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Gli opachi poteri della Commissione Trilateral PDF Stampa E-mail
Scritto da Le Monde Diplomatique   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

I trent’anni di un’istituzione segreta. Di Olivier Boiral da «Le Monde Diplomatique» novembre 2003.

Dirigenti delle multinazionali, governanti dei paesi ricchi e sostenitori del liberismo economico hanno rapidamente compreso che dovevano agire di concerto se volevano imporre la propria visione del mondo. Nel luglio 1973, in mondo allora bipolare, David Rockefeller lancia la Commissione trilaterale, che segnerà il punto di partenza della guerra ideologica moderna. Meno mediatizzata del forum di Davos, la Trilaterale è molto attiva, attraverso una rete di influenze dalle molteplici ramificazioni.
Trent’anni fa, nel luglio 1973, su iniziativa di David Rockefeller, figura di spicco del capitalismo americano, nasceva la Commissione trilaterale. Cenacolo dell’élite politica ed economica internazionale, questo circolo chiusissimo e sempre attivo formato da alti dirigenti ha suscitato, soprattutto ai suoi inizi, molte controversie (1). All’epoca, la Commissione si prefiggeva di diventare un organo privato di concertazione e orientamento della politica internazionale dei paesi della triade (Stati uniti, Europa, Giappone). L’atto costitutivo spiega: «Basata sull’analisi delle più rilevanti questioni con cui si confrontano l’America e il Giappone, la Commissione si sforza di sviluppare proposte pratiche per un’azione congiunta. I membri della Commissione comprendono più di 200 insigni cittadini impegnati in settori diversi e provenienti dalle tre regioni». (2)

La creazione di questa organizzazione opaca in cui a porte chiuse e al riparo da qualsiasi intromissione mediatica si ritrovano fianco a fianco dirigenti di multinazionali, banchieri, uomini politici, esperti di politica internazionale e universitari, coincideva all’epoca con un periodo di incertezza e turbolenza della politica mondiale. La direzione dell’economia internazionale sembrava sfuggire alle élite dei paesi ricchi, le forze di sinistra apparivano potenti, soprattutto in Europa, e la crescente interdipendenza delle questioni economiche chiamava le grandi potenze a una cooperazione più stretta. Rapidamente, la Commissione trilaterale si impone come uno dei principali strumenti di questa concertazione, attenta al tempo stesso a proteggere gli interessi delle multinazionali e a «chiarire» attraverso le proprie analisi le decisioni dei dirigenti politici. (3)

Come i re filosofi della città platonica, che contemplavano il mondo delle idee per infondere la loro trascendente saggezza nella gestione degli affari terrestri, l’élite che si riunisce all’interno di questa istituzione molto poco democratica si adopera nel definire i criteri di un «buon governo» internazionale.
Veicola un ideale platonico di ordine e controllo, assicurato da una classe privilegiata di tecnocrati che mette la propria competenza e la propria esperienza al di sopra delle profane rivendicazioni dei semplici cittadini: «La cittadella trilaterale è un luogo protetto dove la techné è legge – commenta Gilbert Larochelle. E dove sentinelle dalle torri di guardia vegliano e sorvegliano. Ricorrere alla competenza non è affatto un lusso, ma offre la possibilità di mettere la società di fronte a se stessa. Il maggio benessere deriva solo dai migliori che, nella loro ispirata superiorità, elaborano criteri per poi inviarli verso il basso». (4)
All’interno di questa oligarchia della politica internazionale, le cui riunioni annuale si svolgono in varie città della triade, i temi vengono dibattuti in una discrezione che nessun media sembra più voler disturbare. Essi sono oggetto di rapp

 
Il Mossad:"Agenti segreti cercansi" PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

Operazione trasparenza del servizio segreto israeliano. L'intelligence su Internet per battere la concorrenza dei privati

GERUSALEMME - "Camerieri, autisti e spie cercansi". E' questo,grosso modo, il messaggio lanciato dal super-servizio segreto israeliano nel suo sito Internet nuovo di zecca. Il Mossad, struttura d'intelligence d'eccellenza a livello internazionale, ha deciso di emergere dall'alone di oscurità e mistero che l'ha sempre caratterizzato. Per condurre questa "operazione trasparenza", l'intelligence israeliana ha scelto il Web.

