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Scritto da Andrea Vincenzo Cerati (fb)   
Venerdì 28 Febbraio 2020 00:44


Coronavirus

Parliamoci chiaro: la situazione di questi giorni non è certo inaspettata, questo spettacolo grottesco di panico, stupidità e miseria umana è quanto chiunque con un briciolo di capacità di analisi in ambito sociale si sarebbe aspettato da una crisi di questo tipo nel nostro continente.
Non è una situazione solamente italiana, e scene pietose di gente disposta a fregare l’ultima scatoletta di tonno anche alla propria vicina anziana e affamata già si vedono a Parigi e, molto presto, arriveranno anche altrove in Europa e, se mai il virus dovesse arrivarvi, sarebbe lo stesso negli States, almeno nelle grandi città.
Chiariamoci, le masse in generale non sono mai state un concentrato di razionalità e capacità di giudizio, ma qui siamo davvero ad un livello successivo.
Una crisi, qualunque crisi, è in grado di trasformare quella che credevamo essere una società ordinata in un caos generalizzato capace di togliere ad una buona fetta di popolazione urbana qualunque contegno.
Il coronavirus non è una passeggiata, certamente, ma quali sono le probabilità di un suo esito fatale?
Quello che manca, in questi casi, è la presenza di esempi sani e chiari agli occhi delle persone.
In queste situazioni io penso spesso alla mia famiglia, ai miei antenati e agli esempi che essi mi hanno dato, in questo caso penso ad un ragazzo in particolare: Franchino Scaccabarozzi, volontario al fronte durante il Primo Conflitto Mondiale.
Non era il classico nazionalista esagitato, tutt’altro, ed aveva espresso in più di una lettera (prima di arrivare al fronte ovviamente) i suoi dubbi su un conflitto contro l’Austria-Ungheria, eppure, quando venne il momento, seppe fare il suo dovere, e anche qualcosa di più.
Non era un semplice soldato ma un ufficiale di Accademia, ed a ventisei anni già ricopriva il ruolo di capitano nel corpo degli Alpini, quando la Brigata Sassari, che aveva già subito perdite spaventose negli scontri di quegli ultimi mesi del 1915, dovette per forza affidarsi ad un reclutamento presso altri corpi non ebbe esitazione e passò volontariamente fra i ranghi del 151° reggimento di Fanteria in qualità di comandante di compagnia.
Non era uno sciocco Franchino, e doveva sapere cosa significasse fare quel passo, era un capitano e quindi aveva sicuramente accesso ai dati relativi alle perdite subite dal reggimento, sapeva, in definitiva, di avere una possibilità di sopravvivenza sul breve periodo che era intorno al 50%, destinata ad abbassarsi ulteriormente. Eppure scelse di fare la cosa giusta.
Era un nobile, già decorato medaglia di bronzo al valor militare, e l’unico figlio maschio di suo padre, avrebbe potuto agevolmente farsi affidare un ruolo burocratico, perfino farsi spedire a casa, con un briciolo di abilità nel lagnarsi. Ma non lo fece.
Ora, nelle mie vene scorre lo stesso sangue di questo ragazzo (sua madre era una Cerati), con che faccia tosta potrei andare in panico per un 2/3% di possibilità di tirare le cuoia?
Non avrei più il coraggio di guardarmi allo specchio.
Questo vale per me, ovviamente, ma può valere per chiunque di voi.
Guardate ai vostri antenati, agli esempi che possono darvi, e datevi un contegno.
Non siete bestie, siete uomini, figli di uomini e come tali dovreste comportarvi.
In conclusione, cosa accadde a Franchino? Morì pochi giorni dopo aver preso il comando della compagnia, durante gli accaniti scontri nella Trincea delle frasche, sul Carso, nel novembre del 1915. Non aveva nemmeno fatto in tempo a scrivere a casa del proprio trasferimento e venne sepolto dalla sua famiglia come capitano degli Alpini.
Del suo esempio non rimane solo una tomba, rimane il lascito rappresentato dal suo esempio, di ciò che ha significato per me e per tutti coloro che, vedendo il suo nome nella via a lui dedicata, si chiederanno chi fosse quel Franchino e cosa lo spinse, a nemmeno ventisei anni, a compiere con consapevolezza il sacrifico supremo.

 

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