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Reso finalmente onore agli Ascari PDF Stampa E-mail
Scritto da www.noreporter.org   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

Dopo sei decenni di silenzio ed una pensione da fame.

Doposessant'anni gli Ascari, ovvero le valorose truppe indigene dell'Africa Orientale Italiana, ottengono il giusto riconoscimento.

Saranno però soltanto 173 gli ottuagenari superstiti che percepiranno la sostanziosa liquidazione che corrisponde al dovuto riconoscimento. Fino ad oggi ai nostri combattenti coloniali era stata assegnata una pensione da fame (pari a 25 euro mensili nell'ultimo aggiustamento).

Il valore degli Ascari fu assoluto e rimarchevole ed è stato tramandato da tutti i combattenti delle guerre d'Africa e anche dai giovani ufficiali che parteciparono, nei sette anni successivi alla sconfitta, al periodo di transizione che aveva trasformato la colonia somala in protettorato provvisorio in attesa che fosse concessa l'indipendenza istituzionale.

Quello somalo è da sempre popolo guerriero, come hanno scoperto i soldati americani a proprie spese agli inizi degli anni novanta.

 
E’ gelo tra Santa Sede e Israele PDF Stampa E-mail
Scritto da ilvelino.it   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

ECCO PERCHÉ IL PAPA NON ANDRÀ IN SINAGOGA

1 - ECCO PERCHÉ IL PAPA NON ANDRÀ IN SINAGOGA
Giovanni Paolo II non andrà in Sinagoga. Il 23 maggio, al suo posto, a celebrare i cento anni del Tempio romano, dietro insistente invito della comunità ebraica, ci saranno i cardinali Camillo Ruini (vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente dei vescovi italiani) e Walter Kasper (presidente della commissione per i rapporti religiosi con l¹ebraismo).
Il Papa ha dunque rifiutato l¹invito del rabbino capo Riccardo Shmuel Di Segni. Una mossa ³strategica² quella di Karol Wojtyla che se da una parte è giustificata dal fatto di voler rendere ³unica² e ³memorabile² la sua visita del 13 aprile 1986, dall¹altra è un sintomo esplicito del gelo tra Santa Sede e Israele.
Infatti, il Vaticano non dimentica lo ³sgarbo² fatto dal governo israeliano in occasione della visita del cardinale Ignace Moussa I David (prefetto della congregazione per le Chiese Orientali) lo scorso 14 aprile, quando le autorità israeliane gli hanno impedito l¹accesso alla basilica di Betlemme per ³ragioni di sicurezza². Così come la diplomazia vaticana è ancora ³imbarazzata² per il mancato rinnovo dei visti d¹ingresso a decine di preti, religiosi e suore attivi da anni nei Luoghi Sacri.
In più, certo, non rasserenano il clima le recenti polemiche sul film di Mel Gibson ³The Passion², per il quale i rabbini di tutto il mondo hanno chiesto al Vaticano una ³condanna formale² dei presunti atteggiamenti antisemitici contenuti nella pellicola. A questo si aggiungano anche il vertiginoso calo di pellegrini (le stime ufficiali parlano di oltre due milioni di fedeli in meno) in Terra Santa e la condanna esplicita della politica di Sharon verso i palestinesi da parte del Pontefice.
È chiaro che una visita del Papa in sinagoga dagli israeliani sarebbe stata accolta come una sorta di ³tregua², ma il Vaticano ha deciso per il no. E del resto l¹accettazione dell¹invito da parte di Papa Wojtyla sarebbe stata interpretata come una sorta di ³dietrofront². Solo nel giugno del 2003, Giovanni Paolo II, ricevendo in udienza il nuovo ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur, aveva chiaramente lanciato il suo ³ultimatum² ad Ariel Sharon: ³I popoli hanno il diritto di vivere in sicurezza e implicitamente hanno un corrispondente dovere: il rispetto dei diritti degli altri². Per questo, per il Papa, è essenziale che palestinesi e israeliani possano vivere ³in due stati indipendenti e sovrani².
 
