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Perché s'impennano i prezzi PDF Stampa E-mail
Scritto da Giancarlo Galli   
Domenica 16 Maggio 2004 01:00

Iprezzi del petrolio viaggiano da una settimana, sui mercati di Londra e New York, oltre i 40 dollari il barile, con tendenza a ulteriori rialzi. Le cause sono molteplici, in larga misura note: il conflitto mediorientale che rende aleatori i flussi estrattivi, cui s'accompagna la speculazione dei Paesi dell'Opec; la crescente richiesta di oro nero dell'Occidente e del Giappone, nonché della Cina. Va da sé che il rialzo trascina il valore di gas e carbone.

I problemi per l'economia mondiale sono enormi. Il caro-petrolio origina infatti inflazione, ripercuotendosi sui costi delle aziende e sui consumi privati (benzina, riscaldamento). S'è calcolato che 5 dollari di aumento del greggio automaticamente determinano una contrazione del Pil mondiale dello 0,50 per cento. Orbene: tutte le previsioni di sviluppo impostate a inizio d'anno, facevano perno sul barile oscillante fra i 27 e i 30 dollari. Da qui lo spettro di un vistoso rallentamento della crescita. Si noti bene: «preoccupazione», non ancora «allarme rosso». La ragione c'è. «Quota 41,40» registrata ieri è statisticamente un record, assoluto e negativo. Tuttavia, esaminando le quotazioni da trent'anni a questa parte, ci si accorge che i 40 dollari attuali sono lontanissimi dalla cifra - equivalente a 78 dollari di oggi, tenendo conto di svalutazione e inflazione - raggiunta negli anni Ottanta con la rivoluzione khomeinista in Iran.
Viene pertanto da chiedersi perché l'Occidente, dopo quella lezione, non abbia adottato contromisure. Con un ragionevole contenimento dei consumi, considerata la pessima reputazione dell'alternativa nucleare. Verità è che le Grandi potenze consumatrici hanno scelto una diversa strada: porre sotto tutela i Paesi produttori. Così, attraverso la longa manus delle multinazionali petrolifere, hanno provato a indurre alla ragionevolezza int eressata nazioni quali Algeria, Nigeria, Venezuela, e i Signori del Golfo Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati. Con esiti che solo eufemisticamente si possono definire incerti, considerati i guai attuali.
Nel «gioco petrolifero», vi è però un elemento che con astuta ipocrisia noi occidentali evitiamo di citare. Quei 40 dollari al barile che hanno fatto suonare il campanello d'allarme, cosa rappresentano rispetto al prezzo finale pagato da aziende e consumatori?
Ben poco, visto che i vari balzelli successivi lo riducono attorno a un 15-18 per cento. E il resto? Il resto va alle Compagnie petrolifere, con raffinazione e distribuzione. In parte comprensibile, considerando le spese per la ricerca. Ma il grosso della torta, e va detto, finisce agli Stati. Al più al meno, naturalmente: in Usa, le imposte incidono mediamente per il 30 per cento sul prezzo finale; in Italia, per la benzina, oltre i tre quarti.
Onestà di ragionamento impone: sono davvero esosi gli Stati produttori, o non sono da mettere in discussione anche le politiche dei «nostri Stati»?
Basterebbe ricondurre alla ragionevolezza il prelievo fiscale e gli allarmi in parte rientrerebbero. Invece, innanzi alla sostanziale incapacità dell'Occidente a mettere sotto controllo i propri comportamenti - pubblici (le imposte) e privati (i consumi) - si risponde con spregiudicate operazioni di politica estera. Non a caso, nelle Cancellerie, si vocifera di un accordo sottobanco Usa-Russia. Per sottrarre alla galassia arabo-islamista il quasi monopolio petrolifero e nel contempo porre a disposizione dell'Occidente le immense risorse dell'ex impero sovietico. A patto di poter transitare con gli oleodotti in Cecenia e Georgia. Avremo così la Pax petroli. Nel frattempo, il prezzo del barile si impenna, l'Occidente economico trema. Mentre purtroppo l'Europa di Bruxelles, anche in questa circ ostanza assente e distratta, non sa cogliere una storica opportunità per conciliare divaricanti interessi geopolitici, e difendere quei 400 milioni di sudditi-consumatori che, alla fine, rischiano di essere gli unici a dover regolare la nuova, pesantissima fattura petrolifera.

da Avvenire.it

 

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