Sul sito www.mossad.gov.il è possibile consultare decine di inserzioni per posizioni vacanti. Il servizio segreto cerca agenti, ingegneri, tecnici, ma anche un autista di bus e un barman anglofono. I candidati vengono accolti da un messaggio del direttore del Mossad, Méir Dagan: "Il Mossad è la sua gente. I nostri dipendenti sono il nostro vero cuore".

Fino a pochissimo tempo fa, il Mossad era un'elite ristretta nella quale gli agenti in servizio facevano entrare persone di fiducia. Venire a conoscenza di posti liberi era impresa pressoché impossibile. Questo, insieme alla sua proverbiale efficienza, aveva contribuito ad alimentarne il mito. La situazione è cambiata con il predecessore di Dagan, Ephraim Halevy, che nel 2000 decise di pubblicare sulla stampa israeliana inserzioni per la ricerca di personale. Il mutamento di rotta si deve principalmente alla concorrenza delle agenzie private, che rischiano di accaparrarsi i migliori cervelli.

Quello israeliano è solo l'ultimo servizio d'intelligence in ordine di tempo che sceglie la Rete per trovare rinforzi. La Cia statunitense ha un sito fin dal 1995. Il britannico Mi5 fa uso intensivo del Web: recentemente ha anche inaugurato una chat room per entrare in contatto con gli studenti e rendere appetibile agli occhi dei giovani una carriera da spia.

 
Chavez: via all’ultimo golpe PDF Stampa E-mail
Scritto da Il manifesto   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

È cominciato il conto alla rovescia. L'ennesimo ma probabilmente l'ultimo colpo, almeno sul terreno delle regole e della legalità, di uno scontro a morte cominciato nel 2000 e che ha già portato a due tentativi di rovesciare il legittimo capo di stato del Venezuela

Comincia la convalida delle firme con cui l'opposizione vuol cacciare
Chavez. Grossi rischi
MAURIZIO MATTEUZZI
Per Hugo Chavez, il bollente ma legittimo presidente del Venezuela, e per la
Coordinadora democratica, l'insieme della recalcitrante e in buona parte
golpista opposizione, ieri è cominciato il conto alla rovescia. L'ennesimo
ma probabilmente l'ultimo, almeno sul terreno delle regole e della legalità,
di uno scontro a morte cominciato nel 2000 e che ha già portato a due
tentativi di rovesciarlo con le brutte: il golpe esplicito e di breve durata
dell'aprile 2002 e lo sciopero golpista (soprattutto nel vitale settore del
petrolio di cui è il quinto esportatore mondiale e il secondo negli Usa)
durato due mesi, fra il dicembre del 2002 e il gennaio del 2003. Entrambi
falliti. Dopo di che l'autoproclamata «società civile» che fa capo alla
Coordinadora ha puntato tutto sul referendum revocatorio. Un meccanismo
introdotto dalla costituzione bolivariana del 2000 che prevede la revoca per
via democratico-elettorale del capo dello stato e dei deputati
dell'Assemblea nazionale nel caso lo chieda, con apposite firme, il 20%
dell'elettorato: 2.4 milioni di elettori, in Venezuela. Dopo la raccolta
delle firme, fine novembre, la Coordinadora gridò al trionfo depositando
presso il Consiglio nazionale elettorale (Cne) 3.1 milioni di firme. Chavez
grido alla «frode». Il Cne e i mediatori-osservatori internazionali -
Organizzazione degli stati americani, Centro Carter, il Gruppo dei 5 paesi
amici: Brasile, Usa, Messico, Cile, Spagna e Portogallo - convalidò 1.9
milioni di firme. Le altre erano o false o dubbie. Per queste ultime - 1.2
milioni - era necessario un secondo turno di «reparo», ossia di conferma.

Una parte dell'opposizione quella più esagitata e golpista disse che era un
«golpe bianco» e che non stava più al gioco. Un'altra parte, anche per i
consigli degli osservatori internazionali, accettò di andare al «refirmazo».
Che Chavez ribattezzò per scherno in «refraudazo». Seguirno scontri
politico-giuridici lunghi e penosi fra i vari organi dello Stato accusati di
essere pro o contro Chavez o la Coordinadora.

Ieri infine è cominciato il conto alla rovescia che durera fino a domenica.
In questi tre giorni dovranno essere -o meno - convalidate le firme per il
referendum revocatorio richiesto contro 14 deputati dell'Assemblea nazionale
(uno del Movimiento Quinta Republica, la maggioranza chavista, 13 dei
diversi partiti dell'opposizione). E' l'aperitivo dell'altro e più atteso
«reparo» del 28-30 prossimi quando dovranno essere riconfermate - o meno -
le firme dubbie per il referendum revocatorio contro Chavez.

