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LUPI D’AMERICA PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

Un attacco preelettorale a Bush ed alla sua equipe ha fatto emergere in chiave scandalistica la verità sul comportamento delle truppe americane ed inglesi in Irak ed in Afghanistan. Una verità che è rimbalzata anche sui media d’occidente, vassalli del regime “politically correct”.

Per un momento è caduta la maschera dei liberators dell’Irak e dell’Afghanistan, al profumo di petrolio. Ed ovviamente si è scatenata anche in Italia la polemica in funzione elettorale. Tra difensori spudorati dell’America e nemici dichiarati di un’America che rapina sfrontatamente le ricchezze del mondo, ma di cui non si disdegnano aiuti cospicui a partiti e giornali, non mi pare di aver letto o ascoltato nessuno che abbia approfondito le indagini per ricordare analoghi trascorsi passati americani nei confronti dei prigionieri di guerra o delle popolazioni civili.

Anzi ci si straccia le vesti per buttarci in faccia un polverone di dichiarazioni di fedeltà agli ideali democratici, promesse di punire duramente i torturatori e affannose affermazioni che “si tratterebbe soltanto di casi sporadici”. Ovviamente quei partiti o i media che ricevono d’oltreoceano notevoli contributi finanziari, necessari all’integrazione delle loro enormi spese, non possono non essere allineati ai cori puritani d’oltreoceano in un parallelo coro di sdegno ipocrita.

Sdegno ipocrita perché non può non essere noto, a chi si occupa di politica, che nel dna americano la violenza è un elemento consistente e costante, e costante è pure l’abitudine di infierire contro coloro che si arrendono o non possono difendersi, com’è successo per le popolazioni civili; questa ferocia da lupi è un fatto basato sulla prassi, consuetudinario, di cui si va addirittura fieri , com’è accaduto ancora ieri a quei feroci, ma ingenui torturatori che credevano di potersi vantare delle torture “liberatorie e si sono lasciati vanagloriosamente fotografare e riprendere. Perché non è vero che si tratti di fatti sporadici, non è vero che i superiori non ne sapessero alcunché, non è vero che le democrazie rifuggirebbero da questi sistemi. e che, comunque, userebbero punire i torturatori.

Nessuno è stato punito, infatti, quando si seppe, tempo fa, dei prigionieri afghani, in mano americana, che erano rinchiusi in anguste gabbie singole di filo spinato, peggio dei polli, a Guantanamo, umiliati, affamati, esposti alle intemperie e costretti a rimanere inerti, ristretti senza mai potere uscire dalle gabbie. E adesso sono ancora ristretti (quelli vivi) nelle stesse gabbie; eppure nessuno degli attuali scandalizzatissimi predicatori di virtù se ne indignò allora, né se ne scandalizza oggi. Eppure tante voci si sono levate, e si levano giustamente a difendere i diritti delle bestie in gabbia nei giardini zoologici e nei circhi equestri.

Possiamo accertare proprio nell’habitus americano di ogni tempo, sistematiche persecuzioni nei riguardi dei prigionieri di guerra e delle popolazioni civili indifese.

Trascurando, per ragioni di spazio tanti crimini di guerra commessi dagli americani in Corea ed in Vietnam

 
Arruolati per fermare i clandestini dall’Ucraina PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

La nuova frontiera d’Europa difesa dai navajos Si chiamano «Lupi dell’ombra»: il loro compito è individuare le tracce di immigrati irregolari, contrabbandieri. E terroristi

Niente passa senza lasciare tracce. «Non importa quanto uno si sforzi di cancellarle, qualcosa resta. Basta che tu abbia pazienza, che tu sappia cosa guardi, e lo vedrai». Sembra una storiella indiana, e a tutti gli effetti lo è: solo che a raccontarla è Chairmaine Harris, della tribù Tohono O’odham, a una ventina di poliziotti polacchi, nei boschi al confine ucraino. Perché questo è il modo in cui l’Europa impara a difendere se stessa, in quel lontanissimo avamposto polacco che è diventato da un mese la Frontiera d’Europa. Fiutando l’aria e seguendo le tracce, come i navajos.

