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Brasile: il realismo del presidente Lula PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Berruti   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Lodato dai banchieri ma criticato dai movimenti sociali. Dopo diciotto mesi di governo, Lula non può evitare che il suo PT si spacchi. Ma se all’interno stenta, sul piano internazionale il Brasile coltiva un progetto ambizioso: unire i paesi latinoamericani per arginare l’egemonia commerciale statunitense.

Osannato, temuto, carismatico, goffo: comunque lo si giudichi, è intorno al presidente Lula da Silva che ruotano ansie e speranze del Brasile. Fare oltre che sognare, è stato il motto che lo ha accompagnato in questi primi diciotto mesi di governo, che però vari spezzoni della sinistra brasiliana giudicano in moto sempre meno tenero. In politica estera, al di là delle concessioni al FMI, il governo sta tenendo testa a Washington nelle trattative commerciali che danno forma all’ALCA. Ma se all’estero la sua popolarità è ancora intatta e Lula evoca una sorta di icona per la sinistra internazionale, in Brasile il clima da luna di miele è ormai un dolce ricordo.

Luna di miele finita

Il consenso di cui Lula ha goduto finora è in calo. Il malcontento popolare cresce proporzionalmente all’austerità voluta dal ministro dell’economia Antonio Palocci. I sondaggi indicano un crollo dell’indice di gradimento del presidente brasiliano dall’83% a poco più del 50%, una cifra inferiore persino alle preferenze elettorali che lo avevano proiettato alla guida del paese. E’ inoltre scaduta la tregua accordatagli dai movimenti della sinistra radicale e il suo stesso partito, il PT, ha bocciato la politica economica del governo in un vertice dello scorso aprile, salvo poi serrare le fila e approvare un secondo documento di appoggio incondizionato. Secondo il sociologo Emir Sader, le contraddizioni tra l’evoluzione ideologica di Lula e quella del suo partito sono ben visibili: il presidente sta annullando il PT in quanto soggetto politico, assumendo senza consultarlo le decisioni più delicate. Come per esempio la riforma delle pensioni o le contestate concessioni al Fondo monetario internazionale, lodate dai banchieri internazionali ma aspramente criticate da sinistra. Intanto l’eco dei primi colpi di scena sfoderati da Lula si sta dissolvendo. Per lanciare in grande stile la campagna Fame Zero (cui si è aggiunta Sete Zero), aveva annullato lo scorso anno l’acquisto di alcuni caccia bombardieri affermando di voler investire i soldi risparmiati nella lotta alla povertà. Poi aveva dato uno schiaffo a Microsoft, decidendo la conversione dei computer della pubblica amministrazione al software libero (Linux). Infine il parlamento di Brasilia aveva varato una storica riforma agraria e riconosciuto il debito nei confronti degli indios amazzonici, restituendo a una tribù del Parà 2 milioni di ettari di foresta. In realtà non c’è rosa senza spina e l’azione del governo è stata più ambigua. L’acquisto di una dozzina di cacciabombardieri da parte dell’aviazione brasiliana è stato soltanto rinviato. Come rivela il quotidiano messicano La Jornada, non solo quest’anno il Brasile pagherà i famosi 700 milioni di dollari per 12 jet militari, ma si prevede che entro il 2006 per ammodernare l’aeronautica si spenderanno 3 miliardi di dollari. Più di quanto possa permettersi ogni altro paese confinante. In Amazzonia, denuncia il WWF, la tutela ambientale è regredita e la sospirata distribuzione delle terre incolte alle famiglie contadine si avrà forse tra due anni, mentre nel 2003 se ne sono distribuite meno che durante il peggior anno dell’amministrazione Cardoso. Facile comprendere che per qualcuno il conto alla rovescia sia già iniziato: la fiducia delle masse contadine verso Lula, fa notare il Movimento dei senza terra (MST), è enorme ma non inesauribile.

Economia tra luci e ombre

La borsa brasiliana, dopo gli ottimi risultati dell’ultimo anno, perde nel primo quadrimestre 2004 il 5% netto, in controtendenza rispetto alla media delle piazze finanziarie latinoamericane. Colpa dello scandalo Diniz e del ritardo con cui la Banca

 

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