All'opposizione mancano 5 o 600 mila firme valide per raggiungere quei 2.4
milioni che costringerebbero Chavez a sottoporsi al referendum che potrebbe
scalzarlo dal palazzo di Miraflores di Caracas ben prima della scadenza
naturale del suo mandato, nel 2006. Entrambi i pugili, il detentore e lo
sfidante, lanciano proclami di vittoria. «Presidente Chavez, può già
cominciare a preparare le valigie», ha dichiarato Antonio Ledezma, uno dei
leader della Coordinadora. «Non ce la faranno. Sono sicuro di consegnare il
potere, quando dovrò farlo, a un altro governo rivoluzionario», ribatte
Chavez proponendosi fin d'ora come «pre-candidato» anche alle prossime
elezioni che potrebbero portarlo fino al 2013.

Una prospettiva che fa accapponare la pelle alla rabbiosa e frustrata
opposizione venezuelana; agli americani che vedono Chavez come il fumo negli
occhi - per loro peggio di lui, in America latina, c'è solo il suo amico
Fidel - e sono attiviss
 
Ce ne fanno mangiare di cotte e di crude PDF Stampa E-mail
Scritto da Nuovi Mondi Media   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

Jeoffrey Smith, l’autore di “L’inganno a tavola” mette in guardia sui rischi della varietà GM di mais dolce adottato recentemente dalla UE

"L'approvazione da parte della Commissione Europea di una nuova varietà GM per l'uso alimentare e' una scelta infelice, miope e pericolosa. Uno studio pubblicato in febbraio finanziato dal governo inglese conferma l'avvenuto trasferimento di geni dalla soia GM ai batteri dell'intestino umano, e la conseguente produzione nel tubo digerente di proteine per la resistenza a diserbanti. Se il mais dolce Bt11 appena approvato ha lo stesso effetto, i batteri della nostra flora intestinale potrebbero trasformarsi in fabbriche viventi della tossina Bt, un pesticida.

Tutto ciò è pericoloso? Quando il mais Bt è stato somministrato a un gruppo di topi, questi animali hanno sviluppato una risposta immunitaria più forte di quella scatenata dalla tossina del colera, una maggiore vulnerabilità alle allergie e un'eccessiva proliferazione cellulare nell'intestino tenue. Lavoratori agricoli esposti al mais Bt hanno sviluppato reazioni allergiche a livello dell'epidermide; l'analisi del sangue ha poi confermato la presenza di una risposta anticorpale al pesticida. Il 22 febbraio l'Institute for Gene Ecology di Norvegia ha annunciato che 39 filippini che vivono nelle vicinanze di un terreno coltivato a mais Bt hanno sviluppato, nel periodo in cui il mais rilascia il polline, reazioni allergiche a livello di vie respiratorie, pelle e intestino, accompagnate da febbre. Le analisi del sangue hanno confermato una reazione immunitaria alla tossina Bt. (Anche se questi primi risultati non costituiscono una prova definitiva del collegamento fra il polline e i sintomi, il quadro non e' in contraddizione con ciò che si sa della tossina Bt.)

 

Il sol levante splende di nuovo in Asia PDF Stampa E-mail
Scritto da Anjin   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

Il premier giapponese nella Corea comunista da Kim Jong Il. In gioco, i desaparecidos giapponesi e la ripresa dei rapporti Diffidenza Usa: Tokyo vuole più autonomia in politica estera, ma Washington non vuole rompere l'isolamento della «canaglia» Pyong Yang

