Un ballo in maschera Stampa
Scritto da Patrizia Floder Reitter x La Verità   
Venerdì 09 Ottobre 2020 00:41


Profilassi zero, imbecillità mille

La mascherina all’aperto «Ma a che cacchio serve?». A chiederselo non è un cittadino qualunque, esasperato per la nuova restrizione in vigore da oggi fino al 31 gennaio, bensì Giorgio Palù, professore emerito di microbiologia e virologia all’Università di Padova ed ex presidente della Società europea di virologia. L’esperto non ha alcuna voglia di fare battute, è decisamente indignato per l’assenza di scientificità in un DPCM «dove non sono descritte le condizioni di rischio. Mi sembra la solita furbata di appropriarsi di un procedimento amministrativo, grazie al quale il governo può fare quello che vuole bypassando il Parlamento e mantenendo la cittadinanza sotto il terrore del contagio».
Il professore scandisce chiaro: «Il Covid non naviga libero nell’aria e non cresce nel suolo, ma solo all’interno delle nostre cellule, diversamente dai batteri. Viaggia nelle secrezioni delle nostre vie respiratorie ed è sensibile a tutti gli agenti chimico-fisici, quindi alla temperatura dell’aria, alla radiazione ultravioletta che ha energia a sufficienza per uccidere qualsiasi virus nel giro di pochi secondi, all’umidità che gli impedisce di diffondersi». Precisa meglio: «Soprattutto di giorno, la mascherina all’aperto non serve, perché l’irradiazione del sole e la ventilazione aperta impediscono la diffusione del Covid. Quindi se sto andando in bicicletta o cammino in luoghi non frequentati e mi fanno una multa, perché non ho la mascherina, dico che queste persone sono degli ignoranti», esclama Palù. Le mascherine chirurgiche sono un sistema di protezione nel 90% dei casi e «vanno usate in ambienti o strade affollate, quando non è possibile rispettare la distanza di un metro o di 180 centimetri, i sei piedi indicati dagli americani». Il professore punta il dito contro gli ambienti chiusi: «Se ci si trova con altre dieci persone in uno studio dove gli impianti di climatizzazione ricircolano l’aria, il virus continuerà ad essere veicolato e le mascherine non proteggono. Non a caso nelle scuole si dice ‘Spalancate le finestre’. Queste sono le condizioni di vero pericolo di contagio». Certa che l’obbligo di mascherine all’aperto non abbia «alcun fondamento scientifico» è anche Maria Rita Gismondo, direttore del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica bioemergenze dell’Ospedale Sacco di Milano. «Tutti noi virologi, anche chi ha pareri discordi sulle misure da adottare per combattere il Covid, ci siamo schierati contro questa idiozia», spiega la professoressa. Ricorda che «il dispositivo di protezione individuale serve per impedire il contagio, quindi il passaggio del virus da un soggetto infetto a un altro. Il presupposto del rischio è che ci siano due individui a una distanza compatibile con il contagio. Al chiuso, la mascherina è più che giustificata ma se sono al l’aperto a indossarla mi provoco solo un fastidio inutile».

Quanto alla possibilità che il provvedimento sia stato preso per costringerci a essere più responsabili, la Gismondo è altrettanto critica: «Sono molto contraria alle imposizioni che non vanno spiegate e condivise. Bastava dire attenzione, se all’aperto ti avvicini ad altre persone devi metterti la mascherina. Così invece, senza motivazione, il provvedimento risulta eccessivo, genera sfiducia e viene rifiutato». Tra le voci autorevoli, contrarie a un obbligo che senza distinzioni ci vedrà imbavagliati fino al 31 gennaio dentro e fuori dai locali, c’è Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. «Le mascherine all’esterno, se uno è da solo o c’è distanziamento fisico dagli altri, non servono a niente», dichiara il professore. «Inutile dire di indossarle a chi esce con il cane o va a passeggio con un congiunto. Diventano però rigorosamente importanti quando i giovani si riuniscono nei bar, anche all’aperto, in assembramenti dove si parla ad alta voce e si è eccessivamente vicini». Secondo Remuzzi è fondamentale spiegare il perché del loro utilizzo: «Occorre fare uno sforzo di comunicazione», partendo dal ministero della Salute. Matteo Bassetti, direttore della clinica malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, giudica «profondamente sbagliato imporre da un giorno all’altro un obbligo generalizzato. Dovrebbero essere le Regioni, che hanno gestito l’epidemia e meglio conoscono le singole situazioni territoriali, a decidere un inasprimento delle misure se in presenza di un focolaio o di crescita dei contagi. Il provvedimento è come il lockdown, assurdamente unico per tutto il Paese. Così sarà multato il vecchietto senza mascherina e non la gente che non viene controllata mentre affolla i vicoli di Napoli o di Genova». Entrando nel merito dell’obbligo, anche il professore dichiara che «non ci sono evidenze scientifiche che la mascherina all’aperto serva, se non c’è nessuno a distanza ravvicinata».

Bassetti trova scorretto concentrare tutta l’attenzione su questo presidio, come se fosse l’unico accorgimento anti Covid. «Agli italiani abbiamo detto che devono considerare la mascherina un compagno di viaggio, ma pensiamo a chi va su autobus stipati con pezzi di stoffa inadeguati sul volto, a chi ripone il Dpi in tasca o lo conserva su qualsiasi ripiano o luogo non igienico. Possiamo solo immaginare quanti microorganismi appoggiamo poi alle nostre mucose? Se diciamo mettiti la mascherina sempre e sarai a posto, la gente ci prenderà per matti».