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Se la Commissione Segre PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Risè x La Verità   
Mercoledì 13 Novembre 2019 00:09


evitasse di starsene così lontana dalla realtà


Chissà se la Commissione Segre su odio e incitamento all’odio (mozione del 30 ottobre 2019) butterà un’occhiata anche su fondamentali proverbi della società italiana, ancora vivi e presenti nelle varie regioni e città. Tipo l’agghiacciante: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio», non proprio tenero con i pisani, ma diffuso con diverse varianti praticamente dovunque, per consentire ai cittadini di farsi quattro risate alle spalle delle più svariate etnie vicine. A giudicare dal testo della mozione, che condanna «etnocentrismi, epiteti, pregiudizi, stereotipi», dovrebbe proprio farlo: se non è discriminazione quella, poveri pisani... E che farà poi l’onorevole commissione con il nostro Poeta nazionale, Dante Alighieri, in onore del quale la cultura italiana ormai a pezzi sta cercando di recuperare terreno con una giornata celebrativa fissa? Anch’egli infatti si abbandonava (nella Divina Commedia) a secchi «hate speech» tipo: «Ahi Pisa, vituperio delle genti». Per fortuna tutta la Commedia è ricchissima di insulti e anche volgarità (che fanno parte delle ascendenze nobili di uno dei più amati fogli italiani, Il Vernacoliere, «mensile di satira, umorismo e mancanza di rispetto in vernacolo livornese e in italiano»): infatti sono quelli i primi (e a volte unici) versi imparati a memoria, e naturalmente quelli più a lungo ricordati. E già questa predilezione studentesca per l’insulto e la beffa dovrebbe far riflettere i molto onorevoli membri della commissione anti-odio, se fossero capaci di qualcosa di non stucchevolmente convenzionale e predigerito. Potrebbero allora forse occuparsi anche del detto/pregiudizio laziale, precedente di molti secoli la nascita della Lega: «A Roma, Iddio nun è trino, ma quattrino», ancora oggi quotidianamente confermato dalla cronache.
Ma soprattutto: per quale oscura ragione, in una situazione delicata come quella attuale, con non il pisano alla porta ma (ad esempio) l’indiano Mittal che da quella porta se ne vuole andare sbattendola in faccia ai chiassosi e discordanti Giuseppi con le loro decisioni petulanti e incoerenti, e altre infinite grane che coinvolgono posti di lavoro, soldi della comunità, prospettive ribaltate per l’intera popolazione, gli onorevoli governanti giuseppini dovrebbero occuparsi dei «pregiudizi, epiteti, stereotipi, e dichiarazioni “sgradite”», anche quando non perseguibili sul piano penale, come prevede la mozione Segre? (Definita subito «un minestrone» dal simpaticamente irruento ex ministro Carlo Giovanardi, l’unico politico che abbia combattuto con decisione la cannabis, la droga che più ha contribuito al massiccio e visibile istupidimento degli italiani).
Fatta salva l’ovvia (per quanto mi riguarda certissima) solidarietà alla signora Liliana Segre rispetto ai mascalzoni perdigiorno che la insultano, siamo diventati tutti così delicati da dover impegnare intere commissioni parlamentari per essere difesi dai cretini? Il fatto è che quella mozione è solo l’ultimo atto della spinta suicida della sinistra mondiale (all’interno della quale il governo dei Giuseppi brilla per la sua surreale distanza dalla realtà e dal buonsenso), con la sua non ancora esaurita, malsana passione per ogni particolare e spesso risibile minoranza, e totale indifferenza per la grande maggioranza della popolazione, e i suoi umani e condivisi bisogni e necessità.
La storia di questa passione, e dei suoi risultati per la sinistra stessa (che ne è uscita distrutta), e per i Paesi coinvolti è perfettamente raccontata non da un sovranista populista, ma da un professore liberal americano della Columbia university e naturalmente editorialista del New York Times: Mark Lilla nel libro L’identità non è di sinistra, pubblicato in Italia da Marsilio, che racconta sconsolato le tragiche (ma anche piuttosto ridicole) tappe di questo percorso autodistruttivo. La tesi di Lilla è che la sinistra Usa s’è intestardita nel mettere al centro della sua politica la causa delle identità minoritarie perché i suoi dirigenti s’erano formati nelle università negli ultimi trent’anni del Novecento, dove trionfava la passione della «decostruzione» di tutto, Stato, famiglia, arte; tutto smontato, analizzato e fatto a pezzi. Infatti non rimase in piedi quasi nulla (decostruzione compresa). Un processo che non disturbò granché gli studenti della borghesia affluente, diventata anzi notevolmente più ricca, ma molto gli strati più poveri della popolazione nelle loro città industriali arrugginite, di cui però quei dirigenti politici non sapevano quasi nulla. Anzi ne erano piuttosto infastiditi per i modi rustici e il linguaggio diverso.
La storia americana raccontata da Lilla non è molto diversa da quelle europee e italiana: anche la leggenda nera dell’«orrendo Salvini» è nata più o meno così. Mentre gli altri inseguono le minoranze atomizzate lui cerca di restituire un sentimento di cittadinanza alle maggioranze trascurate dalla politica e disprezzate dalle élites culturali o mondane. Il campo di battaglia non è, per lui (come per Donald Trump o Boris Johnson), il teatro delle vanità parlamentari, ma il territorio nazionale, con le sue masse abbandonate o ignorate, e il loro bisogno di sentirsi parte di un «noi» nazionale e popolare tutto da ricostruire, dopo la «decostruzione ideologica» della fine secolo. Un lavoro enorme, possibile, come ammette il liberal Mark Lilla, solo vincendo un’elezione dopo l’altra. Perché nel frattempo (ricorda Lilla) le istituzioni dello Stato sono state accuratamente occupate dai partiti al potere e dai loro interessi particolari, e ora vanno riconquistate alla comunità.
A questo punto le commissioni «contro l’odio», promosse su raccomandazione delle agenzie delle Nazioni Unite, di fronte alla città industriali abbandonate americane e alle nostre (con il rischio che anche Taranto entri a farne parte), sono solo un tentativo di dirottare l’attenzione dai grandi problemi di Paesi «decostruiti» nelle loro dignità nazionali, ai piagnistei ego-riferiti di piccoli gruppi che hanno perso il passo con il cammino della storia. Di qui anche, il tono moraleggiante e vagamente religioso della mozione che invece di affrontare fatti e situazioni concrete si propone di contrastare sentimenti (l’odio, appunto), parole (dichiarazioni sgradite), opinioni, e forme espressive, la cui libertà sarebbe tutelata dalla Costituzione (come ha fatto notare il valdese Lucio Malan), ma che nella mozione vengono ritenute «un pericolo per la democrazia e la convivenza civile», anche se «non perseguibili sul piano penale». È la vecchia ideologia della sinistra di cui parla Lilla «che idolatra le appartenenze individuali, esalta il solipsismo (l’ego personale) e getta un’ombra di sospetto sull’invocazione di un noi democratico». (Quello a cui pensa ormai anche Emmanuel Macron quando chiede quote fisse per gli immigrati). Una vecchia minestra stantia, propinata fuori tempo massimo dai Giuseppi agli italiani che hanno ben altri problemi, e interessi. A cominciare dal convincerli ad andarsene. Il prima possibile.

 

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