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La psicosi dei diritti è una gabbia PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Borgonovo x La Verità   
Venerdì 29 Novembre 2019 00:37

Alla lunga produce danni

L’insistenza dei media e della politica su temi come il razzismo, i diritti Lgbt e quelli delle donne - ormai da qualche anno - rasenta la psicosi. Politologi e sociologi, in effetti, avevano intuito già all’inizio del secolo, se non prima, che la questione dell’identità sarebbe stata il grande tema dei nostri tempi. Forse, però non avevano previsto le conseguenze dell’ossessione riguardo il genere, l’appartenenza etnica e tutte le altre istanze che abbiamo imparato a definire «politicamente corrette».
A fare il punto della situazione, e a fornirci una bussola per orientarci in questo caos arriva ora il nuovo, straordinario saggio di Douglas Murray, forse il più celebre giornalista e polemista conservatore britannico, firma dello Spectator e di numerose autorevoli testate, nonché autore di un bestseller intitolato La strana morte dell’Europa. Immigrazione, identità, Islam, coraggiosamente pubblicato in Italia da Neri Pozza non molto tempo fa. Il nuovo libro è una sorta di ideale continuazione del precedente. Si intitola The madness of crowds. Gender, race, identity (Bloomsbury) e racconta appunta la follia delle masse che esplode ogni volta che si parla di temi legati all’identità. Ce ne accorgiamo ogni giorno anche noi italiani, basta dare un’occhiata al dibattito politico in corso, dominato dai discorsi sul razzismo, l’odio e i «diritti» più vari. «I sostenitori della giustizia sociale», scrive Murray, «suggeriscono che viviamo in società che sono razziste, sessiste, omofobe e transfobiche». E subito emerge il primo paradosso: «Le società che sono più avanzate riguardo a queste conquiste sono anche quelle che vengono presentate nel modo peggiore». Già: non c’è posto al mondo in cui i vari diritti siano garantiti come nell’Occidente democratico, eppure, a sentir parlare certi attivisti, sembra che in Europa e negli Stati Uniti razzismo, oppressione, sessismo e discriminazione siano onnipresenti.
Ciò dipende, probabilmente, dalla tendenza culturale che ha perfettamente messo in luce lo studioso israeliano Yoram Hazony in un libro indispensabile intitolato Le virtù del nazionalismo, appena pubblicato in Italia dall’editore Guerini: «Se una nazione è europea, o di discendenza europea, allora ci si aspetta che si conformi ai criteri e ai requisiti europei», scrive Hazony. «Al contrario, l’Iran, la Turchia, i Paesi arabi e il Terzo Mondo in genere, secondo questa opinione, sarebbero da considerarsi popolazioni primitive, che ancora non sono riuscite a lambire quel livello di Stato nazionale consolidantesi attraverso la legge. Il che significa, nelle sue declinazioni pratiche, che, per lo più, non si considera loro applicabile alcuno standard morale».


Il problema è che questa ossessiva insistenza sui «diritti» e sulle istanze delle minoranze, alla lunga, produce danni. Ecco il punto centrale toccato da Murray: gran parte dei diritti di cui parlano i sostenitori della giustizia sociale dalle nostre parti sono già acquisiti. Ma le rivendicazioni degli attivisti non si fermano. Anzi, continuano ancora e ancora.
È interessante, a questo proposito, l’esempio che il polemista inglese porta riguardo alle battaglie Lgbt. «Nella seconda parte del Ventesimo secolo», scrive, «c’è stata una battaglia per l’uguaglianza gay che ha avuto incredibile successo, ribaltando una terribile ingiustizia storica. Una volta però che la guerra è stata vinta, è diventato chiaro che non si sarebbe fermata. Si sarebbe soltanto modificata. Glb (gay, lesbiche, bisessuali è diventato Lgb, per non diminuire la visibilità delle lesbiche. Poi è stata aggiunta una T, quindi una Q e poi alcune stelle e asterischi. E mentre l’alfabeto gay cresceva, qualcosa cambiava dentro il movimento. Ha cominciato a comportarsi - nella vittoria - come i suoi avversari facevano un tempo». È vero, purtroppo: i nemici delle discriminazioni oggi sono i primi a invocare censure, a discriminare a mettere all’indice chi non condivide punto per punto la loro agenda politica.
Murray, con acume e un bel po’ di fegato, muove due contestazioni piuttosto puntuali al movimento Lgbt. Spiega, per prima cosa, che oggi essere gay è, nei fatti, una scelta politica che non coincide con l’essere omosessuali. Un esempio concreto è la storia di Peter Thiel, il cofondatore di PayPal, omosessuale dichiarato ma anche - attenzione - sostenitore di Donald Trump. Quando Thiel si schierò con Trump, la celebre rivista gay The Advocate scrisse: «Thiel è un uomo che fa sesso con altri uomini, ma non è gay». Poiché non aveva le stesse posizioni politiche del movimento Lgbt (schierato sul fronte progressista), egli non era un vero gay. Altro esempio: schierandosi contro la Brexit, sir Ian McKellen - attore tra i più stimati - ebbe a dichiarare: «Se sei gay, sei internazionalista». Insomma, non si capisce se essere gay «voglia dire che sei attratto da persone del tuo stesso sesso o che sei parte di un grande progetto politico». L’altro aspetto interessante che mette in luce Murray è la tentazione di superiorità del movimento Lgbt, l’idea che «l’eguaglianza non sia abbastanza perché i gay sono in qualche modo “meglio” delle persone etero». Basta fare attenzione alla retorica sulle coppie arcobaleno per rendersi conto che, in effetti, la questione viene presentata esattamente in questi termini: eguaglianza sì, ma con un «gay bonus». Un bonus di cui usufruiscono molto spesso anche altre minoranze vere o presunte. Quelle che oggi, con fare sempre più tirannico, dominano la scena.
Piccolo problema: a forza di pretendere attenzione in preda al narcisismo, queste minoranze potrebbero ottenere un effetto parecchio negativo. Murray, citando il filosofo Kenneth Minogue, parla della «sindrome da San Giorgio in pensione». Una volta ucciso il drago, l’attivista liberal non sa smettere: «Più aveva successo», scriveva Minogue, «più si faceva incantare dal pensiero di un mondo privo di draghi, e meno diventava capace di tornare alla vita privata. Aveva bisogno dei suoi draghi». La pretesa di sempre nuovi «diritti,» rischia di produrre un ritorno di fiamma che cancellerà non solo le pretese assurde delle minoranze, ma pure quelle legittime. L’ossessione antirazzista, per esempio, potrebbe produrre un ritorno (stavolta vero) del razzismo. Sta già accadendo, anche qui, ma i nostri progressisti non sembrano rendersene conto.

 

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