Per i polacchi è una vicenda seria. Da questo confine lungo 526 chilometri passano ben più di 10 mila immigrati illegali catturati ogni anno. «È facile attraversare qui senza essere notati. Ma se prima i clandestini entravano in Polonia, ora si ritrovano in Europa», dice Jerzy Ostrowsky. È lui che comanda il posto di confine a Huwniki, 250 chilometri a sud-est di Varsavia. Due elicotteri nuovi di zecca e un aereo, decine decine di cani, di cui il governo di Varsavia ha dotato i suoi guardiani della porta dell’Est, non bastano a sigillare una prateria. Da una settimana sono arrivati tre indiani, tre «Lupi dell’ombra» (Shadow Wolf) a insegnare come si inseguono contrabbandieri di sigarette e passatori di uomini, terroristi (forse) e poveracci: «interpretando» foglie piegate, rametti spezzati, le orme, al pari di un esercito di aspiranti Winitoo.
«La profondità dell’orma - dice Harris - è fondamentale. Ti spiega chi hai di fronte: un contrabbandiere che si porta 50 chili sulle spalle affonderà più pesantemente nel terreno di un clandestino». E, bastone alla mano, insegna a immaginare una corporatura, a capire la direzione della fuga da un’infossatura. A vedere, dalla quantità di polvere che si è posata sul calco, quando sono passati gli «invasori».

Loro, i tre indiani, a leggere le tracce lo hanno imparato da piccoli. Bryan Nez, 53 anni, il capo della «missione polacca», ricorda che «dove abitavo io, non c’era niente, né acqua, né luce, né gas». Aveva cinque o sei anni, quando una mattina all’alba, il nonno l’ha buttato dal letto: «Alzati, va a riprendere i cavalli». E da lì, dice, che ha imparato ad «ascoltare il tempo», a «usare l’udito e tutti i cinque sensi», «a sentirmi uno con la natura».
Da oltre un decennio, l’esercito americano ha pensato di sfruttare la loro straordinaria capacità di «leggere» l’ambiente. Hanno creato un’unità speciale di nativi americani, i «Lupi dell’ombra» appunto, e li hanno mandati a combattere il narcotraffico nel deserto, al confine con il Messico. A presidiare Rio Grande e gli infiniti sentieri dove ogni giorno si infilano decine di «Muli» e corrieri della coca. Sembrava un azzardo coinvolgere nella più feroce battaglia contro la droga un plotoncino di 50-60 Sioux, Navajo, Lakota, Kickapoo, Chicasaw, guidato dal motto: «Nel giorno
 
La Ministra Moratti incontra Daniele Schwartz in Israele ? PDF Stampa E-mail
Scritto da Susanne   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

"Oggi, nel notiziario RAI 1, ho visto la Ministro Letizia Moratti accanto a Daniele Schwartz. La RAI 1 informò il pubblico italiano che era stato appena stretto un accordo di collaborazione tra Italia ed Israele nel campo della medicina..."

"Ciò che mi turba profondamente è il fatto che Daniele Schwartz, il proprietario della clinica privata Multimedica (ed inoltre, di consistenti quote di partecipazione nella sanità privata della Lombardia) appena un anno fa è stato condannato a diversi anni (mi pare, 8 anni) di reclusione per avere corrotto imedici e funzionari del servizio sanitario pubblico affinché essi deviassero i pazienti dalle strutture pubbliche verso quelle di proprietà privata di Daniele Schwartz. La sentenza non poteva essere eseguita, perché il condannato si era preventivamente portato in salvo, in Israele, del quale è cittadino.Qualcuno riesce a spiegarmi come mai le autorità giudiziarie dell’Italia non abbiano chiesto l’estradizione dello Schwartz ma invece, ci mandino un Ministro per combinare altri affari lucrosi con un criminale conclamato ?"

Susanne

 
ATTACCO' FIORE, SANTORO A GIUDIZIO PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

L'udienza a novembre - Michele Santoro è stato rinviato a giudizio per diffamazione nei confronti di Roberto Fiore. Il leader di Forza Nuova aveva querelato l'allora conduttore de "Il raggio verde" per una puntata in cui il partito veniva definito "razzista" e "filonazista" dal conduttore e dal giornalista Riccardo Iacona. Tra le prove addottate per sostenere le accuse, in tv erano state mostrate le immagini di un sito neonazista chiuso per incitamento all'odio razziiale, che però non era riconducibile, come invece sostenuto, a Forza Nuova.

