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L'indotto dell' "affare Iraq" PDF Stampa E-mail
Scritto da Gazzetta del Sud   
Domenica 24 Ottobre 2004 01:00

Un ex ministro accusa Blair di essersi inventato le prove sulla presenza in Iraq delle ormai famose armi di distruzione di massa. Peccato non averlo detto prima dell'aggressione all'Iraq. Ma all'epoca l'ex ministro riceveva ancora lo stipendio dal Governo; preferibile quindi uscire ora allo scoperto e rimpinguare le proprie tasche con i guadagni di un bel libro-accusa.

LONDRA – Ancora una volta la Gran Bretagna con il fiato sospeso per la sorte di un ostaggio ed ancora una volta Tony Blair sotto pressione per l'Irak. Mentre su tutte le prime pagine dei giornali ieri campeggia il volto disfatto e rigato dalle lacrime di Margaret Hassan, l'ex ministro Clare Short sferra un duro colpo al premier accusandolo di aver deliberatamente ingannato il Parlamento ed il Paese sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nel tentativo di giustificare una guerra che era stata già decisa a Washington. Clare Short era ministro per gli aiuti internazionali e lo scorso anno se ne è andata dal governo proprio perchè contraria alla guerra in Irak. Adesso, come spesso fanno i protagonisti della politica britannica quando perdono il posto, ha dato alle stampa il suo diario. Il libro, intitolato «A honourable Deception?» (un inganno onorevole?) non è ancora uscito, ma The Independent ne sta anticipando i brani più interessanti. Ed è certamente una lettura indigesta per Blair. L'ex ministro afferma di aver visto i rapporti dei servizi segreti sull'arsenale iracheno e sostiene che le esagerazioni sulla minaccia reale e incombente rappresentata dalle armi vietate di Saddam Hussein sono state fatte da Downing Street e non dagli 007. Inoltre rivela che anche i ministri più fedeli a Blair avevano non pochi dubbi sull'opportunità di invadere l'Irak. Le accuse di Clare Short sono molto gravi. Se venisse provato che effettivamente Blair ha mentito al Parlamento sostenendo che era necessario affrontare subito la minaccia «concreta ed incombente» delle armi di distruzione di massa irachene mentre sapeva che tali armi non esistevano più, le sue dimissioni sarebbero inevitabili. Per ora Blair non ha replicato alle affermazioni della Short, come non ha fatto alcun commento al drammatico video diffuso da al Jazeera nel quale Margaret Hassan, l'operatrice umanitaria sequestrata martedì in Irak, ha chiesto piangendo ai britannici, e in particolare a Blair, di favorire il suo rilascio ritirando le truppe dall'Irak. Non c'è da stupirsi del silenzio del primo ministro, del resto espressamente richiesto dal marito iracheno della donna, visto che lo sforzo generale in questo momento è quello di far arrivare ai sequestratori il messaggio che Margaret ha poco e niente a che vedere con la Gran Bretagna, a parte la cittadinanza. Non solo è nata in Irlanda, ma da 30 anni vive e lavora in Irak, paese del quale ha anche la cittadinanza. Denis Caillaux, il segretario generale di Care International, l'associazione di volontariato con la quale la donna lavora, ha rilasciato ad al Jazeera un messaggio nel quale chiede ai rapitori di «capire che è una irachena». Non che questo sia un salvacondotto, ma potrebbe aiutare, anche se da parte del governo ad interim iracheno non c'è alcuna disponibilità a trattare con i sequestratori, come ha detto il premier Iyad Allawi in un'intervista a Fox Tv. «Dobbiamo restare estremamente fermi e intransigenti sul fatto che porteremo i terroristi dinnanzi ai tribunali», ha affermato assicurando che si sta facendo tutto il possibile per liberarla. Intanto rimane un mistero l'identità dei sequestratori. Secondo fonti dei servizi segreti che hanno analizzato il video non dovrebbe trattarsi di integralisti islamici, come nel caso dell'ostaggio inglese Ken Bigley rapito e decapitato dal gruppo del giordano al Zarqawi. A questa conclusione sono giunti notando che nella registrazione la donna appare con il capo scoperto, non indossa la tuta arancione che, secondo il gruppo, è simbolo delle sofferenze dei membri di al Qaida incarcerati a Guantanamo ed è diventata parte del macabro rituale di morte inscenato dai terroristi. Questi indizi fanno sperare che Margaret Hassan sia prigioniera di un gruppo di estortori alla ricerca di un riscatto, anche se non si può escludere che possa essere ceduta da questi ad organizzazioni militanti.