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Bulgari senza ombrello PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Venerdì 05 Gennaio 2018 00:04


In Europa convivono mondi distinti

La legge anti-corruzione non s’ha da fare. Il presidente della Repubblica bulgara, Rumen Radev, boccia il testo normativo del Parlamento di Sofia perché ritenuto inefficace, mettendo in luce i problemi della nuova presidenza di turno del Consiglio Ue. Dal 1 gennaio la Bulgaria è divenuta responsabile della gestione dei ministri degli Stati membri. Con loro il Paese dell’est è tenuto a condividere principi e valori, incluso quello della legalità. Qui ci sono però ritardi strutturali, che a detta di Radev neppure la nuova proposta di legge riesce a colmare, così com’è concepita. Il veto presidenziale apre un conflitto istituzionale tutto interno, ma con ripercussioni che vanno bel oltre i confini nazionali. Viene bocciato un provvedimento frutto della maggioranza di Boyko Borissov, capo del governo, presidente di turno del Consiglio Ue fino al 30 giugno, e membro della famiglia dei popolari europei (Ppe). Un motivo di imbarazzo per un esecutivo che non a caso ancora non commenta. I balcanici inoltre danno nuova prova delle difficoltà di soluzione a un problema che si portano dietro fin dall’inizio della loro avventura nel club a dodici stelle.
Il nodo dell’indipendenza dell’unità anti-corruzione 
Il Parlamento bulgaro ha approvato alla fine dell’anno appena concluso la nuova legge che istituisce una speciale unità anti-corruzione. Un provvedimento atteso perché richiesto dall’Unione europea. Ma nel merito la misura che ha come obiettivo la lotta contro condotte e pratiche disoneste solleva dubbi. Ciò che non convince Radev è il legame con il potere legislativo. Secondo le disposizioni normative approvate il 20 dicembre, i componenti della speciale struttura dovrebbero essere nominati dall’Assemblea nazionale, il parlamento monocamerale bulgaro. Per il capo dello Stato questo legame non garantisce l’indipendenza dell’organismo. «Credo che la legge adottata non solo non crei una base giuridica adeguata per affrontare la corruzione, ma ne renderà persino difficile la lotta». Da qui il veto e l’invito di Radev a riformulare il testo, con tutto ciò che ne consegue e ne potrà conseguire. 
Bulgaria membro Ue più corrotto, Schengen resta in sospeso 
Le motivazioni addotte dal presidente della Repubblica bulgara hanno trovato reazioni positive – com’è facile immaginare – tra i partiti di opposizione, che chiedono una vera riforma. Anche tra gli analisti c’è chi riconosce la natura convincente delle motivazioni dietro al veto presidenziale. Ciò nonostante è fuori di dubbio che la Bulgaria continua a non fare progressi su un tema motivo di esclusione dall’area Schengen. I bulgari non godono ancora di libera circolazione, e una delle ragioni per questo allontanamento dai benefici dell’Ue è proprio l’elevato livello di corruzione. Transparency International, una delle ong più attive nel monitoraggio dei sistemi di corruzione, nel 2016 ha indicato nella Bulgaria lo Stato più corrotto dell’Ue, mentre l’associazione Reporter senza frontiere lo scorso anno ha posizionato la stessa Bulgaria al 109simo posto per corruzione al mondo su una classifica crescente comprendente 180 Paesi. Il problema c’è, ed è destinato a durare ancora. E l’Ue deve fare i conti con una presidenza di turno che rischia di compromettere l’immagine dell’Unione. 
Ancora imbarazzi dall’est 
La Bulgaria non è il primo caso di Stato membro dell’Unione europea che arriva al debutto della presidenza di turno del Consiglio Ue con situazioni fonte di imbarazzo. Nel 2011 il primo semestre ungherese della storia comunitaria fu macchiato dalla controversa legge sulla libertà di stampa. Il Parlamento di Budapest approvò in quel frangente nuove norme che richiedevano a tutti i mezzi di informazione una copertura «equilibrata» degli eventi nazionali e internazionali. Una legge contestata dall’allora presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, secondo cui il governo di Viktor Orban, premier allora come oggi, pose la «questione di valori» con quella normativa che colpiva «un principio sacro» come libertà di stampa. Fu quello uno dei tanti scontri tra l’Ue e l’Ungheria di Viktor Orban che da lì in poi si sarebbero succeduti anche su altre questioni, ultima delle quali l’immigrazione.

 

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