Il leader di Forza Nuova aveva provato a telefonare in trasmissione, ma era stato tenuto in una lunghissima attesa senza essere mandato in onda e, nel finale, Santoro aveva commentato: "Mi dicono che Fiore ha chiamato: passate il numero alla polizia, sapranno cosa farci". Roberto Fiore ora ribatte sarcastico: "Mi fa piacere sapere che Santoro sarà un nostro sostenitore: potrò condurre la nostra campagna elettorale con maggior ispendio di mezzi". Forza Nuova si presenta in cartello insieme ad Alessandra Mussolini e al Fronte Sociale Nazionale. L'udienza si terrà l'11 novembre. da: "libero" - domenica 30 maggio 2004
 
NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH PDF Stampa E-mail
Scritto da http://www.fonsperennis.com/   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

Fons Perennis ha ritenuto opportuno scrivere un nuovo manifesto in occasione della (per noi non gradita) visita di Bush a Roma...

Di fronte all'arrivodel rappresentante degli Stati Uniti che si presenta con un biglietto da visita sporco del sangue di migliaia di innocenti, trucidati dalle bombe dei suoi good american guys, la nostra Associazione Culturale risponde:

TORNA PURE A CASA, QUI DA NOI NON SEI IL BENVENUTO!


Rifiutiamo il progetto di Ordine Mondiale messo a punto dal burattino sig.Bush e dai burattinai che da dietro manovrano le sue azioni.
Riconosciamo nel mondo arabo un focolaio di grande civilta’ che non ha bisogno di importare nessun modello stereotipato di pseudo-democrazia occidentale, vergognosa maschera per celare le sanguinarie aspirazioni al dominio sul mondo di potenti lobbies.
Il disprezzo per la vita e la dignita’, gli insulti all'umana intelligenza, l'arroganza becera del barbaro conquistatore senza cervello, la distruzione indiscriminata. Questo gli U.S.A. hanno portato in Iraq, durante e dopo la guerra, che l'amministrazione Bush, con una mossa a dir poco meschina,si e’ affrettata a dichiarare finita (sic!) dopo poche settimane di bombardamenti a tappeto (ops! dovremmo forse dire chirurgici?).
Come pretendonoquesti signori di continuare a propinarci menzogne sul loro interesse di portare giustizia, liberta’ e democrazia?
Questi signori dal grillettofacile (stile far west)sono, per la semplice legge del piu’ forte, i padroni del globo, ma lungi da loro il compito di paladini di qualsiasi valore o portatori di civilta’, almeno che non si intenda per questa la barbarie consumista, la sozzura intellettuale, la demenza comportamentale, l'idiozia musicale, le schifezze alimentari etc.
Questo è quello che gli U.S.A. sono in grado di esportare e quello che trovano diverso da questo lo distruggono con le bombe o coni dollari.
Si ripropone come sempre la scusa del portare democrazia, le maniere sono quelle di sempre: 60 anni fa come oggi si bombarda, si tortura e si riducono in schiavitu’ altri paesi per coprire loschi interessi finalizzati al governo mondiale di una sola ed unica “elite”.
Sempre loro portarono pace e democrazia in Giappone insieme alle bombe atomiche (piu’ grande massacro di civili della storia per cui non hanno ancora ad oggi chiesto scusa) e che recentemente hanno portato la pace in Kosovo, oltre all’uranio impoverito.
Ed oggi, come sempre, sono forse liberatori i torturatori di Guantanamo o Abu Graib?
Come puo’ essere considerato custode della pace uno Stato che nell’ultimo sessantennio ha direttamente o indirettamente – spesso sotto le mentite spoglie di operazioni di peace-keeping (sic!) – dichiarato decine di guerre e appoggiato regimi liberticidi al fine di tutelare i propri interessi economici?
Questa e’ la domanda cui vorrebbero risposta i popoli di Iraq, Indonesia, Honduras, ex-Iugoslavia, Palestina, Cuba, Guatemala, Nicaragua, Salvador, Filippine, Afghanistan, Vietnam etc. Tutti popoli che hanno visto profanato reiteratamente ed ingiustificatamente il proprio inviolabile diritto di autodeterminazione.
Queste sono le domande cui il presidente di questo Stato liberticida che verra’ a far visita nei prossimi giorni alla colonia italiana accolto da scodinzolanti lacche’ non dara’ mai risposta.
A colui che consapevolmente condanna a morte migliaia di uomini per poi riempirsi la bocca di parole come liberta’, giustizia, pace e democrazia, Fons Perennis esprime il proprio totale disprezzo!

