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Scritto da huffingtonpost.it   
Martedì 14 Aprile 2020 00:19


Si può essere d'accordo in toto, in parte o per niente, ma spiega chiaramente come tutte le mosse italiane fino ad oggi siano state grottesche e imperdonabili Da un mese, la nostra Delegazione Renaissance lavora duramente, nel Gruppo Renew Europe e con vari Commissari, governi ed esperti proprio per rispondere all’emergency e preparare la recovery. E vari movimenti e organizzazioni europee, a partire dall’UEF, hanno sostenuto con forza il nostro approccio. All’inizio non è stato facile spiegarlo. Il nostro punto di partenza era molto semplice. Se è vero che siamo di fronte a un’emergenza sanitaria senza precedenti e che ci attende una crisi economica profonda, allora dobbiamo mettere in campo tutti gli strumenti che abbiamo e allo stesso tempo crearne altri molto innovativi. Se è vero che siamo in una guerra contro una minaccia transnazionale, come il Coronavirus, allora dobbiamo gestire insieme un’economia di guerra. Soprattutto, se vogliamo veramente la Rinascita europea, dobbiamo proiettarci nel mondo di domani, non rimanere prigionieri dei dibattiti del mondo di ieri. Per questo, siamo convinti che le iniziative già prese e il lavoro dell’eurogruppo siano un passo in avanti molto importante. Non dobbiamo infatti “scegliere” tra i vari strumenti: dobbiamo metterli in campo tutti, in modo semplice e rapido. In vista del Summit Europeo del 23 aprile, su alcuni di questi strumenti c’è già un accordo politico: la Cassa integrazione europea SURE (100 miliardi), la decisione di mettere a disposizione senza condizioni 37 miliardi per le regioni (oltre 10 miliardi per l’Italia, che altrimenti rischiavamo di perdere), l’azione della Banca Europea per gli Investimenti, che mobiliterà sino a 200 miliardi di euro, i nuovi acquisti di titoli della Banca Centrale Europea (sino a 900 miliardi, pari al 7,3% del PIL della zona euro, con cui solo in marzo la BCE ha acquistato 12 miliardi di titoli italiani e solo 2 miliardi di titoli tedeschi…) e infine l’utilizzo dei finanziamenti del Meccanismo Europeo di Stabilità/MES (che ha una capacità di 400 miliardi) per finanziare almeno le spese sanitarie senza condizioni (cioè senza “troika” per dirla in modo semplice). Siamo convinti che tutti questi strumenti vadano sfruttati appieno. E che altri, più innovativi, vadano creati, per rispondere alla crisi mobilitando rapidamente almeno 1500 miliardi. Per questo, abbiamo proposto i “Recovery Bond” emessi da un “Recovery Fund”. E siamo soddisfatti che vari governi e alcuni Commissari abbiano rilanciato e sviluppato la nostra proposta iniziale.

Percorso difficile, ancor più complicato dal modo in cui media e politici ne hanno dibattuto nei vari paesi. Perché? Perché moltissimi hanno alimentato dibattiti del mondo di ieri anziché proiettarsi nel mondo di domani.  Da una parte, sono stati rilanciati gli “eurobond”: bellissima idea, che implica la mutualizzazione di almeno parte dei debiti nazionali esistenti, legata ad un’Unione politica, con un bilancio dell’eurozona ecc. Il problema è che rilanciare questo dibattito ora ha riattivato le divisioni del mondo di ieri, della crisi greca, tra Nord e Sud, cicale e formiche e altri stereotipi anche meno gradevoli.  E noi non abbiamo tempo ora di impantanarci in questo dibattito, abbiamo bisogno di agire, in modo innovativo ed efficace. In Italia poi, continua a rimanere acceso l’assurdo dibattito sul MES, che può e deve essere parte della risposta (con nuove modalità). Mentre chi l’ha votato nel 2010, gli ineffabili Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi lo agitano come se fosse il demonio. E chi ha ottenuto un buon accordo, il governo italiano, dice che non lo vuole usare. Nella sua ultima conferenza,  Giuseppe Conte ha fatto il gioco di Salvini e Meloni, affermando di non volere il MES neppure con nuove modalità, contraddicendo quindi la posizione difesa dall’Italia nell’eurogruppo. Le ragioni le sappiamo: ma il presidente del Consiglio dovrebbe pensare all’Italia e all’Europa, non ai mal di pancia del Movimento 5 stelle. Non hanno fatto meglio in Germania e nei Paesi Bassi, dove in molti, tra cui i ministri Peter Altmeier e Wopke Hoekstra, i partiti nazionalisti, il giornale Die Welt hanno fatto dichiarazioni miopi, stupide e offensive.

In questa situazione, noi abbiamo cercato di proporre soluzioni innovative, di costruire nuove alleanze e di alimentare il dibattito nei due paesi chiave: Germania e Paesi Bassi.
Ecco perché al rischio di apparire pignoli abbiamo insistito sin dall’inizio sull’idea di Recovery Bond e di Recovery Fund: a differenza degli eurobond, i Recovery Bond non comportano mutualizzazioni del debito: nessuno chiede al contribuente tedesco di pagare il debito italiano.  Al contrario, dobbiamo stabilire un Piano di Rilancio Europeo, individuare gli obiettivi comuni e gli investimenti europei, stabilire le risorse aggiuntive necessarie e trovarle attraverso l’emissione di titoli comuni europei garantiti dal bilancio UE: questi sono i Recovery Bond. Proposta innovativa, su cui abbiamo portato a convergere, per la prima volta, il gruppo Renew Europe e sulla cui base auspichiamo di trovare un accordo il più ampio possibile con gli altri gruppi politici al Parlamento europeo il 16 aprile. Proposta rielaborata e difesa dal governo francese all’eurogruppo. E su cui partiti di governo olandese del nostro gruppo, come D66, esponenti politici come Sophie int’Veld o Daniel Cohn Bendit hanno alimentato assieme a molti altri, il dibattito olandese e tedesco. Senza ricordare i debiti di guerra tedeschi, insomma, ma lavorando sulle nuove sfide europee…

L’eurogruppo ha approvato l’idea di Recovery Fund.
Ora tocca al Parlamento europeo e al Consiglio europeo esprimersi sul Recovery Fund.
Soprattutto, i leader europei devono dimostrare di avere senso dell’urgenza e decidere subito “quanto” e “quando”. Quanto: il Recovery Fund dovrebbe permetterci di trovare altri 1000 miliardi di nuove risorse. Quando: in qualche mese. Come: modificando rapidamente il bilancio UE. Per questo, siamo molto soddisfatti delle prese di posizione dei Commissari Thierry Breton e Paolo Gentiloni. Ma ora, è la Commissione nel suo insieme -  e la Presidente Ursula Von der Leyen - a dover prendere nettamente posizione a favore dei Recovery Bond e presentare con la massima urgenza le modifiche di bilancio necessarie. Rapidità: questa ora è la parola chiave. Sino ad oggi abbiamo utilizzato meglio l’Europa che c’è. Con il Recovery Fund dobbiamo cominciare a costruire l’Europa che non c’è. E poi avviare quella Conferenza sul futuro dell’Europa proposta da Emmanuel Macron il 2 marzo 2019 per sancire un nuovo Patto Costituzionale europeo. La maratona per la Rinascita europea continua…

 

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