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Lo stivale rovesciato PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Giovedì 08 Febbraio 2018 00:22


La Magistratura fucila alle spalle i nostri asset strategici che cercano un sotterfugio

Le tangenti Eni in Nigeria, l’affare Consip, la corruzione di giudici amministrativi e di un pubblico ministero. E affari a nove zeri: soldi, tanti, tantissimi soldi. Passava tutto da lì, dalle stanze del palazzo di giustizia di una città apparentemente periferica come Siracusa, in cui un magistrato dell’ufficio inquirente avrebbe tentato fra l’altro, in combutta con avvocati e imprenditori, di scippare con pretesti e imbrogli a Milano l’inchiesta che coinvolge i vertici Eni, per azzerarla. Tentativo fallito, mentre su altri affari, locali ma milionari, il controllo della “cricca” sarebbe stato t
Un’associazione a delinquere di stampo giudiziario, con avvocati e pubblici ministeri che si sarebbero coalizzati per inventare complotti, screditare e minacciare i colleghi, simulare, per poi archiviare, indagini su fatti delicatissimi, acquisire le carte di altri fascicoli. Una maxi-inchiesta su un sistema di corruzione dentro i palazzi di giustizia mette insieme tre Procure, Messina, Roma e Milano, per spezzare una trama da spy-story: 15 gli arresti; solo un avvocato, Giuseppe Calafiore, è sfuggito all’operazione del Gico e dei Nuclei di polizia economico-finanziaria, già tributaria, di Palermo e Messina; un magistrato amministrativo, Riccardo Virgilio, e un ex deputato regionale siciliano, il notaio Giambattista Coltraro, non arrestati dai Gip, nonostante le Procure di Roma e Milano avessero chiesto per loro i domiciliari.
Prima fermata, Siracusa  
Messina e Roma si sono mosse in parallelo: a coordinare l’operazione, i procuratori Maurizio De Lucia e Giuseppe Pignatone, allievo e maestro ai tempi in cui entrambi erano a Palermo. In gioco pure Milano, con il procuratore Francesco Greco e l’aggiunto Fabio De Pasquale, che non hanno eseguito misure cautelari ma solo perquisizioni: la parte che li riguarda, l’indagine sulle presunte tangenti Eni in Nigeria, ha visto i rinvii a giudizio nelle scorse settimane. La competenza della Città dello Stretto nasce dal coinvolgimento di un magistrato del distretto di Catania, Giancarlo Longo, 48 anni, già in servizio a Siracusa e oggi giudice civile a Napoli, destinatario dell’ordine di custodia assieme, tra gli altri, agli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore (attualmente all’estero), di 48 e 38 anni, e all’imprenditore Alessandro Ferraro, di 46. Anche Longo, come in precedenza i colleghi Ugo Rossi e Maurizio Musco (quest’ultimo di nuovo nella città aretusea, nonostante una condanna penale definitiva per abuso d’ufficio), era finito nel mirino della giustizia disciplinare. Per questo aveva ottenuto il trasferimento a richiesta. Musco è stato adesso più volte intercettato con il collega Longo, che, dopo una ricerca spasmodica, avrebbe cercato e trovato le microspie e la telecamera piazzate nella sua stanza.
L’affaire Eni e Wikipedia  
L’inchiesta sul pm di Siracusa è nata dall’esposto di otto magistrati dello stesso ufficio. Longo era un ingranaggio fondamentale, per la spregiudicatezza con cui, per limitarsi a un solo esempio, avrebbe finto di interrogare un sedicente teste-chiave della vicenda Eni-Nigeria, come il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi. Il verbale dell’1 marzo 2016, redatto apparentemente nel pomeriggio, era stato in realtà preconfezionato di mattina e consegnato a Longo dal suo amico avvocato Calafiore. Gaboardi, secondo quanto confessato dall’ex cognato, Alberto Castagnetti, costretto ad ammettere dopo essere stato intercettato, si sarebbe reso disponibile a firmare quelle accuse in cambio di soldi, uno stipendio mensile da cinquemila euro. Erano, dice Castagnetti, «testimonianze finalizzate a “sponsorizzare” la sostituzione dell’amministratore delegato di Eni Descalzi a favore di un altro di cui io non ricordo il nome». E il “ciccione” sarebbe stato Ferraro. Nello stesso verbale i consulenti dei pm avevano trovato un «riferimento ipertestuale»: in sostanza, per scoprire chi fosse il personaggio nigeriano oggetto delle dichiarazioni, l’autore del documento aveva interrogato Wikipedia.
Gli agenti nigeriani  
Nel settembre scorso la collaborazione tra le Procure di Messina e Milano aveva fatto venire fuori che contro l’ad di Eni Claudio Descalzi in realtà la congiura era assai presunta. Lui era infatti indagato da Greco e De Pasquale per corruzione internazionale in Nigeria; implicato pure l’ex vertice della compagnia petrolifera di Stato, Paolo Scaroni. L’ipotesi degli inquirenti è che, per accreditare la tesi di un Descalzi vittima di trame oscure, sarebbero state in qualche modo utilizzate le Procure di Trani e Siracusa, destinatarie di esposti anonimi e “testimonianze” – come quella di Gaboardi – che avevano suggerito trame complesse quanto fumose, la presunta azione coordinata portata avanti da 007 nigeriani e imprenditori iraniani, l’asserito ruolo di complottisti di un pool di avvocati Telecom legati all’ex presidente Franco Bernabè, al petroliere (e ora banchiere di Carige) Gabriele Volpi e all’imprenditore Marco Bacci, indicato nelle carte come vicino all’ex premier Matteo Renzi.  
Se però Trani, con il procuratore Carlo Capristo, aveva finito col cedere il passo, Siracusa «si sarebbe chiamata in causa» in virtù di un presunto traffico di pietre preziose provenienti dalla Nigeria, che si sarebbe svolto proprio nella città siciliana. Come nei film, Ferraro, in pieno agosto del 2015, sarebbe stato sequestrato per alcune ore da due agenti nigeriani e da un italiano: dopo la sua denuncia, Longo, data l’assenza per le ferie del procuratore Francesco Paolo Giordano e del suo aggiunto, Fabio Scavone, si sarebbe autoassegnato il relativo procedimento, cosa che gli costerà la contestazione disciplinare e il trasferimento. In realtà lo scopo ultimo sarebbe stato quello di fingere di approfondire per acquisire le carte altrui e cercare di archiviare poi tutto.
Milano non ci sta  
L’obiettivo di scippare o depistare Milano fu mancato miseramente. Secondo la ricostruzione dei finanzieri, Longo, pilotato dall’avvocato Amara, consulente legale di Eni, avrebbe cercato di far credere che Descalzi e Scaroni fossero stati bersaglio dei loro avversari interni all’Eni, i consiglieri Luigi Zingales e Karina Litvack, ma pure di Umberto Vergine, ad della controllata Eni Saipem, che sarebbe stato interessato a subentrare a Descalzi. Sul finire del 2016 il fascicolo era passato di mano e da Siracusa era andato alla sua sede naturale, Milano, grazie all’intervento del procuratore Giordano. Amara e Ferraro erano finiti indagati (con Gaboardi) per associazione a delinquere, messa su – sostiene l’accusa del capoluogo lombardo – per realizzare un «vero e proprio depistaggio, intralciando lo svolgimento dei processi in corso a Milano contro Eni e i suoi dirigenti» e per screditare Zingales, che si era dimesso, e Litvack, prima allontanata e poi richiamata dal gruppo.

 

 

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