La sinistra si aggrappa all'elevato Stampa
Scritto da huffingtonpost.it   
Giovedì 02 Gennaio 2020 00:44


Giuseppi è il solo che tiene uniti i cocci

Delle buone ragioni e delle speranze che le prime hanno generato non c’è molto da aggiungere alle tante lodi. Misterioso rimane invece, almeno ai miei occhi, il fatto che Giuseppe Conte sia diventato un fattore ispirazionale per le forze democratiche. In punta di forchetta istituzionale il ruolo che ricopre è del tutto legittimo: i premier nel nostro sistema vengono nominati, non eletti direttamente. Ma in termini di sostanza politica, dopo quasi un decennio di polemica feroce (da parte delle opposizioni, ma poi ampiamente condivisa dalla sinistra) sulla lunga serie di premier scelti dal Colle o rimpastati con accordi interni ai partiti, senza ritorno alle urne, come si sia poi arrivati a un Conte che non ha mai partecipato a nessuna elezione, e non ha mai nemmeno visto da lontano una qualche forma di  vita politica, rimane per me incomprensibile. 
La risposta, ieri come oggi, è che anche questa scelta è figlia di un’emergenza: in questo caso, fermare il populismo. Ma se il Governo Monti fu davvero necessario quantomeno a salvare I conti (e il contrario è solo un’opinione mai provata) il Governo Conte è davvero funzionale a fermare la destra? Al momento non ci sono segnali in questo senso: tutti i poll di fine anno provano un continuo dominio numerico (salvo minime flessioni) della destra sulla sinistra.
L’unica spiegazione possibile del fatto che Giuseppe Conte sia una speranza del fronte democratico è dunque che il suo percorso sia lo specchio della trasformazione in corso nella politica italiana tutta. Un percorso che ha anticipato una metamorfosi collettiva in cui ciascuno, mantenendo le sue sembianze, è scivolato verso altre convinzioni o ruoli. Col rischio che anche il quadro politico attuale sia solo un’illusione collettiva.

Il caso più rilevante di metamorfosi a sinistra è quello di Maurizio Landini.  Il combattivo capo dei metalmeccanici è diventato un pensoso, cauto capo della Cgil. Come dargli torto? Voglio bene a Landini, uomo di grande umanità e voce sempre intonata a quella dei cittadini più bisognosi. Proprio per questo il suo cambio va guardato con attenzione. Arrivato alla vetta della responsabilità del mondo operaio, Landini ha visto nel suo insieme le dimensioni del disastro italiano, ha guardato nel baratro sul cui orlo è in bilico l’apparato industriale (tradizionale va aggiunto) del nostro paese, e ha messo in ripostiglio, in fretta, ogni protesta, ogni impazienza. Il suo nuovo vestito è la responsabilità, la leale collaborazione con il governo per trovare soluzioni. Il poter contare sul sindacato ha tolto dall’equazione del governare il tallonamento, stile Parigi, del contropotere della piazza, ed è certo il maggior assist avuto da Conte sul fronte più difficile del governo.
C’è poi il cambiamento in corso dentro il Pd. Se ne parla spesso, come capita per comodità o superficialità a noi giornalisti, in termini di leadership: Zingaretti, Franceschini, Gentiloni, Vecchia Guardia, Nuova Guardia. Ma il passaggio dentro cui si trova il Pd è uno smottamento dell’intera struttura. Il partito è da anni preda di scalate ostili, trame e ambizioni nascoste. La sua decadenza elettorale pre-data Monti e Renzi, e anche l’ormai mitico “abbandono delle periferie”. La sua è una crisi di egemonia vera, che la sinistra vive in tutto il pianeta. Le varie soluzioni per uscire da questa crisi nell’ultimo decennio si sono risolte più che altro in una serie di di scosse: l’appoggio al governo tecnico di Monti, la rottamazione, la scissione, le purghe interne, l’arroccamento dei ceti locali in pratiche clientelari al fine di sopravvivere. La prova di questo terremoto permanente è stata il susseguirsi effimero di premier e segretari. Nessuno dei quali è riuscito ad evitare il fatale appuntamento con la vittoria della destra nel 2018. E nella destra, personalmente e indubitabilmente, includo il Movimento 5 Stelle nella forma presa col primo governo Salvini/M5s. 

