Se ha avuto ragione la Svezia Stampa
Scritto da insideover.com   
Mercoledì 23 Settembre 2020 00:51


Per molti si dovrebbero aprire le galere

La Svezia, simbolo di un approccio alternativo al contrasto alla diffusione del Covid-19, ha costretto molti media a rivalutare la sua strategia. Sono i numeri, in realtà, a raccontare una verità non smentibile: la situazione pandemica svedese è migliore rispetto a molte altre.
Il Paese scandinavo è stato bersagliato in prima battuta da chi riteneva che la tutela delle vite umane dovesse essere il tratto caratteristico della tattica occidentale. Quella da contrapporre all’emersione del nuovo coronavirus. La Svezia, insomma, è stata presa di mira da chi pensava che la ricerca della “immunità di gregge” ed il mancato blocco delle attività economiche rappresentassero tanto un pericolo quanto una sconfitta per la cultura della vita, che è tipica invece dei contesti cattolici. Qualcosa di simile, almeno nelle prime fasi ed in termini di rimostranze, è accaduto al premier britannico Boris Johnson. Nel caso svedese, però, sono le statistiche a stupire attualmente i commentatori. Se non altro perché la seconda ondata, a Stoccolma, sembra essere già un fantasma del passato. Anzi, il ritorno del virus sembra un fenomeno che gli svedesi potranno dire dii non aver subito. Partiamo dalla casistica.
Mentre scriviamo, in Svezia non si fa che parlare di come la pandemia sia stata sostanzialmente sconfitta. Forse è un po’presto per cantare vittoria, ma le cifre sono lì apposta per verificare. 188 casi il 15 settembre. Un quadro ben diverso rispetto a quello di giugno, quando le autorità mediche della nazione del Nord Europa erano costrette a contare quasi duemila positività giornaliere. Cos’è successo nel frattempo? Perché, durante i mesi in cui il resto del Vecchio continente è costretto a ragionare su un eventuale secondo lockdown, la Svezia sembra poter dormire tra due cuscini (almeno sino a questo momento)? Qualcosa di diverso dal resto d’Europa deve essere accaduto.

casi covid svezia
Una spiegazione è stata fornita a France24 dal capo della task force. La Svezia è una di quelle nazioni in cui la voce della scienza, di quella ufficiale legata allo Stato, è una. E l’esito del meccanismo comunicativo, a differenza di altri contesti tipo il nostro, sembra meno confusionario. Sono parole semplici – quelle del dottor Anders Tegnell – . E forse anche questa presunta banalità è alla base del successo: “La nostra è una strategia più sostenibile – ha affermato al giornale francese, come riportato da Europa Today – , che puoi mantenere in atto per lungo tempo, invece della strategia che impone lockdown, poi riaperture, e poi di nuovo lockdown”. La ratio sta dunque nel dilatare nella prassi le regole stringenti imposte altrove. Poi c’è l’ordine mentale e sociale degli svedesi, che di certo – come l’adagio vorrebbe – avrà contribuito. Le persone hanno dunque rispettato in generale le indicazioni fornite, mentre quest’ultime – in relazione a quelle disposte per l’Italia – sono risultate meno invasive. Il trucco sarebbe tutto qui. Ma c’è un però, che anche Tegnell individua e che è legato al lungo termine: “Solo alla fine vedremo quanta differenza ha fatto”, ha ammesso. Le sentenze arriveranno a conti fatti, dunque. Ma intanto il quadro è agevole.
La stessa Oms ha dovuto ammettere che la Svezia può essere d’esempio per le altre comunità nazionali. Prescindendo dalla bontà di questa o di quella strategia, sembra di poter dire che un ruolo decisivo l’abbia giocato la sinergia tra le disposizioni degli esperti e i comportamenti privati dei cittadini. Questo, almeno, è quello su cui Tegnell pone più di qualche accento. Un lockdown parziale ma prolungato nel tempo, in buona sostanza, sarebbe in grado di produrre effetti migliori rispetto ad un lockdown secco, stringente ma limitato da un punto di vista temporale. La conclusione che si può trarre per il regno svedese in relazione al Sars-Cov2 è questa. L’unico giudice – come premesso – sarà però il tempo che passa.