L'anima e la memoria Stampa
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Lunedì 11 Novembre 2019 01:01


Il quindicesimo anniversario della morte di Arafat è un'ottima occasione per recuperarle

 

Quindici anni fa, l'11 novembre 2004, si spegneva a Clamart, nella regione parigina, Yasser Arafat, l'uomo-simbolo della causa palestinese. Aveva contribuito a fondare nel 1963 Al Fatah, ovvero l'esercito di liberazione palestinese. Dal 1969 sarà alla testa dell'Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP).
Moriva, ospite di Chirac, vittima di un tumore scientificamente indotto da radiazioni letali.

Avete detto Palestina?
Parlare oggi di Palestina è come disquisire di Plutone, tanta è l'ignoranza che vige nel mondo politicizzato, anche radicale, e tanta è la confusione che si fa tra immigrazione, Islam, sostituzione di popolazione e identità etnica.
Viviamo in simbiosi ignorante tra una forma di razzismo borghese, classista, liberale e occidentalista e quella opposta, “antirazzista”, dei progressisti che considerano le altre etnie come inferiori da emancipare con l'accoglienza maternalistica e lo Ius Culturae.
Tutti i criteri di base e le dottrine di fondo sono smarriti. A questo vanno aggiunti l'ignoranza della storia tout court e di quella che appartiene al pensiero politico da cui si sostiene di provenire.

I pellerossa del Mediterraneo
I palestinesi erano stati per quattrocento anni sotto i turchi e, dopo aver contribuito alla vittoria della causa araba di Lawrence, vennero in seguito sottomessi dall'impero britannico di cui rimasero sudditi fino al 1948.
La nascita del Sionismo aveva intanto prodotto il mito del ritorno alla “Terra Promessa” che gli ebrei ritenevano propria e da cui volevano scacciare gli arabi benché lì da millenni.
Sotto il dominio inglese, la comunità ebraica godeva di leggi diverse da quella palestinese. Agli appartenenti a quest'ultima era vietato detenere armi da fuoco o pallottole, rischiando perfino la pena capitale, a quella ebraica era invece concesso, con relativi copiosi spargimenti di sangue a senso unico.
I codici differenziati sarebbero poi stati ereditati dallo Stato d'Israele che, scegliendo caso per caso, può tuttora applicare di fatto delle leggi razziali senza che siano denominate così.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i sionisti ottennero il riconoscimento dello Stato d'Israele con la sola opposizione dei padroni di casa, gli inglesi. Sostenuti sia dall'Occidente che dall'Unione Sovietica, che attivò un ponte aereo dalla Cecoslovacchia, intrapresero la guerra di “unificazione”, andando ben oltre i confini internazionalmente concessi e spingendo le comunità autoctone a migrare con il terrore.
La strage del 9 aprile 1948 a Deir Yassin fu un tragico monito per le popolazioni civili. Radunati gli abitanti del villaggio, stesi tutti per terra, uomini, donne, vecchi e bambini, vennero stritolati sotto i camion delle bande terroristiche ebraiche Stern e Lei.
Fin dalla prima guerra del 1948 gli israeliani hanno ignorato gli accordi internazionali e si sono mossi in vista della costituzione della Grande Israele dal Giordano all'Eufrate.
I palestinesi nei “territori occupati” e perfino quelli sudditi di Israele, subiscono trattamenti disumani, con frequenti tagli di acqua e di energia elettrica e con vessanti posti di blocco che hanno causato frequenti morti di parto.
I palestinesi sono insomma i pellerossa delle riserve. E come tali li tratta l'opinione pubblica occidentale, ivi compresa quella che nei loro riguardi si vuole dialogante e buonista in nome della pace da salotto.