Un presidente manganellatore, Berlusconi, altro che presidente operaio… PDF Stampa E-mail
Scritto da Rinascita   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Siamo tornati indietro di trent’anni, davanti ai cancelli degli stabilimenti Fiat di Melfi, la polizia ha sgomberato i picchetti operai, permettendo ai «crumiri» e agli iscritti ai «sindacati di Palazzo» di riprendere a lavorare.

Duri scontri si sono svolti per tutta la mattinata. Da una parte i sindacati di base, la UGL e gli operai liberi, dall’altra i «Poteri forti» (borsa, azienda, governo, sindacati ufficiali e opposizione di facciata): la guerriglia del 26 aprile è stata solamente una piccola fotografia di uno scontro più grande che si sta allargando in tutta la Nazione.
Al di là della solita demagogia e delle dichiarazioni ad effetto dei politicanti nostrani (nessuno escluso), questi sono i veri schieramenti, che ieri si sono scontrati fuori dai cancelli della Fiat e ogni giorno si fronteggiano nella società italiana. Da una parte chi lotta per sopravvivere, per non perdere il lavoro e la libertà, dall’altra chi difende gli interessi del grande capitale. Il resto sono chiacchiere.
La sconfitta e la delegittimazione dei «sindacati ufficiali» è ormai di fronte agli occhi di tutti: l’azienda deve dimostrare agli speculatori borsistici (nazionali e internazionali) che la Fiat è in piena ripresa e che il governo è ostaggio della famiglia Agnelli-Elkann e dei poteri forti.
La polizia come sempre esegue…
Noi esprimiamo la totale solidarietà ai sindacati di base e agli operai in lotta e condanniamo l’atteggiamento repressivo e criminalizzante del governo e dell’azienda, denunciamo poi i tentativi di strumentalizzazione da parte di CGIL, CISL e UIL e di tutto il centro sinistra, capaci solamente a servire gli interessi del padronato, cavalcando la disperazione del proletariato nazionale per gli interessi di poltrona.
Una domanda ci sorge spontanea: quali saranno le reazioni dell’UGL schierata a fianco degli operai dopo che si è vista manganellare dal centro-destra? Usciranno dalla sfera di AN?
Dal canto nostro ribadiamo l’unica soluzione possibile per salvare la Fiat e non solo: la Socializzazione
 
Putin e il petrolio PDF Stampa E-mail
Scritto da il Foglio   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Putin, per le grosse iniziative, mostra di preferire le alleanze con compagnie petrolifere relativamente secondarie, rispetto a quelle con le multinazionali con base negli Usa o in Europa.

La Total francese ha messo a segno un rilevante successo, ottenendo una quota importante di Siebneft, la compagnia petrolifera siberiana che si era fusa con Yukos e che si è svincolata da questo matrimonio, da quando il capo di Yukos, Mikhail Khodorkowsky, è stato imprigionato con l’accusa di frodi fiscali e valutarie. Il grande oligarca, ancora in carcere, era in trattative con Exxon per una partecipazione di 21 miliardi di dollari nel nuovo complesso. Ora la fusione non si fa più ed Exxon, che è stata scavalcata da Total nella contesa per l’ingresso in Siebneft, un affare minore, ma comunque non secondario, rischia anche di perdere il permesso relativo a un investimento di 12 miliardi di dollari per esplorazioni petrolifere nel Pacifico nelle vicinanze dell’isola di Sakhalin.