Riteniamo che la tolleranza religiosa e il rispetto reciproco, oltre alla conservazione delle tradizioniparticolari di ogni popolo, non possano venire a mancare.

Non amiamo le esibizioni dei muscoli e della forza esteriori,tipiche manifestazioni del mondo moderno, utili solo a celare un'assoluta vacuita’ interiore.

Per tutto questo:

DA NOI NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH !


FONS <
 
Liberi tutti PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Martedì 01 Giugno 2004 01:00

La legge Bossi-Fini si rivela un il flop clamoroso. Tutti liberi i clandestini arrestati. Per una mostruosità burocratica, i poliziotti non possono fare altro che arrestare e i magistrati non possono fare altro che liberare.

MILANO - Fax che vengono, fax che vanno. Fax che si incrociano nella notte italiana e che raccontano il surreale fallimento di una legge che non poteva fare altro che fallire. Un fallimento decretato dalle centinaia di fax con cui poliziotti, carabinieri, vigili urbani annunciano alla magistratura l'arresto centinaia di stranieri. E che la magistratura mette in libertà la sera stessa o, al più tardi, la mattina dopo. L'aspetto surreale è che i poliziotti non possono fare altro che arrestare, e i magistrati non possono fare altro che liberare. Ognuno fa il suo dovere. Il risultato è una montagna di carta sprecata, una montagna di soldi buttati via, un gorgo che intasa commissariati e aule di tribunale. Arricchisce le statistiche delle forze dell'ordine e le tasche di qualche avvocato. Ma non cambia di una virgola la realtà. La fa semplicemente più assurda.

A dirlo non sono le toghe rosse di Magistratura democratica. Sono i pubblici ministeri che, in ogni luogo d'Italia, passano le lunghe ore del turno esterno a smistare le carte inutili di questo nuovo reato.
Il nuovo reato sta all'articolo 13 della legge 189 del 2002, meglio conosciuta come legge Bossi-Fini. È la legge che, mantenendo una delle promesse elettorali sia della Lega che di An, doveva dare una sterzata rigorosa alle norme sull'immigrazione volute dai governi dell'Ulivo. Di quella sterzata, l'articolo 13 costituiva uno dei cavali di battaglia. "Lo straniero espulso che viene trovato nel territorio dello Stato è punito con la reclusione da uno a quattro anni". E poi, subito dopo: "È obbligatorio l'arresto dell'autore del fatto e si procede con rito direttissimo".


Letto così, quando la legge venne varata, faceva impressione. Si immaginavano migliaia di stranieri, renitenti all'ordine di espulsione, venire arrestati, processati, incarcerati. Per una parte degli italiani era uno sogno che si realizzava. Per una parte era un incubo o quantomeno una visione sgradevole. Beh, non è arrivato niente di tutto questo. È arrivata solo una catastrofe poliziesca, burocratica e giudiziaria che intasa inutilmente l'apparato repressivo dello Stato. In tutte le maggiori città del paese, in un giorno qualunque, più della metà del lavoro di Volanti, gazzelle e pubblici ministeri è dedicato a questa gigantesca finzione di repressione.

