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Scritto da Gabriele Adinolfi   
Mercoledì 13 Novembre 2019 08:36


Quella lezione di cent'anni fa viene ancora ignorata da troppi

La secca avanzata di Vox in Spagna si accompagna a un governo minoritario di sinistra che alza ulteriormente la tensione. Non è tanto diverso da quanto accade in Italia, Francia, Germania.
Assistiamo oggi a una “crisi di corrispondenza” della classe dirigente (progressista e borghese) rispetto alle istanze dei delusi della globalizzazione che esprimono “populismo”. Tra la prima e i secondi, il potere economico, che non è completamente unitario e  si articola secondo le esigenze del momento storico.
In questo scollamento a tre livelli si resta in un'apparente situazione di stallo. Con il potere reale che più che strategie esprime orientamenti, la classe politica vetusta e superata che, con il deep state, combatte la sua guerra civile costante, evocando e suscitando fantasmi e climi d'emergenza, e i rappresentanti del populismo che avanzano nelle urne e nelle piazze ma senza esprimere niente di veramente concreto.

Il precedente socialista
Nei corsi e ricorsi storici, le analogie a volte propongono scenari invertiti.
Con le dovute distinzioni – specie demografiche – stiamo un po' come cento anni fa. All'epoca, la ribellione era vagamente proletaria e socialista; oggi è populista e piccolo-borghese. L'impreparazione dei suoi esponenti politici è la medesima.
Il socialismo vagava tra due chimere. C'erano le pretese massimaliste (ovvero la rivoluzione e niente di meno) che, per mancanza di realismo, sfociava nel mito del crollo del sistema. Così è per i populisti che s'attendono da un momento all'altro la capitolazione delle banche e delle strutture in piedi. C'era poi il riformismo che s'illudeva, patteggiando, di trasformare gradualmente il capitalismo in socialismo. Ma non aveva neppure la forza di patteggiare in quanto gli esponenti sindacali non erano né rappresentanti dell'intero proletariato, né organizzati come si doveva.
Oggi i politici populisti sperano con il voto di cambiare rapporti di forza consolidati che il solo successo elettorale non può scalfire, come si dimostrò nel dopoguerra quando i socialisti avevano la maggioranza e finirono con perdere ogni confronto politico.

La lezione di Lenin e di Mussolini
Due furono i rivoluzionari che emersero a quell'epoca.
Uno di questi, Lenin, ancor prima di riuscire la spallata d'ottobre, spiegava ai rappresentanti delle altre nazioni nell'Internazionale Comunista, quanto ambo le strade fino ad allora seguite fossero fallaci e come un processo rivoluzionario dovesse essere accompagnato dalla costituzione di un partito-strategia in grado di dotarsi dei mezzi per il confronto, lo scontro, la trattativa e, soprattutto, la capacità di non diluirsi nel fronte avverso.
L'altro, Mussolini, andò ben oltre, comprendendo che lo schema elementare dello scontro di classe era incapacitante e che doveva essere sostituito dal conflitto tra produttori e parassiti, introiettandolo nel concetto rivoluzionario della nazione.
Per produttori non s'intendeva solo i piccoli imprenditori ma tutte le forze che partecipavano a qualsiasi processo produttivo.
Mussolini come Lenin organizzò il partito-strategia e gli permise di praticare l'organizzazione dei produttori, così come il russo stava facendo nell'ambito dei proletari tout court,
Senza metterli sullo stesso piano, va ricordato che entrambi vinsero ed ebbero ragione.

Il ruolo svolto dai Lanzichenecchi
Questa è la lezione da trarre prima che sia troppo tardi.
Serve, in Italia e in Europa, il partito-strategia, di quadri, più che di massa, che si relazioni con le fasce produttrici mediante l'organizzazione politico-economica delle stesse e che, quindi, possa svolgere un ruolo d'avanguardia positiva, propositiva e strategica.
Il nostro compito principale deve volgere in quella direzione.
Posso affermare con una punta d'orgoglio che questa linea che cerco di sostanziare da qualche anno inizia ad essere recepita ormai in diverse nazioni europee. Non si tratta di costruire un partito (o movimento) che faccia incetta di consensi, ma di operare laddove i consensi già esistono, per indirizzarli e dar loro corpo e anima, sottraendoli alle illusioni massimaliste e riformiste.
Non si tratta quindi di arruolare gente in un contenitore altro, ma di attivarla in sinergie operative che abbiano una comune Cosmovisione e una mentalità pratica e lungimirante a questa connessa.