Le redini del petrolio russo, dopo le privatizzazioni degli anni 90, sono tornate in mano allo Stato. È Putin che conduce il gioco. E sembra di capire che la sua strategia consista in una apertura differenziata alle compagnie petrolifere occidentali, indispensabile per la commercializzazione dei prodotti e soprattutto per le tecnologie e le risorse finanziarie da impiegare in nuovi investimenti. Putin, per le grosse iniziative, mostra di preferire le alleanze con compagnie petrolifere relativamente secondarie, rispetto a quelle con le multinazionali con base negli Usa o in Europa. Infatti anche la Shell, che era in prima fila per una partecipazione a Siebneft è stata messa fuori gioco. Exxon ha riserve di petrolio per 21 miliardi di barili. Yukos 18, Shell (dopo il ridimensionamento recente) 15 e Total solo 11. BP che ha riserve per 18 miliardi di barili e, nonostante la sua origine come compagnia britannica, è di fatto una multinazionale, ha ottenuto una quota in TNK International: ma questa non ha riserve paragonabili a Yukos o a Lukoil, che con i suoi 21 miliardi di barili è seconda nella graduatoria mondiale. Per le compagnie con riserve meno importanti, Putin accetta anche alleanze con grosse multinazionali. Il petrolio ed il gas costituiscono un quarto dell’economia russa. Ed assieme ai giacimenti del Caspio sono ora l’alternativa al Medio Oriente. Bisogna saperne tener conto.

 
Nazional-estetismo? PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Dall'Igna   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Il 5 settembre 2000 Torino rendeva omaggio a Friedrich Nietzsche, il filosofo che tanto ne amò la passione più aristocratica, con un dibattito il cui titolo risuona senz’altro attuale: "Nietzsche: da profeta del Nazismo a filosofo della liberazione?

In quell’occasione, dal Giardino di Piazza Carlo Felice, la tonante voce di Francesco Coppellotti si levò per annunciare l’ora di dire correttamente il "Nazionalsocialismo", per non ripiegare sul termine demonizzante di "Nazismo".

Ma è possibile, seppur tra le nebbie sognanti della speculazione, dire il "Nazional-estetismo"?

Nella concezione estetica di Alfred Baeumler vive un recupero totale della forma di ascendenza pitagorico-platonica, recupero che reca con sé l’originarsi dell’Essere, e che ne attesta la presenza anche nel basso mondo degli uomini.

La storia dell’estetica secondo Baeumler è mossa da un duplice conflitto: idea del bello versus concetto dell’arte; platonismo versus neoplatonismo.

La prima contesa si risolve nella concezione platonico-razziale dello stile. L’idea del bello sorge con Platone, che, interrogandosi sulla città giusta, rende politica anche l’estetica. Il concetto dell’arte viene preso in esame da Aristotele: l’incedere scientifico della sua filosofia lo porta a teorizzare la riflessione sulla tecnica artistica. Nei secoli successivi, poi, si dispiega la dialettica tra la metafisica del bello e la teoria dell’arte. Fino a giungere all’inizio del XX secolo, quando la storicità dell’arte, figlia di spazio, tempo e cultura, si scontra con la considerazione platonica dell’opera come "un ‘caso’ della bellezza: per esso [il platonismo] infatti l’unicità non costituisce un problema, perché l’unità intemporale dell’idea ‘si realizza’ nel tempo" (A. Baeumler, Estetica, Edizioni di Ar, Padova, 1999, pp. 141-142). Baeumler risolve il conflitto introducendo il concetto di stile. Già Dehio aveva concepito l’arte come espressione della totalità del popolo. Ma dire "espressione" sa troppo di naturalistico per chi guarda da prospettiva platonica. Mal si accorda con l’essenza monumentale del dorico Platone. Allora ecco lo "stile", sostituito all’"espressione". "Il fenomeno dell’arte non è deducibile dalle esperienze vissute e dalle tensioni espressive. Solo la volontà di fissare un contenuto per l’eternità può generare l’arte, e lo stile è la manifestazione di questa volontà. Lo stile monumentale sta all’inizio di ogni arte. Il bisogno di confessioni private non avrebbe mai suscitato la grande arte storica: la stessa arte intima e idillica esiste solo perché vi è un’arte monumentale" (p. 144). Con questa perentoria lezione magistrale Alfred Baeumler riconosce alla Kultur la capacità della forma, la qualità dell’espressione che è l’essenza dello stile. Non sussiste distanza tra forma e volontà di forma: la Kultur diventa così il campo in cui forma e contenuto si manifestano nel medesimo istante. Dunque: non si dà estetica senza politica e non si dà politica senza estetica, come notano anche Marzio Pinottini e Francesco Ingravalle nella presentazione dell’edizione italiana del testo.