Ecco come vanno, nella realtà, le cose. La pattuglia dei carabinieri ferma uno straniero per un controllo. Lo identifica - dal passaporto o dalle impronte - e scopre che è già stato espulso dall'Italia, e non ha obbedito all'ordine. Scatta l'arresto, obbligatorio e immediato. Dalla centrale operativa, viene avvisato il pm di turno. A quel punto, i casi sono due. Alcuni pm ordinano immediatamente di rilasciare il fermato, ritenendo illegittimo il fermo. Altri - e sono, a occhio, la maggioranza - autorizzano il fermo, e ordinano di portare in aula la mattina dopo il renitente all'espulsione per il processo per direttissima. E la mattina dopo, in aula, dopo una notte in guardina, lo straniero viene liberato per ordine del magistrato. Per i motivi più vari: perché viene assolto, perché il processo viene rinviato di qualche giorno, perché patteggia una pena di un paio di mesi con la condizionale. La sostanza non cambia.

L'unica cosa certa è che il fermato non può finire in carcere, perché ha commesso non un delitto ma una contravvenzione, e

 
Aldo Braccio, La globalizzazione linguistica PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni all'Insegna del Veltro   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

La globalizzazione, con i suoi imperativi, le sue sfide, il suo futuro, assorbe ogni discorso dei massmedia sui processi e le tendenze del mondo contemporaneo. Il suo carattere precipuo sembra essere quello dell’ineluttabilità : una visione deterministica prefigura un assetto finale inevitabile, certo, progressivo e sostanzialmente benefico, sia sul piano culturale-formativo che su quello economico.

Il dominio esplicito di un linguaggio unico, sovrapponibile alle lingue locali e nazionali, si integra perfettamente nell’ottica mondialista e globalizzatrice : tale “sistema funzionale”, contrabbandato anch’esso come ineluttabile, vede oggi nella lingua inglese – opportunamente imbastardita e “semplificata” – lo strumento sovrano della comunicazione e dell’espressione mondialista.

“E’ delirante – ammoniva Claude Autant-Lara, il grande regista cinematografico e deputato europeo (per il Front National) nel discorso di apertura tenuto al Parlamento di Strasburgo nel luglio 1989 – che , nell’Europa che ci preparate , consideriate per tacito accordo una sola lingua- divenuta corrente – l’inglese”; e sottolineava – davanti a quell’uditorio perlopiù di rassegnati e di pavidi – che quella lingua finiva col frantumare e distruggere i gioielli nazionali, le culture originarie.

In effetti, l’incapacità “moderna” di sostenere e rispettare la diversità si traduce in un duplice attacco alla ricchezza e fecondità dei linguaggi nazionali :una consapevole azione di controllo e di ridimensionamento delle identità culturali operata dal mondo americano/statunitense (a dimostrazione che, oggi, non vi è mondialismo senza U.S.A. e viceversa) accompagnata da una diffusione crescente dell’inglese in quanto elemento centrale della tecnica/tecnologia moderna – si manifesta in entrambi gli aspetti la tendenza alla pianificazione e alla neutralizzazione del linguaggio e della cultura.

“La principale arma culturale impiegata dall’Occidente nel suo attacco contro l’Europa è l’influenza linguistica esercitata dall’inglese” (1), sostiene non senza ragioni Claudio Mutti.

Ma premettiamo alcune considerazioni di carattere generale.

Il problema della lingua è, per sua natura, inscindibile dal problema della comunità nazionale

Vero è che il fattore “tempo” influenza

 
Intervista sull'americanismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Tarchi   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

Esame e critica della malattia che da sessant'anni affligge l'Europa: il male americano.

Nel suo ultimo libro, "Contro l'americanismo", lei parla, in termini critici di imperialismo americano. Come possiamo definire tale fenomeno?

Mi pare che si definisca abbondantemente da solo. E' un progetto egemonico su scala planetaria che si avvale di una straordinaria superiorità militare e di un atteggiamento remissivo e conformista che affonda le radici nei complessi di inferiorità che molti dei potenziali concorrenti degli Usa hanno maturato in epoche più (1989) o meno (1945) recenti della storia. Ad alimentare questo progetto sono vari ingredienti miscelati: ambizioni geopolitiche, appetiti economici, timori di dover pagare prima o poi il prezzo di scelte fatte in passato, che hanno reso gli Usa largamente impopolari in molti paesi.



Pur criticando la politica estera del Governo americano, tuttavia, lei si tiene alla larga da qualsiasi atto d'accusa spregiudicato al modello americano: la sua è una testimonianza esemplare di come si possa essere contrari all'americanismo senza essere antiamericani?