TOKYO
«Non avrei deciso di andare di nuovo a Pyong Yang - ha detto ieri il premier
giapponese prima di partire - se non fossi certo del successo di questa
visita». A poco meno di due anni dal primo, storico vertice con Kim Jong Il
(settembre 2002), Koizumi si gioca il suo futuro politico - appena sfiorato
dallo scandalo dei politici che per anni non hanno pagato i contributi per
la pensione - con questo nuovo blitz nordcoreano. Poche ore che passeranno
alla storia come un inutile azzardo, o un meritato trionfo. In gioco, oltre
alla vicenda dei desaparecidos (cittadini giapponesi sequestrati, negli anni
`70, da agenti nordcoreani, e costretti a insegnare lingua e cultura alle
spie di Pyong Yang, c'è l'oramai improcrastinabile ripresa dei rapporti
diplomatici con la Corea del Nord, che però non sembra essere gradita agli
Stati Uniti. Il Giappone, imbarazzato dal fatto che la maggior parte dei
Paesi europei ha stabilito relazioni diplomatiche, ha provato in tutti i
modi a convincere Washington di allungare un po' il guinzaglio,
consentendogli un minimo di autonomia in politica estera. E sembrava esserci
riuscito l'anno scorso, quando in cambio dell'invio delle truppe in Iraq -
operazione costosissima in termini di popolarità interna - Tokyo si era
assicurato il pieno appoggio degli Usa nella tragica vicenda dei suoi
cittadini sequestrati e «restituiti» al Giappone costringendoli a lasciarsi
dietro le famiglie. Ma un conto è l'appoggio «politico», un conto è perdere
una pedina essenziale nella strategia di isolamento nei confronti della
«canaglia» nordcoreana. E così, a meno di non improbabili accordi
sottobanco, Washington ha ribadito ieri che nonostante vi sia «comprensione
e simpatia» per la vicenda di Charles Robert Jenkins, la legge è legge e
deve fare il suo corso. E la legge prevede che il cittadino americano
Charles Robert Jenkins, marito di una delle donne sequestrate e già
«restituita» al Giappone, la signora Hitomi Sonoda, deve essere arrestato e
consegnato alle autorità statunitensi, nel caso metta piede in Giappone.. Su
di lui pende infatti l'accusa di diserzione: durante la guerra di Corea si
rifugiò al nord.

Il caso Jenkins sembra essere l'unico intoppo rimasto, ed è verosimile
ritenere che siano in corso intense e segretissime trattative. «E' legittimo
ritenere che Koizumi sia già sicuro di riportare in patria i cinque figli
delle altre coppie - ha scritto ieri l'Asahi - ma è anche molto probabile
che il signor Jenkins non abbia nessuna voglia di rischiare la corte
marziale». A questo punto si pone la questione dei diritti umani della
signora Soga, che a più riprese ha dichiarato di avere più a cuore il fatto
di riunire la sua famiglia (le sue due figlie sono rimaste a Pyong Yang, con
il marito disertore) piuttosto che dove vivere.

Resta poi l'incognita Kim Jong Il, che presumibilmente pretenderà qualcosa
in cambio di questo gesto umanitario. Nella sua valigia diplomatica Koizumi
porta anche l'impegno a sbloccare ben 250 mila tonnellate di riso. Un
baratto del quale tuttavia non si deve parlare: il quotidiano (conservatore)
Yomiuri, che aveva sparato la notizia nei giorni scorsi, ha rischiato di non
poter inviare i suoi giornalisti al seguito di Koizumi.

 
Venezia celebra le nozze del mare PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

La storica cerimonia è stata ripetuta domenica mattina sul Canal Grande. La fedeltà ai riti della Serenissima Repubblica si arricchirà, nel 2005, della presenza di una copia perfetta del Bucintoro, oggi in via di realizzazione. Una tradizione che perdura sfidando i secoli e le dilaganti banalità.

La storica cerimonia è stata ripetuta domenica mattina sul Canal Grande.

La fedeltà ai riti della Serenissima Repubblica si arricchirà, nel 2005, della presenza di una copia perfetta del Bucintoro, oggi in via di realizzazione.

Una tradizione che perdura sfidando i secoli e le dilaganti banalità.

 
No global all’incasso. Hasta sempre el dinero. E che sia americano. PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

Greenpeace finanziata con fondi biotecnologici, Naomi Klein che arraffa a destra e manca. Un nuovo capitolo all’interno della storia dei sovvenzionamenti agli esponenti no-global. Ormai senza più sorprese per la verità.