Riprendendo la tesi di Panofsky, Baeumler dispiega la sua riflessione anche lungo l’altro conflitto che attraversa l’idea del bello: quello tra platonismo e neoplatonismo. Di tale conflitto non esiste composizione. Delle due l’una: o la monumentalità dello stile o la privatezza della confessione. O la purezza del sole che riscalda la terra o il pallido chiaro di luna che emana sì luce, ma abbandona alla brezza chi l’osserva rapito. La contemplazione è ammessa soltanto come possibilità della funzione, del dover-essere. Ma essa sola non permette di cogliere il Tutto nella sua organicità e, in particolare, lungo

 
Primo maggio: Fidel Castro, "Cuba si difendera' fino all'ultima goccia di sangue" PDF Stampa E-mail
Scritto da Agr   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

Fidel Castro ha celebrato il primo maggio cubano con un discorso di due ore a L'Avana.

HABANA -Il lider maximo ha detto che la sua nazione si difendera' "con la legge e con le armi, se necessario sino all'ultima goccia di sangue" contro eventuali azioni militari statunitensi che volessero rovesciare il suo governo. Tali affermazioni sarebbero una risposta alle indiscrezioni secondo cui il rapporto della Commissione Usa per Cuba Libera indicherebbe misure per accelerare la transizione democratica dell'isola del centro America, senza escludere peraltro un'azione militare. (Agr)

 
Achtung Banditen PDF Stampa E-mail
Scritto da A. Mezzano   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

E così i carbonari risorgimentali erano banditi e Giusti un traditore per l’impero Austriaco, gli insorti Americani e quelli Irlandesi erano banditi per l’Inghilterra, i pellirosse erano feroci selvaggi per i coloni Americani, e così via.

E’ prerogativa di ogni potere politico la visione schizofrenica che distingue amici e nemici in patrioti e banditi, a prescindere da ogni considerazione di merito, ma unicamente in funzione della presunzione di essere dalla parte del giusto e di rappresentare sempre e comunque la parte che ha ragione!

Persino Bin Laden era un patriota quando combatteva contro i Russi ( e non lo faceva certo in punta di fioretto..), ma è diventato un bandito ed un terrorista quando si è rivoltato contro gli USA mentre il generale Musharaf, che domina il Pakistan con esercito, polizia e capestro è un «caro ragazzo», amico dell’occidente e delle democrazie..

Potremmo continuare all’infinito con gli esempi dell’ipocrisia del potere e con la sua pretesa di far ingoiare ai Cittadini le panzane che fanno comodo al momento, pronto a rivoltare la frittata non appena cambi il panorama strategico o mutino gli interessi di quelle lobbyes elitarie che comandano il mondo a dispetto delle democrazie apparenti e fasulle, di facciata.

Ora tocca all’Iraq dove un esercito di invasione, armato di carri armati, elicotteri, bombardieri, missili e quant’altro di più efficace e moderno offre il mercato militare, ha conquistato un territorio ( senza per altro saperne tenere il controllo), ha ucciso migliaia di iracheni civili più che non militari, e mantiene la sua presenza a prezzo di gravissime perdite umane che, se non altro, riscontrano che il popolo Iracheno non vuole né essere «liberato», né essere « democraticizzato», perlomeno non secondo i canoni USA.