Quel che mi propongo, pubblicando il mio libro, è di far riflettere sulle conseguenze di un cieco allineamento alle politiche degli Usa e di un'acritica adesione alle premesse culturali che ne sono alla base. Che poi l'american way of life non goda delle mie preferenze, è un altro discorso. Sono un fautore del diritto di ciascun popolo a determinare autonomamente il proprio modello di società: se gli statunitensi sono contenti del loro, se lo tengano. Purché non tentino, come fanno da decenni con la complicità dei loro fans d'oltreoceano, di farne un modello obbligatorio anche per gli altri paesi.

Riflettendo sulle recenti scelte di politica estera dell'amministrazione Bush, ritiene che se ci fosse stato un altro presidente tante decisioni non sarebbero state prese oppure considera che qualsiasi esecutivo a stelle strisce dopo l'11 Settembre 2001 avrebbe agito allo stesso modo?

Spaziare nel mondo delle ipotesi è gradevole ma non troppo serio scientificamente. Posso solo dire che l'attuale politica statunitense non mi pare guidata solo o soprattutto dalla personalità di Bush. Essa risponde ad imperativi e interessi politici ed economici che fanno capo a molti altri soggetti. Se un Gore avrebbe saputo e voluto tenervi testa, o più realisticamente accontentarli in altro modo, non posso ipotizzarlo con certezza.

Se guardiamo al mondo intellettuale nostrano, ci si può rendere conto che si sta vivendo un buio periodo di stagnazione dell'indagine scientifica in tema di problematiche politiche e sociali, per lo più segnato da una generale adesione alle scelte dello Stato americano al di fuori dei propri confini nazionali, che, a volte, raggiunge livelli di grottesca cecità innanzi ad evidentissimi errori commessi dall'amministrazione statunitense. Che cosa ne pensa di tale atteggiamento?

Che è ispirato dal conformismo, una indolore eppure grave malattia dello spirito, in ogni epoca molto diffusa e oggi alimentata dall'azione dei mezzi di comunicazione di massa, a cui è imputabile la presa del "pensiero unico" oggi dominante.

Inoltre, è evidente come sia molto difficile, oggigiorno, riuscire a divulgare attraverso i grandi mezzi mass mediatici idee anticonformiste senza finire per essere tacciati, in ogni caso, per degli antiamericani. Avverte anche lei tale situazione?

Dalla mia precedente risposta risulterà evidente che la avverto. L'accusa di antiamericanismo è un pretesto per delegittimare i dissenzienti. A cui si consente una sola alternativa: subire la gogna o essere sepolti dal silenzio.

Da politologo considera i maggiori partiti dei due più importanti schieramenti della politica italiana privi di qualsiasi volontà di critica nei confronti della politica estera americana in una sorta di compiacimento, più o meno, tacito per il dilagare dello stesso imperialismo s

 
...E Repubblica inventò l'antiamericanismo filoamericano PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

Ovvero quando l'ipocrisia si fa delirio. In questo articolo Vittorio Zucconi ci spiega che va bene essere contro Bush, ma guai a toccare l'impero del bene, già "liberatore" d'Europa sessant'anni fa. Se lo dicono loro...

C'è una formula standard, quasi la giaculatoria di un esorcista, che il presidente Bush ripete ogni volta che esce (raramente) dal guscio americano per infilarsi nelle catacombe delle sue visite fortificate e deve confrontare, a distanza di sicurezza, manifestazioni di protesta: "Sono lieto di trovarmi in una nazione dove alla gente è possibile esprimere liberamente le opinioni". Lo disse anche a Londra, sbarcando nel novembre scorso, mentre la sua effige veniva bruciata in Trafalgar Square. Bravo George.

