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Questi fantasmi PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Marcigliano x electoradio.com   
Lunedì 21 Ottobre 2019 00:04


La Roma che non conosci

Ottobrate. Ottobrate romane. Il sole è caldo come eco dell’estate, ma i colori sono già quelli dell’autunno. Le foglie caduche degli alberi colorate di diverse sfumature di oro e di rosso, come in un quadro di Waterhouse.
Contrastano con i sempreverdi, qui sopratutto pini marittimi dalla grande ombra. Pini antichi, che ispirarono a Respighi forse il più bello dei suoi poemi sinfonici. Opera ricca di echi e suggestioni, l’improvviso suono, cupo e solenne, della buccina che sembra annunciare il passo, lento ed uguale, di una legione che torna per celebrare il trionfo sotto gli archi dell’Urbe.
Una legione fantasma. Perché Roma è una città di fantasmi. E in queste calde ottobrate, che precedono le Feste dei Morti, si avverte più che mai intensa la loro presenza.
Sono fantasmi strani, però. Diversi, molto diversi da quelli che popolano l’immaginario nebbioso della Scozia. Fantasmi, innanzitutto, di una lunga storia. Una storia grande. Ed ingombrante.
Goethe ne avvertì la presenza incombente entrando a Roma in carrozza, di notte. Giganti addormentati, li chiama nelle Elegie Romane. La sensazione che vi fossero due città. Due città che coesistono nello stesso spazio. Ma in tempi diversi. La stessa cosa che sembra provare Carducci davanti alle Terme di Caracalla. Il ciociaro che zufola pascolando le pecore, la turista inglese - “britanna vergine” - che cerca spiegazioni nel Baedeker… E poi l’antico Quirite che leva le braccia nel sole per salutare la Città Quadrata. La Dea Roma che giace addormentata tra i Sette Colli… Carducci, come Goethe, intuiva quei fantasmi.
Il tedesco per la sua, straordinaria, capacità di osservare oltre le parvenza manifeste, e risalire all’origine. All’Archetipo. Il toscano, più sanguigno, per un qualcosa che gli pulsava nelle vene. E che la sapienza massonica del Rito Filosofico Italico gli chiarificava nella mente.
Fantasmi romani. Fantasmi di una storia plurimillenaria, che si aggirano da Ponte Milvio - ove ancora sembra risuonare il grido di trionfo delle legioni di Costantino - all’Appia Antica, il cui acciottolato sconnesso evoca corse di carri e galoppo di cavalli.
Gli uomini di oggi a Roma abitano, lavorano. Sopravvivono, stanchi, ad una città incredibilmente faticosa. Lo vedi dai volti grigi e cupi sugli autobus e sulla metro. Lo percepisci nel nervosismo caotico del traffico, nel vociare spesso inconsulto, nel diffuso modo di fare annoiato, sovente sgarbato.
Certo, è una città grande, popolosa, con problemi annessi e connessi. Ma non è enorme. Non è una megalopoli, Shangai o Città del Messico. Neppure Londra o Parigi. Eppure…
Il problema è che chi abita a Roma non vive a Roma. La Città, quella vera, non le caotiche borgate e i, cosiddetti, quartieri residenziali, anonimi, frutto della speculazione dei palazzinari, non gli appartiene. Appartiene ai fantasmi.
Francesco Cossiga, con l’ironia che gli era propria, spiegò perché, da Presidente, si fosse rifiutato di alloggiare al Quirinale. Non per falsa modestia, disse. Per il timore che spuntasse il fantasma di un papa o di un re e gli chiedesse “Che cosa ci fai tu qui?”. Rende bene l’idea di essere solo ospiti a Roma. Ed ospiti non molto amati.
La Città è tutto un intreccio, un groviglio di memorie. Non vi si può scavare una buca senza trovare reperti di un passato più o meno remoto. Non si può alzare lo sguardo senza sentirsi circondati da miriadi di storie. Ma chi vi abita gira come un cieco, incapace di vedere. Incapace di sentire. Sentire le voci dei fantasmi di Roma, che sono, poi, i veri padroni della città. Fantasmi che si manifestano non solo nelle ombre notturne, come dicono accada alla Fontana di Trevi. Anzi, quelli romani, spesso, sono presenze diurne. Vagano nella luce di questo ottobre particolare. E sono presenze nel vento autunnale, colorate e, in fondo, allegre come le foglie che volano via. Basta rizzare le orecchie e fare silenzio. Si potranno udire le loro risa. E le voci con cui irridono e compiangono le nostre, vuote e stanche, esistenze.

 

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