Ed allora ecco la guerra mediatica ed ecco che la resistenza all’invasione viene chiamata terrorismo, gli Iracheni che non vogliono il dominio e la tutela di una nazione straniera che non stimano e non amano, sono chiamati banditi, i capi di quella religione islamica che è l’essenza tradizionale in cui quella civiltà si esprime sono fanatici e che i soldati che perpetuano l’occupazione, tra i quali purtroppo anche gli Italiani, sono chiamati con il più ipocrita degli eufemismi, «costruttori di pace».

Una pace che si porta imponendola con i carri armati, uccidendo chi vuole solamente essere arbitro del proprio destino e padrone di sbagliare, se del caso, ma secondo la volontà propria e non secondo quella altrui.

E’ utile ricordare che i pretesti per cui quella guerra all’Iraq fu voluta si sono rivelati falsi non essendo state trovate le armi di distruzione di massa di cui Bush cianciava e non essendo stato trovato nulla che documenti i presunti legami con Bin Laden ed Al Quaeda.

Eppure la pretesa di restare ad occupare l’Iraq e l’arroganza di non chiedere scusa per le migliaia di morti causati da pretesti rivelatisi inconsistenti, continua, rivelando indirettamente, che i motivi che hanno spinto Bush ed i suoi servi Europei a scatenare quella guerra erano, di natura politica per cercare il gradimento elettorale dopo l’11 Settembre, strategici nell’illusione di creare una testa di ponte filo Americana in un punto fondamentale dello scacchiere orientale e dare un segnale forte che chi si oppone ( come Saddam) alle mire di Israele fa una brutta fine ed economici per l’evidente vantaggio di avere il contro

 
I Mille e un volto di John Kerry PDF Stampa E-mail
Scritto da Elizabeth Schulte   
Lunedì 03 Maggio 2004 01:00

John Kerry è il candidato alla presidenza degli Usa del Partito Democratico. Secondo l'establishment democratico e i media, la chiave del successo del senatore del Massachusetts é la sua "eligibilità".

In altre parole, anche se si fa un pò di retorica liberale qui e là, Kerry é un candidato di cui né George W. Bush, né i suoi consiglieri non possono dire che è "troppo radicale".
In realtà, Kerry é un iniziato, un uomo di Washington (cioè un membro dell'establishment) nella sua integralità. Possiede tutto quello che l'America delle multinazionali - e del Partito Democratico - vuole vedere alla Casa Bianca.
Elizabeth Schulte esamina il passato (putrido) di John Kerry.
”Un uomo caratterizzato dai suoi conflitti interni", tale é il ritratto dato dal Boston Globe in una serie di cinque articoli apparsi nel giugno 2003. "Il super-eroe del Vietnam é divenuto un oppositore della guerra; il ribelle liberal dai capelli irsuti divenne un accusatore..." si poteva leggere sul Globe.
Avete l'impressione d'avere già letto ciò? Qualcuno non aveva scritto un libro su un tale soggetto, nel 1800: Il Dottor Jekyll e Mister Hyde? In 19 anni di carriera politica e d'uomo di Washington, Kerry non ha mai lasciato che un principio gli sbarrasse la strada. Ha costruito la sua carriera fluttuando tra l'ala conservatrice del Partito Democratico e la sua ala liberale. È perché, la settimana scorsa a Greenville (S.C), Kerry dichiarava che avrebbe fatto di tutto affinché Bush "risponda" della guerra in Irak. Ma per rispondere a delle critiche da parte dei Repubblicani, avrebbe anche ben potuto dire: "Ho votato per il più importante budget della difesa della storia degli USA".
Kerry ha adottato durante la sua carriera politica delle posizioni liberali che ha rinnegato qualche anno dopo. Dal 1984, data in cui ha vinto la sua prima elezione a senatore del Massachusetts, ha sostenuto delle proposte che chiedevano l'abbandono di certi armamenti, i bombardieri B1 e B2, gli elicotteri Apaches e i missili Patriot. Kerry dice ora che le sue prese di posizioni erano pessime: "Penso, dice, che certune fossero stupide in ragione del contesto internazionale in cui ci troviamo e dato quello che ho capito in seguito".