Proletari di tuto il mondo, comprate Manu Chao, colonna sonora per eccellenza degli anticapitalisti che però è stato per anni nella “scuderia” della Virgin di Richard Branson, una casa discografica simbolo del “pensiero unico” e della globalizzazione omologante nella musica. Così come Naomi Klein – si quella del librono logo” – che si è fatta organizzare le presentazioni in Francia (dove la gauche au caviar , da Sartre ieri che esaltava i tanto pacifisti compagni sovietici, a Danielle Mitterand oggi, che idolatra il subcomandante Marcos, è sempre una potenza) dalla FNAC, che non solo è una multinazionale ma ultimamente sta cancellando le piccole librerie tradizionali nelle città dove spadroneggia. E che dire di Grenpeace che viene finanziata da “Wallace Global Fund e Wallace Genetic”? Per la cronaca fanno profitti con le biotecnologie contro cui – apparentemente? – Greenpeace si batte. E non poteva mancare il simbolo per eccellenza della globalizzazione turbocapitalistica: la Coca Cola che si dà alle …opere di bene (!) elargendo fondi al “Movimento vocazionale Ginepro Serra”. Ma il massimo, va detto con ammirazione, lo raggiunge la “Ruckus Society” di Mick Roselle – un pilastro del popolo di Seattle – che addestra i sovversivi con corsi intensivi di contrasto alle misure di polizia, disobbedienza civile e, non meglio specificate, altre “azioni dirette”, riesce in un solo colpo a prendere soldi da Ted Turner (il boss della CNN ovvero il logo multimediale della globalizzazione più spinta), da Ford, Chrysler, Union carbide, Chase Manhattan Bank (quella dei Rockefeller), Chevron, Hoffman-La Roche, Procter & Gamble, Hewlett & Packard. In modo più casalingo i nostri rivoluzionari – peraltro molto salottieri - aspirano a diventare “parastatali” come Agnoletto “esperto” ai tempi dell’esecutivo ulivista nel centro del Ministero per la Solidarietà Sociale, mentre il Genoa Social Forum, di cui è portavoce, si è beccato alcuni miliardi da Governo e Regioni per ospitare i contestatori in alberghi e scuole, per avere in dotazione computer, linee telefoniche e collegamenti internet, impianti di amplificazione e parecchio altro. Qualcuno – fra i pochi che si chiedono il perché di tali “incomprensibili” rapporti tra le organizzazioni della finanza internazionale e quelle della contestazione altrettanto mondiale – tira in ballo Lenin e la sua famosa e sprezzante frase “I capitalisti ci venderanno anche la corda con cui impiccarli”. E se il fine fosse molto più complesso, articolato: se chi – multinazionali, oligarchie tecno-burocratiche - indirizza e guida questo modello di globalizzazione (che non è detto debba esser l’unico possibile), stia “creando”, come in un laboratorio, un’opposizione che gli faccia comodo? Che in realtà non disturba più di tanto i manovratori? E magari mantiene i paesi che vogliono sul serio progredire, in situazione di inferiorità?

 
Berlusconi, liberta' grazie ad alleati PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

'La nostra vita libera dipende e discende dal sacrificio dei soldati alleati, di americani e neozelandesi'.

Lo ha affermato Berlusconi. Al premier neozelandese Helen Clark, giunta a Roma per commemorare la battaglia di Cassino dove persero la vita 300 soldati neozelandesi, il presidente del Consiglio ha anche proposto informalmente una sorta di scambio culturale tra i due paesi, veicolato dalla televisione.
 
Londra, o beve o affoga PDF Stampa E-mail
Scritto da ineuropaonline.it   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

Almeno secondo la teoria di uno scienziato che prevede che la capitale sommersa dalle acque entro cinquecento anni

Il professor Samuels è uno studioso che è stato nominato a capo di un progetto per studiare gli allagamenti in Europa. Questo insigne ricercatore è giunto così alla conclusione che tra qualche secolo Londra sarà quasi completamente sommersa dall'acqua a causa dei cambiamenti climatici in corso. Se le previsioni di Samuels fossero corrette, allora le autorità britanniche farebbero bene a cominciare a pensare a un'alternativa, tra cui quella di spostare la capitale a Nord, a Birmingham, che si trova cioè a circa cento metri sopra al livello del mare.
 
il riscatto incompiuto di Napoli PDF Stampa E-mail
Scritto da Aldo Cazzullo   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

La politica e i rifiuti. «La monnezza è il male antico di Napoli: gli altri, la disoccupazione, le malattie, l’economia con l’acqua alla gola, sono tutti figli suoi», scriveva Il Mattino nella calda estate del 1979.

