il riscatto incompiuto di Napoli Stampa
Scritto da Aldo Cazzullo   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

La politica e i rifiuti. «La monnezza è il male antico di Napoli: gli altri, la disoccupazione, le malattie, l’economia con l’acqua alla gola, sono tutti figli suoi», scriveva Il Mattino nella calda estate del 1979.

Poi venne il Rinascimento. Napoli è in crisi da sempre e quindi non lo sarà mai, Napoli - ama ricordare Antonio Bassolino - è stata assieme a New York l’unica città collegata in diretta con la Cnn la notte del Capodanno 2000, Napoli ha dato all’Italia i suoi simboli, Eduardo e il sole, don Benedetto e il mare, Totò e la pizza, la camorra e i rifiuti. Per fortuna o purtroppo, non se ne esce. Soprattutto dai rifiuti. Neppure nell’era del riformismo meridionale.
Al centro del progetto e del mito dell’ultimo decennio c’era proprio questo, conservare l’unicità di Napoli facendone nel contempo una città normale. Non grandi opere né impossibili palingenesi; piuttosto, meno abusivi, meno illegalità, meno degrado. Meno rifiuti. Invece. Scontri nella notte tra poliziotti e dimostranti che bloccano i camion con la spazzatura. Roghi di cassonetti. Sacchi neri e topi, nei bassi come nel quartiere altoborghese del Vomero, a Spaccanapoli e nella zona degli ospedali, il Cardarelli, il Secondo Policlinico, il Pascale. E’ una grande seccatura ma anche appunto un simbolo, la bellezza malata, lo splendore in putrefazione, il riscatto incompiuto. Com’è potuto accadere?
Per decenni la Campania è stata la pattumiera del resto d’Italia. Una commissione parlamentare contò 140 discariche abusive. Ogni tanto ne scoprono ancora qualcuna, caverne, buchi senza fondo, pance enormi.
Leggende narrano di mezzo milione di tonnellate sepolte da qualche parte. Poi è arrivato Bassolino, commissario straordinario. Le discariche, abusive o no, sono state chiuse. Si è preparato un piano per trasformare i rifiuti in energia. Ma non si è fatto in tempo. Le antiche discariche non ci sono più, i nuovi termovalorizzatori non ancora. Funzionano le macchine che trasformano i rifiuti in combustibile, non quelle che dovrebbero bruciarlo: si accumulano così cataste dette sinistramente «ecoballe», che sindaci impauriti si inviano l’un l’altro.
Negli ultimi due mesi è successo di tutto. Ad Avellino spazzatura accumulata accanto allo stadio. A Marano, Aversa, Mondragone chiusi mercati e scuole. Quaranta camion della nettezza urbana, respinti ovunque, scaricano nell’ex Italsider di Bagnoli, dove sarebbe dovuto sorgere il quartier generale dell’America’s Cup. I turisti arrivati per il Maggio dei monumenti girano incuriositi, il fazzoletto sul viso, chi sconsolato chi rinfrancato dall’aver trovato la Napoli che attendeva, bella e dannata, dove ricrearsi e incanaglirsi per due giorni e fuggire. Non esattamente quel che che i protagonisti della rinascita avevano promesso.
Perché, accanto agli indugi amministrativi, ai ritardi della tecnologia, ai particolarismi dei sindaci preoccupati di difendere la propria enclave, è l’eterna inadeguatezza della politica che ritorna. Rosa Russo Iervolino annuncia: «Sono pronta a scendere in piazza e a fare le barricate» (ma un sindaco non potrebbe spendersi più utilmente in altro modo?). Il governo interviene, nomina un commissario straordinario al posto di Bassolino (nel frattempo indagato per abuso d’ufficio), il dottor Corrado Catenacci, senza incidere davvero. Enzo De Luca, il rivale di Bassolino che tre anni fa si era inoltrato in una sarcastica imitazione sentenziando che «non è possibile trascinarsi di riunione in riunione senza ba-balbettare una decisione», ora invoca la Protezione civile. E la colpa non è di nessuno, ognuno espone le proprie giustificazioni e ha sicuramente ragione. Molte cose certo sono cambiate. Questa no.
Servirebbe la solidarietà del resto del Paese. La Campania non importa più rifiuti, li esporta. Ogni settimana partono 36 treni per la Germania, al costo che si può immaginare. Altri carichi finiscono in Austria. In Italia però neanche a parlarne: subito si alza un sindaco a lanciare la disobbedienza civile, i treni non partono o si fermano presto come a Villa Literno, 48 ore di blocco fino all’intervento della polizia. Con tradizionale efficienza si muove invece la camorra. Gli incendi r