Negli anni '80, Kerry ha vivamente criticato l'ordine dato da Ronald Reagan d'invadere la piccola isola di Grenada (1983). Oggi, pretende di non aver trovato necessario attaccare questo paese, ma che avrebbe sostenuto l'invasione "in cuor suo". "Non mi sono mai opposto in pubblico" dice.
Nel 1990, Kerry votò contro la risoluzione del Congresso che autorizzava una azione militare contro l'Irak. Ma, dopo la vittoria-lampo degli USA, rientrò nella sua veste e ne divenne un fervente partigiano. Il suo segretariato che non riusciva a seguirlo nelle sue giravolte, inviava ai suoi elettori delle e-mail che esponevano le sue due posizioni... anche nell'ottobre 2002, ma in senso inverso: Kerry votò al Congresso l'autorizzazione d'invadere l'Irak, per in seguito, criticare la guerra.
Kerry, si oppone al Patriot Act che schiaccia le libertà civili, ma ha votato per questa legge nel 2001. "Siamo un paese della legge e delle libertà" dice, "è il momento di finirla con l'era Ashcroft". (...)
Kerry ha ugualmente sostenuto il programma di "riforme sociali" che ha devastato i diritti sociali di milioni di poveri o li ha obbligati a accettare dei lavori sotto-pagati. Si può anche mettere a suo credito l'aiuto che ha dato alla legge sul crimine di Bill Clinton nel 1994 che ha esteso la pena di morte a livello federale e che ha permesso di trovare i crediti per reclutare 100.000 poliziotti supplementari.
Nel 1994, ha alzato di una spanna la sua retorica conservatrice dopo la vittoria dei Repubblicani nelle elezioni al Congresso, pretendendo che i Democratici siano stati puniti per aver proposto d

 
“CANCELLATE IL DEBITO”? PDF Stampa E-mail
Scritto da Otto   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Continua l’azione “umanitaria” di Jovanotti, Bono, Bob Geldof e amici musicanti vari per far cancellare il debito dei paesi poveri…

Continua pure la presa per il culo di tanti fans e persone mosse da uno spirito di giustizia… continua la battaglia ai mulini a vento, l’inutile sforzo, la lotta contro il nulla capitanata da coloro che prima urlano contro povertà, sfruttamento e ingiustizie, e poi, con le proprie canzoni, non rimpinguano solo le proprie tasche, ma soprattutto, e maggiormente, quelle delle rispettive case discografiche, non a caso multinazionali, baluardi del libero mercato e dello sfruttamento liberalcapitalista dei paesi poveri. Basterebbe ciò per sputare sulla loro coerenza…

Ma il punto non è tanto questo, quanto gli assurdi messaggi (in fin dei conti pro sistema, nonostante l’apparente antagonismo) che questi personaggi (non importa se in mala fede oppure in buona e con scarsa capacità analitica) continuano ad urlare ai quattro venti, con non casuale ampio spazio concesso sui mezzi d’informazione (costantemente asserviti al Potere; “OTTO” escluso, s’intende…): blaterano di cancellare il debito, organizzano concerti, sono ricevuti dal Papa… deviano in un vicolo cieco la strada di potenziali inesperti antagonisti!

Il motivo? Semplicemente, col tralasciare ogni studio serio su cosa sia il Nuovo Ordine Mondiale, questi “giullari” partono dal presupposto che la globalizzazione sia una tappa inevitabile e naturale della storia dell’uomo e in quanto tale solo da perfezionare… quando invece è un progetto (il Mondialismo) voluto da una elite finanziaria per i propri interessi, e perciò reversibile. Lasciate dunque perdere questi improvvisati “rivoluzionari”, questi ben remunerati politicanti da salotti bene e grandi palcoscenici. Vi accorgerete così che potrete pure cancellarlo ‘sto debito, azzerare gli interessi dovuti… ma che, con un sistema politico-economico mondiale come quello odierno, dopo un’iniziale illusione, tutto resterebbe come se non aveste annullato nulla; i paesi poveri tornerebbero a breve poverissimi, l’Occidente resterebbe ricco. Questa è la tragica e cruda logica del liberalcapitalismo: pochi ricchi sulla pelle di tanti poveri.

