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Prometeo e la destra radicale PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Martedì 09 Giugno 2020 01:06


Perché l'aquila non ci divori più il fegato dobbiamo capire cosa è esattamente oggi quest'area

Il fatto che la destra radicale sia passata dall'avanguardia alla retroguardia e non sia più in grado di esprimere un pensiero, una posizione, una forma di lotta autentica, che non sappia riconoscere il nemico e spesso invece lo insegua nelle sue picchiate, mi fa ribollire il sangue, ma il mio è un errore di amor prometeico. In fondo è normale e giusto che, in questi tempi, sia ridotta così.

In realtà è semplice
I percorsi di vita sono al contempo individuali e comunitari: all'interno della propria comunità è possibile praticare una crescita che può assumere anche un'incidenza politica quando si traduce in avanguardia; individualmente si tratta invece di un percorso di formazione, in profondità e in altezza, che anni fa veniva definito equazione personale e verteva consapevolmente alla propria realizzazione.
I ritmi sincopati dei tempi attuali – sembra la favola di Momo – e la dominante superficialità distraggono, deconcentrano e inducono a dimenticare quello che come Idea, come Stile e come Esperienza dovrebbe produrre una scelta di vita, e non una semplice e chiassosa scelta di campo, o di segmento, della società dello spettacolo. Accompagnata da famelica ossessione del risultato immediato e dalla costruzione di immaginarie torri di babele (solitamente elettoralistiche) che con le loro aspettative solitamente utopiche intervengono a puntellare l'insieme affinché non si perda nella consapevolezza del suo ristagnare obbligatorio.

In sociologia si chiamano sottoculture
Le trasformazioni sociali ed esistenziali cui è sottoposta la società terminale producono sacche, o riserve politiche, in cui decine di migliaia di persone trovano ormai rifugio per i più disparati motivi, dai più alti ai più bassi (ma questo è sempre stato così, anche in epoche più sane).
Oggi questi gruppi formano quelle che sociologicamente sono definite “sottoculture”. Le quali per definizione sono primitive e regressive. Normale dunque che, anziché porsi almeno idealmente alla testa di un processo rivoluzionario e rigeneratore, si facciano sedurre da sedizioni nientificanti che si sublimano nella quintessenza dell'antieuropeismo in tutte le sue forme e nelle formulette sovraniste. In quanto a primitivismo regressivo non c'è male.
È la sociologia che impone queste degenerazioni. Ovviamente non ci si dovrebbe adagiare in sottoculture relativamente affollate ma assumere una mentalità e una vitalità selettive e dinamiche che di certo non avrebbero lo stesso successo quantitativo. In compenso, qualificanti, lascerebbero una traccia, anche minimale, nella storia, anziché restare invischiate nell'apparenza e nell'esibizionismo di una quotidianità al contempo insulsa, banale e insoddisfacente. Quanto essa sia insoddisfacente lo attestano la litigiosità continua, le contrapposizioni rissose da orchetti, i toni iconoclastici, con cui, nell'acrimonia verso gli altri, si manifesta lo spirito di corpo, rimasto come unico collante politico di realtà giocoforza autoreferenziali.

L'equivoco da cui  dobbiamo uscire
L'errore consiste nell'accettare il fraintendimento comune e credere che le sottoculture sociologiche che si riconoscono in questa o quell'appartenenza abbiano davvero vocazione e funzione di soggetti politici. Ne avranno l'ambizione e l'immaginario, ma non la possibilità, perché non ne hanno la natura.
Pretendere quindi che abbandonino le logiche regressive e che alzino lo sguardo non ha senso: dovrebbero rimettersi in discussione dalle fondamenta e non è pensabile.
Reclamare quindi che aprano gli occhi e assumano una funzione d'avanguardia non ha senso: sarebbe utopia.
Riconoscere invece la funzione di serbatoio, pur sottoposto a dinamiche uguali e contrarie, ha un senso.
Mai come oggi l'azione è un fatto di minoranze d'élite, è contrassegnata dalla capacità di agire nel profondo, con l'esempio prima ancora che con la creazione di potere, e determinata dalla coniugazione di un'avanguardia con i processi, anche materiali, della storia.
Quindi tutte le componenti “politiche” attuali hanno come unica funzione oggettiva e positiva, che le trascende, ma che ignorano, quella di assembrare numeri critici. Sui quali possono poi agire decisivamente – quasi sempre a livello individuale – le idee e gli esempi.
Per le realizzazioni individuali lo Stile sarà fondamentale. Per la realizzazione sinergica si dovrà formare una nuova nobiltà jungeriana, nicciana, che mantenga un calore, anche epidermico, di tipo mediterraneo nella realizzazione progressiva di un'élite nazional/rivoluzionaria europea. 
Tutto questo non può che porsi, concettualmente e operativamente, su di un piano totalmente differente rispetto a quello in cui rivaleggiano tra loro, e perfino al loro interno, le comunità politiche oggi tricolori. Non gli è alternativo o concorrenziale: è semplicemente consapevole. Ed è contaminante di valore aggiunto.
Un'alchimia.
Guardando oltre.

 

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