Mediatrice culturale Stampa
Scritto da Maurizio Blondet   
Lunedì 07 Settembre 2015 00:36


E' guerra e l'hanno voluta in alto

“Omayma Benghaloum, una donna tunisina di trentatré anni, è stata uccisa dal marito. Mediatrice culturale, la donna si era attardata fino a notte inoltrata per via dello sbarco di ottocentotrentotto migranti nel porto di Messina. Il marito, un tunisino di cinquantacinque anni, l’ha bastonata a morte. Poi si è consegnato in questura portando con sé le quattro figlie (dai due ai tredici anni)”.

“La coppia uccisa a Palagonia: l’ivoriano violentò la donna prima di assassinarla” [e poi la gettò dalla finestra; i due coniugi erano soliti accogliere immigrati…, ndr].

Tre omicidi in cinque giorni in Sicilia: non c’è male come risultato della grande “accoglienza profughi” con annesso business clientelare. Abbiamo saputo che Mineo è un feudo del ministro Alfano, il cui partito raccoglie il 45% dei voti, percentuale ineguagliata da un partito che per il resto,non supera il 3%.

Certamente il centro Cara, che costa 100 milioni, “crea posti di lavoro” di cui i mineani - o minoici? - sanno essere grati. Fanno tanta accoglienza, i lavoratori del centro, che votano Alfano. Non hanno avuto bisogno di bandi, né di vincere o’concuorzo perché, si sa, è l’emergenza. Usano l’accorgimento di “non” distinguere tra profughi di guerra (che hanno diritto all’asilo) e immigrati in cerca di fortuna, che non hanno diritto: anche a questi fanno riempire “il modulo”, li istruiscono a fare ricorso se la domanda è respinta: in Italia, ricorso su ricorso, fino alla Cassazione o ancora più su, al mitico Tar del Lazio, si può stare a campare per decenni a spese del contribuente. E per i “volontari del Cara di Mineo”, è la sicurezza del posto di lavoro.

La nuova Sicilia ha trovato la sua strada: servizi agli immigrati, accoglienza. Il terziario, insomma. E tanta, tanta “mediazione culturale”. È una vocazione più che un mestiere: “i mediatori hanno la possibilità di trovare un posto di lavoro in strutture pubbliche e nel settore no profit”. Fa anche “punteggio” per le graduatorie. E sicuramente è molto gratificante. Come leggo in un sito dedicato al tema, “il mediatore culturale è un ponte tra culture differenti; non è soltanto un interprete che traduce da una lingua ad un’altra, ma esercita una vera e propria funzione di orientamento nei confronti degli immigrati”.

Posto ciò, sorge la domanda: tre omicidi efferati in cinque giorni, compiuti da freschi immigrati in Sicilia, vanno considerati come una media soddisfacente quanto a “mediazione culturale”? O vanno interpretati come effetti collaterali accettabili per detta “mediazione culturale”? È mancata la funzione di orientamento nei confronti degli accolti? È un ritmo destinato a mantenersi o anche accelerarsi visto il gran numero di immigrati che salviamo nel Mediterraneo col nostro buon cuore?

Il caso della tunisina trentatreenne madre di quattro figli, massacrata a bastonate dal marito tunisino,è particolarmente enigmatico: non era riuscita ad applicare la mediazione culturale - che esercitava con passione sul molo di Messina - all’interno della famiglia, e d’accordo. Ma che dire degli altri “mediatori culturali” che erano con lei quella notte? “Le operazioni di sbarco si sono protratte fino a notte e lei intorno all’una appariva molto agitata”, ha raccontato la mediatrice culturale Clelia Marano, anche lei ieri allo sbarco. Non poteva raccomandarle di andare a casa, avendo lei il marito che aveva? (Più volte l’aveva denunciato per violenze, ritirando poi la denuncia).

Si avrebbe voglia di esortare questi occupati “nelle strutture pubbliche e nel settore no-profit” dell’accoglienza, ad una maggiore professionalità. Perché non solo “la crisi durerà altri vent’anni”, come ha stabilito il Pentagono (e se non lo sa lui che l’ha provocata, chi?), ed è sì tutto lavoro per il no-profit. Ma in Ungheria, abbiamo visto un genere particolare di immigrati, a cui forse i nostri operatori culturali devono prepararsi meglio.

Guardate le foto alla stazione di Budapest: Sono “profughi” questi? Tutti giovani maschi (in Siria sarebbero in età di servizio militare), molto ben vestiti; e soprattutto, per nulla esausti e sfiniti. Al contrario: militanti e molto ben organizzati nella protesta. Scandivano “Germany-Germany” con voci potenti, a ritmo da stadio; sono una massa compatta, disciplinata e determinata.

In molti video, si vede che tra di loro ci sono agitatori professionali, dai polmoni possenti, apparentemente addestrati, che dirigono questa folla.

“Non sono folle esauste di migranti arrivati senza forza sfuggendo alla guerra”, ha scritto la giornalista Karina Bechet. Golovko, che li ha visti con i suoi occhi: “Sono combattenti. Manifestanti. Sono parte di una Maidan europea”. Quando si parla di “Maidan”, si intende naturalmente una manifestazione di strada in cui le folle sono sapientemente manipolate, organizzate, agitate psichicamente da tecnici “esterni”, per ottenere uno scopo politico. Come quello che ha strappato l’Ucraina alla Russia.

Risale al marzo 2008 uno studio, condotto dall’università di Harvard, dal titolo: “Strategic Engineered Migration as a Weapon of War”, pubblicato dalla rivista Civil Wars (esistono simili riviste in Usa - anche qui ci manca una certa mediazione culturale). Tradotto, il titolo suona: “Migrazione strategicamente progettata come arma di guerra”. Capirete che il livello culturale di Alfano, Renzi, o anche di Merkel e Juncker non è alla pari di contrastare un simile progetto - se già esiste dal 2008.

Bisognerà farsi , non furbi - quelli lo siamo già anche troppo - ma intelligenti.

Una certa intelligenza sul piano internazionale, che dovrebbe per esempio far reagire il nostro governo (ma c’è?) al fatto che a decidere siano “La Merkel e Hollande”, e che Bruxelles possa impunemente minacciare sanzioni contro l’Ungheria, paesello di dieci milioni di abitanti obbligato a proteggere le frontiere di una conglomerato di quasi quattrocento, chiamato Unione Europea.

Capisco che la nostra posizione possa essere indebolita dal fatto che, nella nostra passione di accogliere e compiacere i negri subsahariani che vengono da noi, ne abbiamo lasciati andare sessantatremila senza registrarli - lasciando che fra il lusco e il brusco andassero dove volevano, verso Germania e Francia - ciò che ci viene rimproverato da Berlino. È questa una cosa così tanto italiana: invece di impugnare apertamente una legge ingiusta e stupida, la si aggira, facendo i furbi. Ciò non solo ci indebolisce politicamente in Europa; mostra che la nostra furberia è tessuta di viltà e di incivismo, che è una falla del carattere collettivo quella di aggirare le leggi “per gli amici”. Ecco perché ho paura dell’ondata di immigrati: perché temo che li integriamo all’italiana, ossia ad aggirare le leggi invece di contrastarle lealmente e con coraggio. Non ho paura dei musulmani, ho paura che stanno diventando italiani.

Un po’ di intelligenza superiore ci indurrebbe a pretendere - poniamo - dagli Emirati e dall’Arabia Saudita, che sono fra i massimi responsabili della guerra siriana, che accolgano le loro “quote”. Dovrebbero farcela. Il re dell’Arabia Saudita Salman Bin Abdulazic  è appena arrivato a Washington.