Ma soprattutto, vi renderete conto che non dovrete nemmeno faticare a lottare per una giusta battaglia umanitaria, quella del  

Il Crocefisso in aula PDF Stampa E-mail
Scritto da Giornale d'Italia   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Ora che gli animi si sono un po’ placati, è il caso di porsi qualche domanda sulla questione del Crocefisso di Ofena.

Ora che gli animi si sono un po’ placati, è il caso di porsi qualche domanda sulla questione del Crocefisso di Ofena.

La prima è: chi ha mosso Adel Smith ? Perché se il suo scopo era quello di minare la cristianizzazione, quantomeno formale, delle nostre scuole, il men che si possa dire è che si è preso molto male e che il suo disegno è miseramente fallito.

Difatti, chi volesse sperare di abolire il Crocefisso dai luoghi pubblici (come praticamente deliberato da una delle tante leggi astruse della UE), dovrebbe chiamare in campo la laicità della Repubblica e non di certo la sensibilità offesa dei figli degli immigrati. Ché la risposta comune, al di là dalle sensibilità religiose, è ovviamente: "se ne stessero a casa propria". Tant’è che un sondaggio di questo fine settimana ha attestato che l’80 % degli Italiani vuole che rimangano al loro posto i Crocefissi: una percentuale di sicuro più larga di quella che si sarebbe registrata se la discriminante fosse stata posta tra laicità e clericalismo.

La seconda domanda è: quale effetto comporta questa sceneggiata ? L’Italiano medio, sentendosi minacciato da un’immigrazione invadente e, in questo caso, arrogante e sfrontata, tende a fare quadrato su quel poco che gli resta, dunque anche su una religione sentita in modo assai lieve.

Dunque reagisce. E non sempre in modo ottuso, adducendo anzi, talvolta, argomenti di un certo spessore, come ha fatto la scorsa settimana Ida Magli in un editoriale de Il Giornale. Editoriale nel quale la Magli, dopo aver puntato l’indice su di un’Europa che non è e che però legifera, e male, spiega le nostre debolezze con il timore ossessivo di avere un’idea forte, un pensiero creativo, la capacità di riconoscerci in un’identità. Il che, a suo avviso – che condivido – affonda le radici prossime nella devastazione che ha fatto seguito alla Seconda Guerra Mondiale e alle scosse prodotte dalle idee esaltanti che quella guerra hanno causato.

Condivisibile è pure l’appello a far leva sulle tradizioni e sul coraggio di manifestarle.

Meno convincente, ma purtroppo assai diffuso, è l’altro pensiero della Magli, quello per cui i musulmani avrebbero l’intenzione di conquistarci. Questo è valido in teoria (come è valido in teoria lo stesso per ogni forma delle religione cristiana) ed è sicuramente vero per piccole minoranze, ma non rappresenta la totalità islamica.

Viceversa - e qui entriamo nella terza domanda: a chi giova ? – alcuni ideologi prezzolati fanno da tempo a gara per convincere l’opinione pubblica occidentale dell’esistenza di una "guerra di civiltà" che vedrebbe da una parte il trittico cattolico/protestante/israelita e dall’altro le culture corrispondenti alle altre religioni, tra le quali lo stesso Cristianesimo ortodosso. Secondo questa lettura partigiana e, proprio perché partigiana, mistificatoria della realtà, tutte le resistenze ai massacri israeliani e americani si dovrebbero ad un fanatismo religioso in odore di terrorismo. O meglio: i massacri compiuti dagli israeliani e dagli americani sarebbero giustificati dalla prevenzione e repressione del terrorismo fanatico islamico. Invece, nelle terre a maggioranza islamica dove la popolazione combatte (Palestina, Iraq) è attestato che la ragione profonda che la muove è l’orgoglio nazionale unito allo sdegno per le ingiustizie e le angherie subite.