Frase sacrosanta che anche noi Italiani dovremmo ricordare al suo arrivo a Roma. Manifestare civilmente, magari rumorosamente, mai violentemente come vorrebbero i provocatori mascherati che, forse senza neppure capirlo, lavorano "per il Re di Prussia", il proprio dissenso contro il capo della repubblica americana in carica non soltanto è perfettamente legittimo e costituzionale anche in Italia. E' il modo più incontestabile per confermare che il sacrificio dei GI's', dei soldati caduti al passo di Kasserine, a Salerno, ad Anzio, a Nettuno, a Cassino, a Omaha Beach, non è stato, come dice il solito aggettivo della retorica ufficiale, "vano". Protestare liberamente e non violentemente contro un presidente americano, chiunque sia, è la forma più sincera e autentica di essere nei fatti filo americani, come ci dice lo stesso Bush. Significa stare dalla parte di quelle libertà che 60 anni or sono furono riconquistate per noi, e con noi, in Europa, prima fra tutte la libertà di non essere d'accordo e di dirlo pubblicamente. I caduti di Normandia e di Anzio sono morti, come gli ormai quasi mille uccisi in Iraq, perché i cittadini delle nazioni liberate potessero criticare e dissentire.

Chi vorrà marciare in ordine per le strade o appendere bandiere pacifiste alle finestre e magari anche migliaia di tricolori, per testimoniare il nostro orgoglio nazionale contrapposto all'internazionalismo servile degli aspiranti Neo-Com, i fautori di un nuovo Cominform tradotto a destra, non sarà necessariamente più "giusto" di chi invece ammira Bush e ne sposa in buona fede le decisioni, perché sentirsi dalla parte del Bene, della Giustizia, della Libertà sarebbe cadere nella trappoletta manichea del "chi non è con noi è contro di noi", che è la negazione implicita della libertà. Chi protesterà contro la guerra di George senza trasformare la protesta in una versione borgatara della guerra, avrà ragione certamente, e soltanto, nel desiderio di strappare il "filo americanismo", l'ammirazione e la gratitudine per gli Usa, al rapimento che di questi sentimenti hanno fatto i manipolatori di casa nostra, coloro che hanno agganciato la carretta degli interessi di casa alla carovana americana, spacciando un filo americanismo da ufficio stampa per fedeltà a valori dell'Occidente, che vengono poi disattesi nella pratica quotidiana di governo.

Il "valore" massimo del cosiddetto Occidente, il premio stupendo che i caduti americani del 1944 e 45 hanno difeso per loro stessi e restituito a noi, non è il "credere, obbedire, combattere", è il diritto alla critica, al dissenso, all'opposizione ed è possedere gli strumenti legali e civili per manifestarlo. E' libertà dal ricatto morale - premessa di ricatti politici e poi di repressione - di considerare "saddamita" chi si oppose alla guerra, "fascista" chi si oppone al comunismo, "comunista" chi considera demente la tesi della "guerra preventiva", "antisemita" chi osa obbiettare alla politica del governo israeliano, e, nella parola "catch all", acchiappa tutto che oggi viene usata come una mazza da baseball sulla testa dei dissidenti, "terrorista", possibilmente "islamico" per chiudere ogni dibattito.

I proclami e gli attestati sperticati di assoluta fedeltà sono tributi di satelliti, non prove di appartenza al campo dei p

 
Israele: apartheid sessuale PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

Marciapiedi separati per uomini e donne in un rione ultraortodosso di Tel Aviv per evitare promiscuità tra i due sessi. E' la "Santa Separazione", l'ultima trovata dell' "unico stato laico del medio-oriente".

TEL AVIV - Gli uomini da una parte della strada, le donne sull'altra. Questa la soluzione escogitata da un gruppo di zeloti nel sobborgo ultraortodosso di Bené Braq, a Tel Aviv, per lottare contro la promiscuità fra i due sessi.

Fra gli ultraortodossi, la separazione fra i sessi inizia fin dalla più tenera età ed è ritenuta necessaria per mantenere la "santità" della congregazione. Non solo nei riti religiosi, ma anche nei ricevimenti uomini e donne restano rigidamente separati.

Da alcuni giorni però una nuova iniziativa è entrata in vigore nel rione Wishnitz dove sono stati appesi vistosi cartelli che fanno presente ai timorati che d'ora in poi nel vicolo intestato al Rabbino di Woyshwa sarà necessario separare il flusso dei pedoni: gli uomini da un lato, le donne dall'altro. In questo modo non si correrà più il pericolo che essi si sfiorino, anche inavvertitamente. La misura, viene precisato, riguarda anche i bambini.