Una sconfitta valsa come una sentenza di morte per il Pd – o abbiamo già dimenticato la disperazione di quel dopo elezioni?
Come è successo a Landini, aver guardato nel baratro ha infine messo anche il Pd di fronte a una inderogabile verità: il partito che si è presentato di fronte a una insperata seconda chance di vita, il governo attuale, è una organizzazione che mostra ancora l’antica sicurezza di chi comanda in politica, di chi detta condizioni, ma il suo vero stato d’animo è la paura. E fa bene ad averne.  Questo è un governo esposto a ogni dichiarazione di attori laterali come Renzi o Di Maio, e, presto, anche della Carfagna. Nel frattempo, il Pd deve riconquistare metro per metro il territorio delle regioni, tenere a bada l’eterna competizione interna per la leadership nonchè una classe politica sul territorio che appare un pacchetto di coriandoli - pezzi di colore diversi fra loro, ogni sindaco e ogni governatore un caso a parte, sopravvissuti tutti alla grande crisi adattandosi, tenuti insieme solo dalla sottile plastica di un sacchetto.

Impietoso ritratto. Ma i dirigenti del Pd, e i suoi elettori, nei loro cuori questo ritratto lo conoscono molto bene. Sennò non si capirebbe nemmeno perché il Pd sta come sta nell’attuale coalizion:  pagando un alto prezzo ai Cinque Stelle, nelle nomine e nei principi, in pazienza e in fatica. Dice a se stesso di farlo per il paese, ed è vero che la stabilità è molto importante per l’Italia, ma lo fa anche perché non ha altra strada, e forse questa è l’ultima strada per provare a reinventarsi.

Il guado del Pd è oggi in effetti un doppio attraversamento parallelo: quello del governo e quello del partito. Un doppio, simboleggiato oggi dalle due teste che guidano l’azione, un segretario e un capo della delegazione nel governo. Una complessa oltre che faticosa, architettura, cui si aggiunge il terzo elemento di un capo del governo che non appartiene a nessuno dei due partiti della coalizione.
L’esistenza di questa figura terza, nelle condizioni di fragilità complessiva, è una guida, ma anche un modo per I partiti della coalizione per evitare di assumersi responsabilità piena di quel che si decide. Il mistero del successo di Conte è dunque la trasformazione del campo democratico tutto, sotto il peso della sua debolezza di classe dirigente e di proposta. Quella del Pd a Conte è definibile, in maniera brutale, come una resa di sovranità.

Il presidente del Consiglio appare contento. E ne ha di che. Per un uomo venuto dal nulla, la conquista di tale centralità è una grande impresa.  Ma non dovrebbe illudersi. E’ una resa che I democratici, esperti di tattica e trame, considerano provvisoria. Il periodo necessario a poter riprendere l’iniziativa.
Quanto provvisoria, tuttavia, è l’intera questione del quadro politico italiano oggi. E anche se la nostra politica ha sempre lavorato assumendo il vecchio adagio che nel nostro paese nulla è più stabile della precarietà, la instabilità e’ alla fine la più costosa delle operazioni pubbliche, come dimostra lo spreco di denaro dello Stato che ci arriva dal passato e la tentazione politica statalista che ha rialzato al testa in queste ultime due legislature. Detto in soldoni, la instabilità politica regge se le casse dello Stato sono piene. Che non è il caso italiano.
Il nodo politico del 2020 sarà dunque proprio se e come si scioglierà l’attuale provvisorietà Italiana. Contiamo sul fatto che non avvenga né per via di restrizioni democratiche, né per drammatiche vie violente, come in altre nazioni. Ma, in assenza di una rottura di questo schema di equilibrismi e figure terze, la possibilità che il chiarimento avvenga sull’onda di un ulteriore impoverimento del paese, e dunque su una nuova vittoria della destra, rimane molto concreta.