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Scritto da Andrea Marcigliano   
Lunedì 04 Maggio 2020 00:19


L'Italia a fine percorso?

Mai come oggi il rischio che l’Italia si infranga in cento pezzi è stato concreto. E questo ben poco ha a che fare con i proclami dei separatisti sia settentrionali che meridionali, dei nostalgici di un passato romanticamente idealizzato.
Il rischio della fine dell’Italia come realtà statuale unitaria, il suo tornare ad essere mera espressione geografica - e forse, si spera, culturale - è nelle cose. Basta osservarle spassionatamente. Basta applicare i principi dell’osservazione goethiana così come esposti dal Poeta. E chiariti da Rudolf Steiner ne Le opere scientifiche di Goethe.
Non è una forzatura. Come si osserva la natura di una pianta, il suo evolversi, si può osservare il divenire della società e della polis. Perché, come scrisse Aristotele, il Maestro di color che sanno, l’uomo è animale politico. Quindi la vita politica e sociale è la sua natura.
Ora, se osserviamo senza giudizi a priori, mettendo per un momento in silenzio la nostra mente, svincolandoci da ciò che vorremmo, la situazione presente dell’Italia e lasciamo che siano le cose a parlare, risultano evidenti alcune osservazioni.
La crisi indotta dall’emergenza pandemia - vera o presunta che sia, non è questo il tema - ha fatto completamente saltare il sistema costituzionale italiano. Di fatto, il Parlamento è stato completamente esautorato, anche per sua colpevole latitanza. Lo stesso governo è un mero fantasma. Tutti i poteri sono stati, di fatto, avvocati dal Presidente del Consiglio, che, senza alcuna delega, sta governando con decreti. I DPCM che non hanno alcun valore legislativo. Questo nel silenzio/assenso del Quirinale che sembra aver totalmente abdicato al ruolo di garante della Costituzione. E con un appoggio mediatico privo di contraddittorio.
Di fatto, questa leadership esercitata nelle forme di un populismo mediatico che fa leva sulla paura come unica garante del potere, ha provocato gravi fratture nel corpo della società.
I ceti garantiti economicamente, o che si illudono di essere tali, pensionati e dipendenti pubblici, sembrano più disposti ad accettare supini i diktat in nome della tutela delle loro vite biologiche. Gli altri, vedono concretamente la prospettiva del tracollo economico, della disoccupazione e del fallimento. Questo stato di cose alimenta un pericoloso rancore sociale che durerà ben oltre la fine dell’emergenza.
Scavando insanabili solchi tra le categorie.
Solchi che hanno anche una dimensione geografica. Infatti è evidente che a pagare lo scotto più alto saranno le aree produttive dell’Italia. Tutte concentrate nel Nord sino a Toscana e Marche. Sono infatti le regioni di questa area che sostengono in toto il PIL nazionale, e le spese sia del governo centrale, sia delle altre regioni.
L’area produttiva si è sentita non rappresentata e ben poco ascoltata dal governo. Per di più il panico dilagante ha portato governatori e sindaci, in tutta Italia, ad arrogarsi poteri esorbitanti il loro mandato istituzionale. Quando i presidenti di Campania e Sicilia dichiarano che non lasceranno entrare cittadini del nord nei loro confini, di fatto proclamano una secessione. E quando i loro colleghi settentrionali rispondono minacciando di non versare più le tasse a Roma, la frattura dell’Italia è già un fatto concreto. Ancorché non chiaramente percepito dall’opinione pubblica, vuoi perché stordita dalla vulgata mediatica, vuoi perché terrorizzata e polarizzata quasi esclusivamente sui dati della pandemia.
A questo si aggiunga l’insufficienza delle classi dirigenti. Tutte e a tutti i livelli, maggioranza e opposizione. Un’insufficienza che dimostra la veridicità della lezione politica di Aristotele. La democrazia degenerando porta sempre alla oclocrazia. Al governo dei peggiori. Che è anticamera dell’anarchia. Del caos e della disperazione.
Non si tratta di un giudizio politico. Solo di una serie di osservazioni, condotte cercando di seguire il metodo goethiano. Mettere in fila i fatti. E lasciare che siano questi a parlare.
E i fatti mettono in chiara evidenza come l’unità italiana ormai non esista più. Anche se ancora si stenta a prenderne atto. E non esiste perché gli italiani si percepiscono sempre meno come un unico popolo. Si potrebbe dire che non si riconoscono più nel loro Spirito. E che questo Spirito si è, in qualche modo, ritratto.
Molti anni fa, Pio Filippani Ronconi disse che gli italiani dovevano ritrovare il rapporto con lo Spirito del loro popolo. Una relazione che andavano sempre più dimenticando. E aggiunse che questo Spirito si manifestava con diversi volti, a seconda delle distinte parti da cui l’Italia è composta. Perché la nostra è sempre stata una unità complessa. Difficile. Un insieme di diversità. Che se armonizzate producono la più grande ricchezza, spirituale e materiale. Ma se manca l’armonia, e si fomentano rancori ed odio, diviene inevitabile l’infrangersi del mosaico in mille pezzi. La fine dell’Italia, appunto.