Poi venne il Rinascimento. Napoli è in crisi da sempre e quindi non lo sarà mai, Napoli - ama ricordare Antonio Bassolino - è stata assieme a New York l’unica città collegata in diretta con la Cnn la notte del Capodanno 2000, Napoli ha dato all’Italia i suoi simboli, Eduardo e il sole, don Benedetto e il mare, Totò e la pizza, la camorra e i rifiuti. Per fortuna o purtroppo, non se ne esce. Soprattutto dai rifiuti. Neppure nell’era del riformismo meridionale.
Al centro del progetto e del mito dell’ultimo decennio c’era proprio questo, conservare l’unicità di Napoli facendone nel contempo una città normale. Non grandi opere né impossibili palingenesi; piuttosto, meno abusivi, meno illegalità, meno degrado. Meno rifiuti. Invece. Scontri nella notte tra poliziotti e dimostranti che bloccano i camion con la spazzatura. Roghi di cassonetti. Sacchi neri e topi, nei bassi come nel quartiere altoborghese del Vomero, a Spaccanapoli e nella zona degli ospedali, il Cardarelli, il Secondo Policlinico, il Pascale. E’ una grande seccatura ma anche appunto un simbolo, la bellezza malata, lo splendore in putrefazione, il riscatto incompiuto. Com’è potuto accadere?
Per decenni la Campania è stata la pattumiera del resto d’Italia. Una commissione parlamentare contò 140 discariche abusive. Ogni tanto ne scoprono ancora qualcuna, caverne, buchi senza fondo, pance enormi.
Leggende narrano di mezzo milione di tonnellate sepolte da qualche parte. Poi è arrivato Bassolino, commissario straordinario. Le discariche, abusive o no, sono state chiuse. Si è preparato un piano per trasformare i rifiuti in energia. Ma non si è fatto in tempo. Le antiche discariche non ci sono più, i nuovi termovalorizzatori non ancora. Funzionano le macchine che trasformano i rifiuti in combustibile, non quelle che dovrebbero bruciarlo: si accumulano così cataste dette sinistramente «ecoballe», che sindaci impauriti si inviano l’un l’altro.
Negli ultimi due mesi è successo di tutto. Ad Avellino spazzatura accumulata accanto allo stadio. A Marano, Aversa, Mondragone chiusi mercati e scuole. Quaranta camion della nettezza urbana, respinti ovunque, scaricano nell’ex Italsider di Bagnoli, dove sarebbe dovuto sorgere il quartier generale dell’America’s Cup. I turisti arrivati per il Maggio dei monumenti girano incuriositi, il fazzoletto sul viso, chi sconsolato chi rinfrancato dall’aver trovato la Napoli che attendeva, bella e dannata, dove ricrearsi e incanaglirsi per due giorni e fuggire. Non esattamente quel che che i protagonisti della rinascita avevano promesso.
Perché, accanto agli indugi amministrativi, ai ritardi della tecnologia, ai particolarismi dei sindaci preoccupati di difendere la propria enclave, è l’eterna inadeguatezza della politica che ritorna. Rosa Russo Iervolino annuncia: «Sono pronta a scendere in piazza e a fare le barricate» (ma un sindaco non potrebbe spendersi più utilmente in altro modo?). Il governo interviene, nomina un commissario straordinario al posto di Bassolino (nel frattempo indagato per abuso d’ufficio), il dottor Corrado Catenacci, senza incidere davvero. Enzo De Luca, il rivale di Bassolino che tre anni fa si era inoltrato in una sarcastica imitazione sentenziando che «non è possibile trascinarsi di riunione in riunione senza ba-balbettare una decisione», ora invoca la Protezione civile. E la colpa non è di nessuno, ognuno espone le proprie giustificazioni e ha sicuramente ragione. Molte cose certo sono cambiate. Questa no.
Servirebbe la solidarietà del resto del Paese. La Campania non importa più rifiuti, li esporta. Ogni settimana partono 36 treni per la Germania, al costo che si può immaginare. Altri carichi finiscono in Austria. In Italia però neanche a parlarne: subito si alza un sindaco a lanciare la disobbedienza civile, i treni non partono o si fermano presto come a Villa Literno, 48 ore di blocco fino all’intervento della polizia. Con tradizionale efficienza si muove invece la camorra. Gli incendi r
 
Petrolio: Arabia puo' arrivare a 10,5 mln barili PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

L'Arabia puo' portare la sua produzione di greggio a 10,5 milioni di barili al giorno rispetto alla quota attuale di 7,638 milioni.

Lo ha detto il ministro saudita del petrolio Ali Al-Nouaimi, il quale ha confermato la volonta' saudita ad adottare misure per ridurre il prezzo del petrolio. Il ministro dell'Energia del Qatar Abdallah ben Hamad al-Attiya ha pero' gia' fatto sapere di non attendersi decisioni formali oggi sul livello delle quote di produzione del petrolio Opec.
 
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