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Le due linee del Pd PDF Stampa E-mail
Scritto da huffingtonpost.it   
Mercoledì 21 Febbraio 2018 00:04


Una campagna schizofrenica

Come se il partito (il Pd di Renzi), e il governo (di Gentiloni) viaggiassero su binari diversi, pur all'interno di un canovaccio elettorale comune. Ma è diversa la proiezione sul futuro. Ecco Matteo Renzi, nel corso della sua intervista a In Mezz'ora in più: la sua immagine è quella del Pd, un partito in affanno e in rincorsa di consensi, inevitabilmente legato al passato della sua stagione, mai fino in fondo elaborata. E di un leader che ha la consapevolezza che, anche nel caso di larghe intese, la partita su palazzo Chigi riguarda, in primo luogo, il capo dell'attuale governo: "Il premier potenziale? Lo deciderà il presidente della Repubblica. È chiaro che chi ha fatto il presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni potrà giocare le sue carte per il futuro. Noi non litigheremo mai, anche perché a sinistra litigano già abbastanza".
Da tempo è stata archiviata la retorica (ricordate il congresso con spirito di rivincita?) del "segretario del Pd che secondo lo statuto è candidato premier". Ma qui c'è qualcosa di più: c'è l'associazione del nome (Gentiloni) al "futuro". È un salto, certamente imposto dalla debolezza certificata dagli indici di popolarità e fiducia verso l'attuale premier e ma anche dalla pressione "ambientale". Perché è evidente che la discesa in campo di Romano Prodi al fianco di Gentiloni ha un significato e un "peso" che va ben oltre i voti che può spostare il Professore sulla lista Insieme. È un ulteriore elemento di garanzia, per il dopo voto, dellla soluzione "tedesca", capace di arginare i "populisti" auspicata dall'establishment e le cancellerie europee auspicano, anche per l'Italia. Prodi ha impresso a questa campagna elettorale noiosa e senza picchi di grande politica, un balzo temporale in avanti, in termini di schema, come già fossimo al 5 marzo. Mettete in fila le foto, degli ultimi tre giorni: Gentiloni con la Merkel, Prodi con Gentiloni, Renzi che per prima volta prefigura un "Gentiloni dopo Gentiloni".
Un doppio binario, dunque, come naturale conseguenza del processo politico che ha preso forma in questo anno: la fatica del Pd, l'agenda del governo. Poco dopo, al suo fianco c'è Marco Minniti, ministro di peso e vera "novità" del governo post 4 dicembre: snocciola dati, racconta dello sviluppo operativo dei suoi dossier in Italia e negli incontri internazionali, parla di cybersecurity, immigrazione, sicurezza. Se ne ricava l'impressione che, con tutti i limiti e tutte le difficoltà, in qualche modo il governo sia andato avanti, appropriandosi dell'elemento concreto rispetto all'afonia del Pd, politica e identitaria. È la storia di un rapporto irrisolto – e la dichiarazione di oggi su Gentiloni non lo risolve del tutto – tra Renzi e questo governo e con ministri che si sono imposti con una propria personalità e una propria agenda. Vissuto all'inizio come un ostacolo sul terreno del voto anticipato, ora come una gabbia che ne limita e ne condiziona lo spazio di azione il 5 marzo, qualora vi fossero le condizioni delle larghe intese, rischia di diventare anche il baricentro di un nuovo assetto politico del centrosinistra dopo il voto, una volta registrato un risultato poco entusiasmante per il Pd: un nuovo centrosinistra, più inclusivo, ulivista, con una leadership più in grado di unire e di ricucire gli strappi di questi anni. Ma a quel punto, a urne chiuse, saranno i fatti, prima ancora delle scelte, dei posizionamenti e delle trame dell'oggi a dire quale dei binari ha un futuro. O se, semplicemente, è deragliato il treno per tutti.


 

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