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Scritto da insideover.com   
Mercoledì 19 Febbraio 2020 01:12


Qualche verità

In quest'articolo sulle difficoltà tedesche ed europee si ammette finalmente che l'Euro era una sfida al Dollaro e si capisce perché Stay Behind si è inventata l'eurofobia.

Quasi tre anni fa, dopo aver formato il suo ultimo governo prima dell’annunciato ritiro dall politica, la “Cancelliera” Angela Merkel aveva immaginato un sentiero diverso per il quadriennio conclusivo della sua esperienza alla guida della Germania: nelle aspettative della coalizione tra la Cdu/Csu e i socialdemocratici, l’ultimo governo Merkel avrebbe dovuto amplificare la proiezione economica e politica di Berlino, garantire una rinnovata leadership all’Europa incentrata sull’asse con la Francia e consentirle di rispondere alle nuove sfide portate dalla contesa globale tra gli Stati Uniti e la Cina.

Nonostante alcune iniziative estemporanee, come la scelta “sovranista” di limitare lo strapotere del big tech, il quarto governo Merkel è stato in realtà dominato dall’immobilismo e dalla ristagnazione, arrivata a colpire al cuore la leadership economica e commerciale della Repubblica federale in Europa. Il rallentamento della Germania, che non ha saputo rafforzare la domanda interna ed è rimasta enormemente dipendente dalle esportazioni, si è intensificato nel 2019. Come sottolinea Repubblica, “negli ultimi tre mesi del 2019 la Germania si è sostanzialmente insabbiata. E rischia di contagiare il resto del continente. Bisogna prendere una lente d’ ingrandimento per leggere il ritmo di crescita registrato tra ottobre e dicembre dall’istituto di statistica Destatis: è lo 0,0279%. Crescita zero, a un passo dalla recessione. Un dato che ha raffreddato l’ andamento complessivo: nel 2019 il Pil si è fermato a +0,6%. E a deprimere la maggiore manifattura d’ Europa è stato il suo tradizionale polmone: l’ industria”, specie nel suo settore core, l’automobile, che soffre la competizione globale e le manovre incrociate tra Stati Uniti e Cina dei grandi produttori.

Come se non bastasse, a penalizzare la Germania di Angela Merkel ha contribuito l’emersione di una vera e propria tempesta politica, iniziata con la rovinosa sconfitta della Cdu nel voto in Turingia dell’ottobre scorso. La rivolta elettorale della perfieria ex-Ddr ha premiato l’estrema sinistra della Linke, primo partito col 31%, e la destra di Afd, seconda col 24%. Nella procedura di negoziazione per la formazione del governo regionale, per mettere fuori gioco il governatore uscente della Linke, Bodo Ramelow, la Cdu locale è arrivata a votare, assieme ai sovranisti, il candidato liberale Thomas Kemmerich, provocando un’onda d’urto che si è riverberata fino a Berlino e l’intervento di scomunica dell’azione da parte della Cancelliera in persona.

La crisi della leadership della Merkel, con la Cdu nell’Est che compie il passo estremo di allearsi con la destra ultra-liberista e anti europea, è stata letta da John Auters, attualmente editorialista di Bloomberg dopo quasi 30 anni al Financial Times, come la cartina di tornasole della crisi politica europea: e anche in Germania, secondo Auters, inizierebbero a farsi sentire i contraccolpi del fallimento del progetto europeo. “L’Europa, la cui valuta comune era stata pensata per lanciare una sfida all’America, si sta rivelando un modello politico gravemente fallato, con un economia strutturalmente messa alla prova”. E la leadership tedesca, che per anni ha accettato di comprimere i diritti sociali e le prospettive economiche dei suoi cittadini per garantire la tenuta del modello iper-esportatore cruciale nella sua egemonia in Europa, ora non ha risposte da dare sul fronte interno, subendo l’attacco diretto di forze fino a poco tempo fa marginali.

Angela Merkel, nel suo ultimo mandato, ha preferito una sostanziale continuità nell’amministrazione dell’esistente, piuttosto che rilanciare con uno strappo politico un processo capace di ridefinire la centralità della Germania in Europa. Anche l’asse con la Francia scricchiola dopo che Emmanuel Macron ha iniziato a concepirlo come diseguale. E in questo contesto, in Germania infuria il dibattito sulla reale utilità dell’attuale stato di cose per la Germania e l’Europa. La conseguenza dell’appannamento della Germania è sotto gli occhi di tutti: un’Europa ingessata, incapace di pensare oltre il mantra economico-finanziario, antiquata nel mondo della competizione e della globalizzazione. Un’Europa che discute, si incarta sui decimali di bilancio ma rimane oggetto, e non soggetto, dei grandi temi della politica internazionale: dalla crisi mediorientale alla rivoluzione tecnologica, dalla sfida tra Usa e Cina alla definizione degli equilibri commerciali globali.

La discussione sul tramonto della Cancelliera è invece insolitamente assente dalla discussione nella stampa italiana. “Nessuno può toccare l’ idolo di Angela Merkel che incarna 20 anni di euro”, è il lapidario commento di Italia Oggi con cui è difficile non convenire. Mentre i consensi del suo partito sono in calo e anche sul fronte interno il governo mostra segni di cedimento, per la Cancelliera l’obiettivo ora rimane sopravvivere politicamente fino all’autunno del 2021, data di scadenza della legislatura del Bunderstag. Dei grandi progetti del 2017 oramai non esiste più nemmeno lo sbiadito ricordo.

 

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