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Scimmiottando il Duce PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Mercoledì 17 Febbraio 2021 19:22


Se noi abbandoniamo i fondamentali se ne appropriano le avanguardie altrui

Non  intendo trattare il programma e le prospettive del governo Draghi di unità nazionale.
Attendo di vedere come si muoverà, verso quali centrali e verso quali posizioni trascinerà questo Paese in brandelli umani. Oggi è ancora presto.
Oggi ci sono però un senso di di nausea e un sentimento di sconforto ad attanagliarmi.
Bravi i sedicenti fascisti del dopo Muro di Berlino! Bravi, grazie a voi ci è stato scippato il senso profondo del nostro posizionamento e delle nostre prospettive!

Draghi che fa il verso a Mussolini
A un certo punto del suo primo discorso al Senato, l'ex Governatore della Banca d'Italia, l'ex Presidente della Bce, ha detto quanto segue:
"Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia.
Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere".

Sembra di sentire Mussolini e Göring nel 1943, Drieu La Rochelle nel 1944, Maurice Bardèche nel 1946, Filippo Anfuso nel 1951, Jean Thiriart nel 1963, l'intero neofascismo fino a che ebbe vita e vitalità, ma, prima ancora, il fascismo che precedette la stessa guerra per assumere esattamente queste posizioni. Posizioni che dal 1945 in poi divennero al tempo stesso obbligate e lungimiranti. Allora però si era avanguardie.
Ora le avanguardie sono nel mondo della finanza e dell'high tech, noi abbiamo disertato il campo.

Una resa imbarazzante
Con il vento favorevole del populismo e con la vita facile del dopo-repressioni (dovuto del resto proprio alle regole dell'Ue)  coloro che hanno occupato lo spazio che appartenne a quelle avanguardie si sono consegnati mani e piedi a un teorema al tempo stesso ridicolo, irreale, psicotico e imbarazzante, che è stato impropriamente definito sovranismo e, anziché dare battaglia alle centrali capitalistiche e democratiche per l'interpretazione e per l'attuazione di questa dinamica europea, che è corretta, che è nel tempo, che è prospettica e che è profondamente nostra, hanno preferito fare da zavorra nelle retrovie, un po' demoni della gravità, un po' scimmie di Zarathustra, e hanno lasciato libero il campo a tutti gli altri.

Felici pochi
Mentre quasi tutti giocavano a fare gli exit, i “fermate il mondo, voglio scendere!”, esaltando le virtù italiche senza preoccuparsi che invece la nostra popolazione giace solo preda dei difetti italiani, in quanti hanno risposto all'appello delle sparute avanguardie che insistevano per incalzare il sistema in modo esemplare e costruttivo? In quanti hanno detto sì all'appello ad abbozzare avamposti corporativi tra gli stake holders? In quanti si sono cimentati in laboratori teorici e pratici per l'autofinanziamento dei settori produttivi? In quanti si sono impegnati nell'operazione di rivoluzione culturale dedita alla trasformazione delle élites e non all'autocompiacimento in ghetti più o meno allargati?
In pochi, in pochissimi. Ma quei pochissimi hanno agito senza posa, e soprattutto senza chiasso, e hanno costruito reti e fatto formazione in diversi ambiti e in quasi tutta Europa, iniziando a costruire non solo una fraternità nazionalrivoluzionaria europea ma nuovi abbozzi di avanguardia.

La vera partita
Ora la partita si gioca proprio dove aveva previsto quest'avanguardia. Ora si tratta di favorire l'unità e la tendenza imperialista dell'Europa, contrastandone l'assetto capitalistico, che al sovranismo così tanto poco infastidisce, purché sia selvaggio e non europeo, anglosassone di preferenza.
Ora si tratta di occupare lo spazio che ci si confà e di accettare la sfida democratico-capitalista nel reale, nel presente, nel divenire.
Ma è tempo di gettare definitivamente nella pattumiera tutto quel primitivismo superstizioso, perdente, frenante, storicamente e culturalmente antifascista, che si è definito sovranismo e che ha contrassegnato la resa reazionaria del populismo.
E dobbiamo constatare con rammarico e con frustrazione che, sia pure intendendo tutt'altra cosa e facendosi portatore di tutt'altri principi, Mario Draghi si è appropriato del nostro discorso più autentico. E questo perché, per ignoranza, per faciloneria, per presunzione e per mediocrità, i più hanno tradito il nostro compito, la nostra vocazione, la nostra natura e la nostra ragione d'essere.


 

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