Una passione storica per la Palestina
Il rapporto tra la Palestina e il mondo politico nazionalrivoluzionario fu tradizionalmente solido. Qualche rapido richiamo. Il primo convegno pro Al Fatah in Europa venne organizzato nel 1964 a Padova da un giovane Freda. Nel 1969 Lotta di Popolo scelse come suo acronimo OLP, proprio come i palestinesi. L'anno precedente, il 3 giugno 1968, Roger Coudroy, militante di Jeune Europe di Jean Thiriart, cadeva in uno scontro a fuoco con l'esercito israeliano nella Palestina occupata.
Va ricordato che Jeune Europe fu la grande scuola di pensiero e di formazione quadri da cui sarebbe emerso tutto il miglior neofascismo successivo. Colgo l'occasione per segnalare che nel 2018 Passaggio al bosco ha edito Ho vissuto la resistenza palestinese. Un militante nazionalrivoluzionario con i Fedayn.
La causa palestinese fu sostenuta ancora da Terza Posizione, ma era viva sottotraccia nello stesso Msi dove, assieme a un pro-sionismo almirantiano e caradonniano vigeva la simpatia per la Palestina da parte di Pino Romualdi.
Una simpatia per la Palestina determinata anche dal rapporto stretto che legava il Msi all'Egitto fin dal tempo di Filippo Anfuso e che era talmente forte da essere citata addirittura tra i punti della Repubblica Sociale, nel comma c dell'articolo 8, nel quale si parla anche della politica eurafricana.
Non si trattò quindi di innamoramenti di un neofascismo in cerca di collocazione, era la prosecuzione della politica fascista. L'idea delle nazioni proletarie che si liberano dall'imperialismo capitalista non è del dopoguerra. Perfino il colonialismo italiano si differenziò da tutti gli altri per la spinta alla partecipazione comune e, contestualmente alle leggi razziali sulla nazionalità, concesse la cittadinanza ai libici.
A Mussolini si rivolsero sia Gandhi che Chandra Bose, il fondatore dell'esercito nazionale indiano che combatteva contro i britannici.
Perfino il panasiatismo guidato dalle frange fasciste giapponesi (stroncate sanguinosamente dal governo tra il 26 e il 29 febbraio 1936) guardava a Mussolini.
Nel dopoguerra la linea dei nazionalrivoluzionari – in una larga forbice che andava dai socialrivoluzionari ai mercenari - si dipanò nella politica di decolonizzazione in un modo che si può riassumere come segue.
Contrastare l'avanzata comunista nel Terzo Mondo e gli odi razziali anti-europei. Combattere i nascenti monopoli capitalisti e multinazionali. Esprimere un articolato fronte antimperialista formato da popoli autodeterminantesi sulla base sociale e nazionale.
Non è per caso che tra i leader dei non-allineati si trovava il fascista Peron, né è un caso se tra le principali figure di liberazione dal capital-imperialismo spiccavano collaboratori dell'Asse quali Nasser e in seguito Sadat.

Il sovranismo dell'ignoranza
Oggi tanta acqua è passata sotto i ponti. I capital-imperialisti hanno avuto il sopravvento in quanto, per dirla con Andreotti, il potere logora chi non ce l'ha.
La causa palestinese è dimenticata, il suo mondo è frastagliato. Dopo cinquant'anni di manipolazioni, manovre, infiltrazioni, pullulano gli agenti israeliani nelle sue formazioni, specie le fondamentaliste religiose. Alcune potenze, come l'Iran, sfruttano a proprio vantaggio la disperazione e la frammentazione palestinese.
Intanto da noi assistiamo alla sostituzione etnica da sud a nord e la confondiamo con lo “scontro di civiltà”.
Sono allora facili le equazioni che consentono agli sconfitti della globalizzazione di fare quadrato su di un immaginario occidentalista senza rendersi conto che coloro che dovrebbero difenderlo (in questo caso gli israeliani) sono proprio tra quelli che lo hanno sabotato, devastato, corrotto e frantumato.
Non è così diverso dal ripiego psicologico effettuato da molti sotto lo scudo americano negli anni sessanta e settanta per difendersi dal male minore, il comunismo. Ignorando o fingendo di non vedere che erano gli americani che stavano producendo e incoraggiando il comunismo.
Oggi, in preda all'ignoranza e alla ricerca di soluzioni scorciatoia, anche il senso stesso di tutta la politica del fascismo viene meno, sostituito da un trumpismo da tastiera e dalla più grande aspirazione strategica: fare eleggere qualche consigliere comunale.
L'ignoranza ormai è talmente sovrana che potremmo parlare di sovranismo dell'ignoranza.
Dubito che saranno in molti a ricordare oggi quel combattente simbolico ed esemplare che fu Yasser Arafat.

Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Novembre 2019 09:03