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Solo i cadaveri sono sicuri PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Marcigliano x electomagazine.it   
Lunedì 19 Aprile 2021 00:16


Facciamola finita con la pretesa di vivere sicuri!

Vedo un manifesto. O, come si dice oggi, un post. Di Giorgia Meloni. Che è ormai adusa a farsi ritrarre e intervistare con tanto di mascherina. E sotto al post la scritta: l’Italia deve riaprire. In sicurezza.
Resto perplesso. Ed è espressione eufemistica. Intendiamoci subito, però. Questo non è un articolo di politica. Ho deciso da tempo di non occuparmi dei contorcimenti intestini, e intestinali, dei partiti italiani. Non per snobismo. Per noia, piuttosto. Per la constatazione che i partiti italiani, tutti, contano poco, anzi nulla. Sono enti parassitari. Costano e non producono. E le decisioni, quelle vere, quelle che incidono sulle nostre vite, vengono prese altrove da ben altri, che non hanno bisogno di apparire sui manifesti.
E poi la Giorgia mi è simpatica. Se non altro è l’unica che non si è buttata a pesce nella invereconda ammucchiata a sostegno del Dragone. Che non ha praticato lo sport, tutto italiano, di correre in soccorso del vincitore.

Lo so, caro Direttore, più che opposizione la sua è, come tu dici sempre, oppofinzione. E serve a dare una parvenza di democrazia all’indegno spettacolo da carrozzone circense offerto, oggi, dal Parlamento. Ma questo abbiamo… E si fa ad accontentarsi.
Però quel manifesto, come altre comparsate, non l’ho digerito. Non per ragioni politiche, bensì estetiche e, se vogliamo, filosofiche.
Estetiche. Se ti fai fotografare con la mascherina, vuol dire che, alla fine, accetti acriticamente, la narrazione corrente. Che sei d’accordo, anzi subalterno a Speranza. Che, in sostanza, sei dalla parte delle milizie di regime che manganellavano in piazza Montecitorio ristoratori disperati per la rovina economica cui sono stati condannati senza motivo. E senza che un qualche deputato della “opposizione” andasse con loro. A testimoniare un minimo di solidarietà. La mascherina, in certi contesti, non è prudenza sanitaria. È un simbolo.
Poi che significa quel “L’Italia deve riaprire. In sicurezza”? Non è quello che dicono sempre tutti, Draghi, Speranza, ieri Conte e Casalino? E poi continuano a tenere tutto chiuso. Perché, appunto, la sicurezza non c’è.
E, in fondo, hanno ragione. Perché, pensiamoci bene… Che garanzie hai, uscendo di casa la mattina, di non venire investito da un ubriaco che corre a cento all’ora sui marciapiedi? O di non venire colpito, che so, da un fulmine, da un meteorite? E mentre siedi al ristorante, o su un banco di scuola, chi ti assicura che, dopo un poco, non entri uno furente con il mondo e si metta a sparare con un fucile a pompa?

Che sicurezza c’è, anche stando asserragliati fra le pareti domestiche, che la vicina, depressa, non si suicidi con il gas, facendo saltare in aria tutto il palazzo? E per essere più radicale, chi ti garantisce che, tra qualche minuto, Joe Biden non decida di attaccare con i missili nucleari Mosca, e che Vladimir Putin non risponda? O che un gigantesco meteorite non colpisca la Terra, provocando una nuova estinzione, come quella che avrebbe portato alla scomparsa dei dinosauri?
E tu pretendi che l’Italia riapra in sicurezza? Ma la sicurezza nulla ha a che fare con la vita. Che, per sua natura, è mutamento. Continuo, improvviso, sorprendente. Pericoloso. È impermanenza, come insegna la dottrina del Buddha.
Pretendere la sicurezza è assurdo. Contrario alla natura delle cose. Contrario alla vita. Solo i cadaveri sono sicuri.
Ricordo che, al culmine della Guerra Fredda, André Glucksmann scrisse un libro sulla paura dilagante per un conflitto nucleare che avrebbe potuto portare all’estinzione del genere umano. La forza della vertigine. Il concetto mi sembra sempre valido.
Vivere significa anche imparare a convivere con il senso di insicurezza che permea ogni nostro atto. Significa saper vivere l’attimo, senza avere paura del futuro. E, quindi, dominare il senso di vertigine che ci coglie di fronte al pensiero della morte e del nulla.
Pascoli, nel poemetto L’immortalità, ha espresso perfettamente ciò cui cerco, con le mie povere parole, di alludere.
“Godè del cielo egli, e del suolo, / di brevi rose e brevi trilli; e tacque”.
Mi limito ad aggiungere (e consigliare) a bassa voce che “Un bel tacer non fu mai scritto…”.
Verso attribuito spesso a Dante. Anche se, probabilmente, lo dobbiamo a Jacopo Badoer, poeta per musica del XVII secolo.
Comunque sia, resta utile consiglio…

 

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