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Ma io dico: sia benedetto il grande meriggio! PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Mercoledì 26 Maggio 2021 15:45


Il richiamo al gesto di Venner è sovente privo di prospettive consapevoli

L'anniversario del gesto estremo di Dominique Venner è l'occasione per interrogarsi impietosamente e rispondere a due domande: Io sono?  Hanno senso le mie aspettative?
Se l'esame sarà rigoroso e onesto non resterà che riformattarsi.

Una baracca che crolla
Ribellarci o - parola più brutta – reagire, in nome di cosa? Per puntellare una baracca che va a pezzi, per tenere in piedi delle piattaforme erette su pali marciti? Forse il dilagare della decadenza ci pare eccessivo e lo vorremmo allora frenare rifacendoci a una manifestazione precedente della caduta?
Ed eccoci a cantare le lodi del modello sovversivo di poco fa, solo perché era più timido!
Dobbiamo esaltare gli accoppiamenti sentimentali e provvisori delle famiglie etero borghesi? Nobilitare una turba di cialtroni nauseabondi chiamandoli popolo? Sublimare la nostra servitù internazionale chiamandoci Patria?
Ed in nome di questi inganni dialettici dobbiamo sperare in che cosa? In una reazione elettorale che porti al governo a servire le dinamiche di potere qualcuno che c'indori la pillola, accompagnando il processo di caduta con frasi rassicuranti? O magari sognare un sommovimento popolare mai esistito nella storia italiana e che non si sa bene a cosa tenderebbe e cosa perseguirebbe se non l'affermazione di alcuni egoismi beceri?

Gli hooligan e i moderati
La Sovversione non nasce oggi e soprattutto non c'è un punto limite dietro il quale la si possa contenere. Se non c'è il Vir che si faccia Rex e Pontifex, essa dilaga. Prendersi in giro con aspettative destrorse, moraliste, reazionarie, è semplicemente patetico. Non per niente produce un'acrimonia, una miscela d'isteria e di paranoia, che caratterizza la “ideologia” della reazione odierna, antropologicamente affine a quella teoricamente opposta.
Perché di questo si tratta: della medesima antropologia di disorientati senza alcuna Cosmovisione.
Opposte fazioni che fanno gli hooligan di curve contrapposte sul come immaginano gli immigrati o la dittatura sanitaria. Racconti imbarazzanti che scatenano guerre di religione manicomiali, come comprovano le “ultime frontiere” della demenza bipartisan: vaccini e mascherine.
La riscossa invocata da Venner la dovrebbero guidare degli scalmanati affetti ormai da palesi turbe mentali?
O la si dovrebbe affidare ai moderati che cercano di calmierare Zan e gli sbarchi rendendo così entrambi più accettabili e consolidati?

Passeggeri sul treno della storia
L'alternativa è insita in una Cosmovisione e nel fanatismo che nulla a che vedere con l'esaltazione e  l'essere scalmanati, anzi vi si oppone così come il radicalismo si oppone all'estremismo.
Di tutto questo non ve n'è traccia, se non sporadica. Certamente non nelle alternative di governo ma neppure nelle formazioni radicali che si differenziano tra chi scatena i tizi buffi della demenza clinica di cui sopra e chi ancora spera di partecipare in qualche modo alla dialettica democratica per rappresentare un popolo che non c'è e le cui caratteristiche profonde vergognose sono tutt'altro che  etiche o rivoluzionarie.
Si è perso il treno e non tornerà: il treno del populismo, della reazione sociopsicologica alla deregulation e alla globalizzazione. Chi vi è montato ci ha semplicemente fatto il passeggero con encefalogramma piatto, adesso è troppo tardi. O troppo presto perché qualcosa potrà nascere dalle progressioni europee nello scenario mondiale che dovrebbero comportare la necessità di un riconcepimento imperiale e dominante in grado – esso e solo esso – di salvare quel che rimarrà del nostro dna.
Chi, invece d'impegnare le proprie forze per quella realizzazione, s'ostina a inseguire riscosse popolari o elettorali, si è arreso al fatalismo: ha accettato di non avere un ruolo effettivo, di non contare niente, di galleggiare, tra selfies, hashtags e autocelebrazioni.

Il grande meriggio
Dobbiamo attenderci la salvezza dalla crescita dell'Europa e non fare nulla?
No. Ci sono tante cose da fare, la costruzione di spazi liberati e di potere, l'intervento in decine e decine di luoghi strategici. Ma dobbiamo arrenderci all'evidenza: il 999 x 1000 di coloro ai quali viene offerta questa possibilità, che significa impegno, serietà, lavoro e sostanza, finge di non vedere o si limita ad applaudire da spettatore e continua imperterrito a essere vissuto nella routine esistenziale.
Questo è il nocciolo del problema. L'ambiente che dovrebbe assumere il ruolo storico di avanguardia si ritrova ad essere un ricettacolo di persone pigre, indolenti, non coraggiose. Che non significa che si tirino indietro se le sfidano a cazzotti, ma prive della fortitudo.
Quello su cui dobbiamo contare non è una reazione per salvare la baracca ma una scossa violenta che nel disastro resetti delle minoranze all'interno di popolazioni allo sbando rigenerandovi un'aristocrazia cesarista.
Non dobbiamo angosciarci e ossessionarci per le accelerazioni del processo sovversivo e men che meno aggrapparci alle illusioni di mettergli un freno.
Dobbiamo addirittura benedire questa deriva generale concependola come l'incubazione di qualcosa che verrà, non dal basso, non nell'orizzontale, non nel mentale di oggi.
“Ma per loro tutti viene ora il giorno, il mutamento, la spada del giudizio, il grande meriggio; allora molte cose diverranno manifeste! (…) Ecco, viene, s'appressa, il grande meriggio!”
Così parlò Zarathustra.
Scuotiamoci dunque e liberiamoci da tutti i residui democratici e reazionari con i quali ci stiamo avvelenando l'anima e negandoci la crescita!
Non è pessima la situazione, è ottima!






 

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