Per ora, l'iniziativa definita "Santa Separazione" sarà imposta solo durante il sabato e nei giorni festivi: quando cioè il vicolo è affollato in modo particolare, cosa che rende quasi impossibile evitare un contatto fisico fra i passanti.

Dell'avvento dei marciapiedi divisi hanno dato notizia con grande evidenza il quotidiano Maariv e diverse stazioni radio. Ma a Bené Braq si fa notare che tutti gli abitanti della zona sono membri del Cortile rabbinico dei Wishnitz: tutti obbediscono disciplinatamente ai medesimi rabbini, nessuno finora ha osato obiettare al provvedimento.

Eppure la notizia ha già scatenato osservazioni beffarde negli ambienti laici israeliani. Anche perché il provvedimento - se si estendesse all'intero sobborgo di Bené Braq - si scontrerebbe in maniera vistosa con il funzionamento degli autobus per timorati. Si tratta di automezzi nei quali per uomini e donne vi sono ingressi separati, ma entrambi sullo stesso lato. Alla fermata necessariamente metà dei passeggeri non potrebbero scendere a terra.


Da parte loro i laici israeliani non finiscono di stupirsi di questa "ossessione". Rilevano che fra i timorati le mura della "Santa Separazione" non fanno che elevarsi e prevedono che dopo gli autobus segregati e i marciapiedi divisi i rabbini più estremisti sapranno certo inventare nuovi e sorprendenti divieti.

 
LO SPETTRO DI HAIDER SI AGGIRA PER LA CARINZIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreorter.org   
Domenica 30 Maggio 2004 01:00

A dispetto delle previsioni, le elezioni austriache regionali hanno sancito il prepotente ritorno di Haider sulla scena politica. Forte del suo feudo elettorale in Carinzia, Haider ha rilanciato la sua linea politica basata su un collaudato mix di carisma e populismo e non nasconde il suo reale obiettivo: la cancelleria di Vienna.

L’inizio dell’alleanza di governo fra i conservatori dell’OVP e l’estrema destra dell’ FPO risale al 2000, quando l’invito rivolto ad Haider da parte del Cancelliere Schussel di entrare a far parte del governo assieme al maggior partito conservatore dell’ OVP portò l’Austria in una fase di isolamento politico-diplomatico senza precedenti dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale. Il successivo tentativo da parte del Partito della Libertà di Haider di far cadere lo stesso governo Schussel nel 2002 aveva portato alle elezioni anticipate e alla severa punizione dell’elettorato nei confronti del governatore della Carinzia.

La strategia di Haider aveva a quel punto subito una drastica modifica. Un inedito basso profilo, e la limitazione di esternazioni ad effetto aveva permesso ad Haider di rimanere nel ruolo di junior partner nella coalizione di governo.

La legislatura non aveva subito da allora grossi scossoni, fino alle elezioni presidenziali di fine aprile e quelle regionali di fine marzo. Sconfitti alle presidenziali con l'elezione del socialdemocratico Fischer e convinti probabilmente di fagocitare l’elettorato di Haider, i conservatori si sono apertamente schierati in Carinzia contro il governatore uscente, ricevendone una severa lezione. L’OVP ha ottenuto solo l’11,6% dei consensi, a dispetto del 20.7 ottenuto nel 1997, mentre i risultati del FPO di Haider e dei socialdemocratici sono stati lusinghieri, con rispettivamente il 42 e il 38 % dei consensi.

Nonostante a livello regionale i due alleati di governo si siano battuti senza esclusione di colpi il sodalizio a livello nazionale non sembra essere in pericolo, almeno nel breve periodo.

La prospettiva che il leader della Carinzia possa riaffacciarsi con tutta la sua ingombrante personalità sulla scena politica europea ha messo in allarme la diplomazia di tutta Europa, che ha mandato chiari segnali a Vienna con l’intento di premere sul governo Schlussel per un deciso cambio di rotta. Continuano infatti ad avere ampio risalto, specie sui giornali britannici, le sue dichiarazioni che equiparavano Bush a Saddam, o le sue esternazioni sull’efficacia della politiche del lavoro nazista.

 
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