Non lasciamoci quindi fuorviare dalle provocazioni di Smith e dalle letture speciose che ci detta una certa intellighenzia assoldata. Chi sia in attacco e chi in difesa ce lo dicono chiaramente le affermazioni ufficiali delle comunità religiose italiane. La comunità islamica ha infatti commentato nel modo che segue: "La figura di Cristo è venerata e riconosciuta pienamente dall’Islam, che invita tutti i fedeli a rispettarsi e riconoscere le diverse religioni come rivelazioni dello stesso Dio".

Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche, commentava invece così: "Il

 
NoPrivacy:L’etichetta è intelligente e controlla la nostra vita PDF Stampa E-mail
Scritto da Beppe Severgnini   
Sabato 01 Maggio 2004 01:00

Allarme del garante: radiofrequenze e chip sotto pelle consentono di ricostruire ogni mossa

«Etichette intelligenti» che rendono possibile il controllo delle persone attraverso i prodotti. «Tecniche di localizzazione» che utilizzano chip sotto la pelle. Il garante per la riservatezza, Stefano Rodotà, si dice preoccupato. Il resto degli italiani è invece tranquillissimo. L'unica «tecnologia delle radiofrequenze» che ci interessa è quella del cellulare. Se c'è campo, ci dichiariamo soddisfatti. Un'affermazione paradossale? No, purtroppo. Le società moderne si preoccupano degli attacchi esterni e plateali (terroristi, assassini seriali, avvelenatori), e ignorano quelli interni e silenziosi, che possono non essere meno pericolosi.

NON DANNOSE - Le nuove tecnologie non sono dannose, anzi è vero il contrario: ma vanno accettate e discusse una ad una. Chi pensa di comprarsi l’avvenire all’ingrosso, stia tranquillo: nel pacco è nascosta qualche fregatura. Certo: questo esame richiede pazienza, e non è facile. Conosco scienziati che si fidano più della coscienza professionale della categoria che dell’emotività di massa: e citano, come esempio, il dibattito sugli organismi geneticamente modificati (Ogm). Non sono d’accordo (e cito, come esempio, i tentativi di clonazione umana). Ma se fossi costretto a scegliere tra la decisione di uno scienziato e quella dell’industria che lo finanzia, non avrei dubbi. Mi fiderei di chi non vuole vendermi nulla. Bisogna evitare il luddismo e l’allarmismo. Però è bene che lo ficchiamo in testa: chi ha cattive intenzioni, oggi, conta sulla nostra pigrizia e sul nostro disinteresse (non vale solo per la tecnologia e il commercio: è una vecchia astuzia del potere). Non so se le «etichette intelligenti» che sostituiranno i codici a barre - ricordate? qualche anno fa sembravano il marchio della modernità - siano davvero intelligenti o piuttosto stupide. A certe condizioni, probabilmente, sono utili. Per rintracciare alcuni medicinali, ad esempio. Ma è bene sapere che consentiranno anche di localizzare il malato che li usa.

COMPROMESSO - Questo potrebbe essere un compromesso accettabile: tocca a noi decidere. Ma è accettabile - per usare le parole di Rodotà - che «il corpo umano possa essere predisposto per essere seguito e localizzato permanentemente»? Non parliamo di braccialetti elettronici - prototecnologia! - ma della possibilità di inserire sotto la pelle un chip che permette la localizzazione, magari di persone rapite, criminali o detenuti in libertà provvisoria. Ci va bene? D’accordo. Ma ripeto: siamo noi a dover capire e approvare le novità. Non qualcuno che s
 
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