facile per un ragazzo isterico», commenta Steven Runciman nella sua Storia delle crociate, «venir contagiato dall’idea di poter diventare a sua volta un predicatore, emulo di Pietro l’Eremita, che nel secolo precedente aveva raggiunto una grandezza leggendaria».
Stefano cominciò a predicare e in pochi mesi, parlando bene e con convinzione e viaggiando per tutta la Francia, radunò secondo i suoi contemporanei «una folla di più di trentamila bambini, nessuno maggiore di dodici anni». Si unirono «pochi giovani preti, qualche pellegrino più anziano, e altri certamente per avere una parte dei doni che piovevano su tutti loro». Cominciò così la Crociata dei bambini, come la chiamarono storici e scrittori. I bimbi di Francia scesero verso Marsiglia, dove, assicurava Stefano, «il mare si sarebbe aperto al loro arrivo», permettendogli di arrivare in Terrasanta, come Mosè. «Quasi tutti», racconta Runciman, «andavano a piedi, ma Stefano aveva un carro con baldacchino per proteggerlo dal sole. Al suo fianco cavalcavano ragazzi di nobile nascita, abbastanza ricchi da possedere un cavallo», equivalente dell’epoca dello yacht monegasco. «Lo si trattava come un santo e si raccoglievano ciocche dei suoi capelli e pezzi dei suoi vestiti».
Le notizie dei successi di Stefano arrivarono anche in Germania dove un ragazzo più grande, Nicola, proveniente da un paese della Renania cominciò a predicare anche lui «che i bambini potevano fare meglio degli adulti e il mare si sarebbe aperto per dare loro un passaggio». Anche da Colonia «in poche settimane un esercito di bambini si raccolse per partire per l’Italia e il mare». I tedeschi erano più grandi dei francesi, con più ragazze e ragazzi nobili, ma anche vagabondi e prostitute. I giovani vollero attraversare le Alpi dal Moncenisio: un viaggio duro; meno di un terzo della compagnia giunse vivo a Genova.
Per tutti loro però, privi di barche di regnanti che li accompagnassero, il mare non si aprì, a Marsiglia come a Genova. Nicola con un piccolo gruppo di seguaci riuscì ad arrivare a Roma dove papa Innocenzo III li ricevette, «commosso dalla loro fede ma spaventato dalla loro follia. Con gentile fermezza li invitò a tornare a casa; da grandi avrebbero potuto combattere per la croce». La delusione fu grande per tutti, pochi riuscirono a tornare alle loro case lontane.
Molti vennero convinti a salire sulle navi di trafficanti che poi li vendettero come schiavi sui ricchi mercati orientali o nei bordelli. Qualcuno ebbe la fortuna di venire acquistato da ricchi illuminati in Egitto, conservando libertà di fede. Nell’insieme fu un disastro non solo per i bambini, ma anche per le regioni da cui provenivano, impoverite da tutte queste giovani energie distrutte. Molti genitori che avevano perduto i loro figli «insistettero per l’arresto del padre di Nicola che - sembra - aveva incoraggiato per vanagloria il ragazzo. Egli fu preso e impiccato».
La vicenda della Crociata dei bambini mostra (con altre narrazioni storiche e mitologiche) come le civiltà in decadenza siano incapaci di valorizzare le energie delle nuove generazioni, preferendo sfruttarle e manipolarle per soddisfare le proprie debolezze e perversioni. Oggi come allora ciò porta a non educare più i giovani a riconoscere fin da bambini la differenza tra desiderio e realtà e a imparare a reggere la tensione fra i due: passaggio fondamentale nella costruzione della personalità umana. Ciò conduce (in forme diverse a seconda delle epoche) a ciò che il poeta controcorrente Franco Fortini chiamò il «surrealismo di massa», che oggi aiuta gli individui ad accettare la propria «alienazione tecnico produttivistica». Si vive in una «sovra-realtà» immaginaria, che alimenta ogni tipo di nevrosi, con marcata preferenza per mitomania e narcisismo. In esse la parola perde forza, travolta dal delirio di onnipotenza di generazioni spinte ad abbandonare la pratica della verifica quotidiana con il piano di realtà. Ma quando la parola ormai priva di significato simbolico si riduce a segno convenzionale (di potere, di status, di propaganda), è la società intera che scivola nel marasma e nella paralisi.
Quando la spinta vitale del puer positivo, archetipo del mondo nuovo, di domani, viene pervertita o soppressa (come già accade ad esempio congelando embrioni o promuovendo aborti), è la vita di tutti a essere in pericolo.


 

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.